Come alcuni medici israeliani rendono possibile la tortura da parte dello Shin Bet

Il trattamento inferto ai prigionieri palestinesi . Questa è una foto del 1991. Ahmed Kmel. Photo by Nati Shohat/Flash90
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Ruchama Marton

7 ottobre 2019- +972

Dall’autorizzare brutali tecniche di interrogatorio al redigere referti medici falsi, alcuni medici israeliani hanno assunto un ruolo attivo nella tortura dei prigionieri palestinesi.

Se lo Shin Bet [servizi di sicurezza interni israeliani, ndtr.] gestisce una scuola per i propri agenti ed addetti agli interrogatori, il curriculum deve sicuramente includere una lezione su come dire una menzogna. Sembra che i testi insegnati non siano cambiati nel corso degli anni. Nel 1993, rispondendo alle accuse secondo cui lo Shin Bet aveva brutalmente torturato il detenuto palestinese Hassan Zubeidi, l’allora comandante delle IDF [Forze di Difesa Israeliane, l’esercito israeliano, ndtr.] del comando nord Yossi Peled disse al giornalista israeliano Gabi Nitzan che “in Israele la tortura non c’è. Ho fatto il soldato per 30 anni nelle IDF e so quello di cui sto parlando.”

Ventisei anni dopo, il vice capo dello Shin Bet ed ex-addetto agli interrogatori dello Shin Bet Yitzhak Ilan ha ripetuto la stessa frase al conduttore del telegiornale della televisione nazionale Ya’akov Eilon mentre parlava di Samer Arbeed, un palestinese di 44 anni che è stato ricoverato in ospedale in condizioni critiche dopo essere stato, a quanto pare, torturato dallo Shin Bet. Arbeed è sospettato di aver organizzato un attentato mortale che in agosto ha ucciso una ragazza israeliana ed ha ferito suo padre e suo fratello presso una sorgente in Cisgiordania. Ilan si è molto arrabbiato all’idea che lo Shin Bet sia in qualche modo responsabile delle condizioni di Arbeed.

Lasciando da parte queste assurde forme di negazione, come medico e fondatore di “Medici per i diritti umani-Israele”, sono sempre rimasto scosso da come in Israele medici israeliani collaborino e consentano le torture.

Nel giugno 1993 organizzai a Tel Aviv una conferenza internazionale per conto di MEDU contro la tortura in Israele. Alla conferenza presentai un documento medico dello Shin Bet scoperto per caso dalla giornalista israeliana Michal Sela. Nel documento al medico dello Shin Bet veniva chiesto se il prigioniero in questione avesse una qualche limitazione di carattere medico riguardo al fatto di tenerlo in isolamento, se potesse essere legato, se il suo volto potesse essere coperto o se potesse essere lasciato in piedi per lunghi periodi di tempo.

Lo Shin Bet negò che questo documento fosse mai esistito. “Non c’è nessun documento. Era un semplice documento sperimentale che non è in uso,” sostenne l’istituzione. Quattro anni dopo venne alla luce un secondo documento, simile in modo sospetto al primo. Quel documento chiedeva ai dottori di autorizzare la tortura in base a una serie di condizioni precedentemente concordate.

Il primo documento, insieme ad altre risultanze, venne pubblicato nel libro intitolato “Tortura: diritti umani, etica medica e il caso di Israele.” Il libro non si può trovare in Israele: Steimatzky, la più antica e grande catena di librerie di Israele, ha vietato la sua vendita. Forse è un’ulteriore prova che in Israele non si pratica la tortura.

Dopo che il documento venne scoperto, MEDU si rivolse all’associazione dei medici di Israele e chiese di unirsi alla lotta contro la tortura. L’IMA [Israel Medical Association] pretese che il MEDU consegnasse i nomi dei medici dello Shin Bet che avevano firmato il documento in modo che la questione potesse essere gestita internamente.

Mi rifiutai di consegnare i nomi e dissi all’avvocato dell’IMA di non essere interessato a perseguire medici di base – volevo cambiare l’intero sistema. Ciò significava l’abolizione della legittimità concessa alle confessioni estorte sotto tortura, educare i membri dell’IMA riguardo alla non collaborazione con i torturatori, e in particolare fornire aiuto concreto a quei dottori che denunciassero sospetti di torture o interrogatori brutali.

All’epoca l’IMA si accontentò di far circolare le nostre dichiarazioni senza fare niente per impedire ai medici dello Shin Bet di cooperare con la tortura. Oltretutto l’organizzazione non rispettò i suoi obblighi di creare un ambito di discussione in cui i dottori informassero su sospette torture.

Un fallimento etico, morale e pratico

Ma non sono solo i medici nello Shin Bet e nel servizio carcerario israeliano che collaborano con la tortura. In tutto Israele i medici dei pronto soccorso stilano falsi pareri medici in sintonia con le richieste dello Shin Bet. Prendete ad esempio il caso di Nader Qumsieh, della città cisgiordana di Beit Sahour. Venne arrestato a casa sua il 4 maggio 1993 e portato cinque giorni dopo nel centro medico Soroka di Be’er Sheva. Lì un urologo gli diagnosticò un’emorragia e una lacerazione allo scroto.

Qumsieh affermò di essere stato picchiato e colpito ai testicoli durante l’interrogatorio. Dieci giorni dopo Qumsieh venne portato davanti allo stesso urologo per un controllo medico, dopo che questi aveva ricevuto una telefonata dall’esercito israeliano. L’urologo scrisse una lettera retrodatata (come se fosse stata redatta due giorni prima), senza effettuare realmente un ulteriore controllo del paziente, in cui diceva che “secondo il paziente, egli è caduto dalle scale due giorni prima di essere arrivato al pronto soccorso.” Questa volta la diagnosi fu “ematoma superficiale nella zona dello scroto, che corrisponde a contusioni locali subite da due a cinque giorni precedenti la visita.” La lettera originaria dell’urologo scritta dopo il primo esame sparì dalla documentazione medica di Qumsieh. La storia ci insegna che ovunque i medici introiettano facilmente e concretamente i valori del regime, e molti di loro diventano suoi leali servitori. Questo è stato il caso della Germania nazista, degli Stati Uniti e di vari Paesi in America latina. Lo stesso vale per Israele. Il caso di Qumsieh, insieme a innumerevoli altri casi, riflette il fallimento etico, morale e concreto del sistema sanitario israeliano di fronte alla tortura.

Già dal XVIII° secolo giuristi – più che medici – pubblicarono opinioni legali accompagnate da prove secondo cui non c’era rapporto tra provocare dolore e arrivare alla verità. Quindi sia la tortura che le confessioni estorte con la sofferenza erano legalmente prive di valore. Si può solo supporre che i capi dello Shin Bet, dell’esercito e della polizia conoscano questo pezzo di storia.

Eppure la tortura, che include una crudeltà sia psicologica che fisica, continua ad avvenire su vasta scala. Perché? Perché il reale obiettivo della tortura e dell’umiliazione è spezzare lo spirito e il corpo del prigioniero o della prigioniera. Eliminare la sua personalità.

La ragione giuridica per vietare la tortura è basata sull’idea utilitaristica che non si possa arrivare alla verità infliggendo dolore. Ma i medici sono tenuti prima di tutto al principio che sia proibito provocare danno fisico o psicologico a un paziente.

Il documento di idoneità medica dello Shin Bet consente di impedire il sonno, consente a chi interroga di esporre il prigioniero a temperature estreme, di picchiarlo, di legarlo per molte ore in posizioni dolorose, di obbligarlo a stare in piedi per ore finché i vasi sanguigni dei piedi bruciano, di coprigli la testa per lunghi periodi di tempo, di umiliarlo sessualmente, di spezzare il suo spirito recidendo i rapporti con la famiglia e gli avvocati, di tenerlo in isolamento finché perde la salute mentale.

Il modulo di idoneità medica dello Shin Bet non è lo stesso di quello utilizzato per stabilire l’idoneità per far parte della forza aerea o persino guidare un’auto. Questo tipo di “idoneità” porta il prigioniero direttamente nella camera di tortura – e il medico lo sa. Il medico sa a quale tipo di processo sistematico di dolore e umiliazione lui o lei sta prestando il proprio consenso e approvazione. Sono i medici che sovrintendono alla tortura, visitano il prigioniero torturato e stilano il parere medico o il referto patologico.

Il camice bianco passa nella camera di tortura come un’ombra in agguato durante gli interrogatori. Un dottore che collabora con le torture di Israele è complice di quello stesso sistema. Se un prigioniero o una prigioniera muore durante l’interrogatorio, il medico è complice della sua morte. Medici, infermieri, paramedici e giudici che sanno quello che avviene e preferiscono rimanere in silenzio sono tutti complici.

Ci dobbiamo opporre in modo incondizionato a qualunque forma di tortura, senza eccezioni. Noi, cittadini di uno Stato democratico, dobbiamo rifiutare di cooperare con il crimine della tortura, e a maggior ragione se si tratta di medici.

Non dobbiamo neanche nasconderci dietro l’idea che la tortura sia un sintomo dell’occupazione, dicendo a noi stessi che questa pratica sparirà quando finirà l’occupazione. La tortura è una concezione del mondo in base alla quale i diritti umani non trovano posto o non hanno valore. Esisteva molto prima dell’occupazione e continuerà ad esistere se noi non cambiamo quella mentalità.

Pratiche investigative violente e crudeli non contribuiscono alla sicurezza nazionale neppure se sono commesse in suo nome. La tortura provoca una vertiginosa distruzione del nostro stesso tessuto sociale. Non perdono i valori morali, della dignità umana e della democrazia solo quelli che praticano questo terribile tipo di “lavoro”, ma anche tutti quelli che rimangono in silenzio, che non lo vogliono sapere. Di fatto, tutti noi.

Il dottor Ruchama Marton è il fondatore di “Medici per i Diritti Umani-Israele”. Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta in ebraico su “Local Call” [edizione in ebraico di +972, ndtr.].

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)