Il nazionalismo colonialista ispirato dalla religione alimenta le guerre di Israele

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Rod Such

14 agosto 2019 – The Electronic Intifada

War over Peace: One Hundred Years of Israel’s Militaristic Nationalism [Guerra alla Pace: cento anni di nazionalismo militarista di Israele] di Uri Ben-Eliezer, University of California Press (2019)

War over Peace, del sociologo israeliano Uri Ben-Eliezer, solleva una serie di domande relative alla natura della società israeliana, e soprattutto sul perché Israele abbia tentato di risolvere con la guerra invece che con mezzi diplomatici praticamente ogni conflitto che ha incontrato o generato.

La sua risposta può essere brevemente sintetizzata in questo modo: la guerra e la violenza sono intrinseche all’ideologia sionista. I suoi elementi fondamentali – etno-nazionalismo e militarismo – promanano dall’imperativo di dominare e controllare la “Terra di Israele” in modo esclusivo, senza concedere potere politico agli arabi. Questo imperativo non può essere visto semplicemente da un punto di osservazione politico o economico, ma come una conseguenza della cultura colonialista di insediamento del sionismo. Quella cultura, conclude Ben-Eliezer, si basa sempre di più su una forma di nazionalismo colonialista ispirato dalla religione.

Un precedente libro di Ben-Eliezer, The Making of Israeli Militarism [La Creazione del Militarismo Israeliano] (1998), indaga la creazione di Israele come una “Nazione in armi”, un tema che riprende anche in questo libro.

War over Peace è per molti versi complementare a “Fortress Israel” [Fortezza Israele] di Patrick Tyler, solo che quest’ultimo non riesce a dar conto degli elementi di etno-nazionalismo nell’ideologia sionista individuati da Ben-Eliezer. Benché sociologo di formazione, Ben-Eliezer usa una prospettiva storica per esaminare l’evoluzione della cultura da “nazionalismo militarista” di Israele. Costruisce una narrazione che abbraccia la prima colonizzazione sionista pre-statuale, la Nakba del 1947-49, la guerra di Suez del 1956, le guerre del 1967 e del 1973 con i circostanti Paesi arabi, le due invasioni del Libano, le intifada palestinesi e le più recenti guerre contro Gaza.

In ogni capitolo egli inserisce riflessioni sul carattere etno-nazionalista che sta dietro ai conflitti, ma in questo studio tende a predominare l’inquadramento storico. Di conseguenza il lettore ne ricava un’analisi più storica che sociologica, molto probabilmente perché l’autore riconosce la necessità di smitizzare la propaganda che Israele ha utilizzato per descriversi come il debole David circondato dai Golia arabi.

Sete di potenza”

Ben-Eliezer inizia il suo racconto con un’analisi del movimento sionista pre-statuale, che divide in tre campi – laburista, revisionista e binazionale – dedicando una particolare attenzione alla critica del nazionalismo etnocentrico fatta da intellettuali del gruppo binazionale noto come “Brit Shalom”.

Notando l’affinità del campo revisionista con il fascismo europeo, egli attribuisce all’Olocausto la definitiva predominanza del sionismo laburista. Ben-Eliezer afferma che il destino degli ebrei europei sotto il fascismo nazista convinse la maggioranza dei coloni sionisti a credere che la potenza militare fosse indispensabile. Facendo citazioni dall’archivio del gruppo sionista laburista a partire dal 1943, egli evidenzia la loro convinzione della necessità di “una sete di potenza, un aumento di potenza, una smania di potenza”.

La ricerca di capacità militari portò il leader del sionismo laburista David Ben Gurion a sostenere la creazione di un esercito e poi il trasferimento di massa dei palestinesi, anticipando la fine del Mandato Britannico [sulla Palestina, ndtr.] in seguito alla raccomandazione per la partizione da parte delle Nazioni Unite.

Ben-Eliezer respinge l’affermazione dello storico israeliano Benny Morris secondo cui non c’è una prova documentaria che dimostri che ci sia stato un ordine esplicito di espulsione di massa [dei palestinesi, ndtr.]. Ben-Eliezer sostiene che l’esistenza di un simile documento non è necessaria, perché l’intenzione di espellere i palestinesi in modo massiccio era ben compresa ed accettata tra i paramilitari sionisti e scaturiva senza soluzione di continuità da una “condizione mentale, una percezione culturale, da un’ideologia.”

L’obiettivo della pulizia etnica divenne chiarissimo, aggiunge l’autore, quando le forze israeliane rifiutarono il diritto dei palestinesi a tornare alle loro case molto dopo la creazione di Israele. La continua espulsione alla fine del 1948 e all’inizio del 1949 non aveva niente a che vedere con la sicurezza, scrive. Al contrario, sostiene Ben-Eliezer, queste espulsioni evidenziano “un chiaro proposito etno-nazionale: evitare ogni possibilità di futura partizione” e quindi ogni richiesta araba sul rimanente 22% della Palestina mandataria. Anche allora i dirigenti israeliani volevano quei territori come pare del Grande Israele.

War over Peace rende evidente la tesi di altri storici o studiosi secondo cui il principale obiettivo del colonialismo di insediamento era la conquista della terra.

Lo stato maggiore dell’esercito israeliano, nota, pianificò l’acquisizione di più territorio fin dal 1963. A quel tempo l’esercito era diventato talmente potente che avrebbe potuto andare oltre la leadership civile, cosa che fece ignorando semplicemente una strategia di de-escalation appoggiata dal primo ministro Levi Eshkol e iniziando la guerra del 1967 contro le forze egiziane, una linea di condotta che più tardi divenne famosa come “la rivolta dei generali”.

Sionismo religioso

La conseguente occupazione israeliana della Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, della Striscia di Gaza, della penisola del Sinai e delle Alture del Golan siriane portò allo scoperto quello che Ben-Eliezer denomina “sionismo religioso”. Ciò che era stato un occasionale sottinteso utilizzato sia dai sionisti laici che religiosi per giustificare le azioni di Israele ora risultò essere la prevalente giustificazione per la conquista di tutta la Palestina.

Questo nuovo movimento nazionalista religioso evitò di addurre ragioni di sicurezza per la conquista e invece mise insieme argomenti religiosi e nazionalisti con l’affermazione secondo cui i territori occupati furono dati agli ebrei da dio e quindi non possono essere ceduti.

Gli insuccessi militari patiti da Israele nella guerra del 1973 con Egitto e Siria e durante le successive invasioni israeliane del Libano portarono a una ridefinizione di questo ethos religioso-nazionalista e all’emergere di gruppi contro la guerra come “Peace Now” [Pace Ora]. Le perdite subite in questi conflitti determinarono una messa in discussione pubblica sulla questione se il nazionalismo fosse coerente con l’ebraismo.

Ben-Eliezer descrive come fondamentale punto di svolta quando nel 1983 un nazionalista di destra lanciò una granata contro una manifestazione di “Peace Now”, uccidendo un israeliano: “La sua uccisione segnò uno spartiacque, dopo il quale la società israeliana non sarebbe più stata la stessa. L’epoca dell’egemonia e del consenso nei confronti del processo di costruzione della Nazione e della formazione dello Stato era giunta al termine.”

L’autore è meno efficace nello spiegare come questo momento di svolta, che vide l’apparizione di quello che Ben-Eliezer definisce “nazionalismo progressista” o “civile”, abbia rappresentato solo un breve periodo nella storia sociale di Israele.

Ben-Eliezer riconosce che l’assassinio del primo ministro Yitzhak Rabin da parte di un fanatico religioso nel 1995 e il fatto che Israele non abbia tenuto fede agli accordi di Oslo giocarono un ruolo in quello che definisce una ritirata rispetto ad una società più progressista. Ciò coincise con il riemergere del nazionalismo religioso in una forma ancora più virulenta. Ma l’autore è meno accurato nella spiegazione del perché ciò avvenne.

Potrebbe darsi che Oslo e la prospettiva della partizione nella forma della soluzione dei due Stati abbia amplificato, invece di mettere in discussione, i fondamenti dell’etno-nazionalismo?

In ogni caso War over Peace merita attenzione per la sua penetrante analisi del ruolo della cultura e dell’ideologia nella formazione del colonialismo di insediamento israeliano.

Rod Such è un ex curatore delle enciclopedie “World Book” ed “Encarta” [una cartacea e l’altra digitale, entrambe pubblicate negli USA, ndt.]. Vive a Portland, Oregon, ed è attivo nella campagna di Portland “liberi dall’occupazione”.

(traduzione di Amedeo Rossi)