Il centrismo degli imbecilli

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Recensione di Hannah Gurman

4 novembre 2019 – Mondoweiss

del libro How to Fight Anti-Semitism [Come lottare contro l’antisemitismo]

di Bari Weiss

224 pp.,Crown, $20.00

Nel 1971 il New York Times pubblicò un articolo sull’antisemitismo intitolato “Il socialismo degli imbecilli”. Scritto da Seymour Lipset, un eminente studioso di sociologia politica, sollecitava attenzione nei confronti dello spostamento del fenomeno. “A differenza della situazione precedente il 1945, quando le politiche antiebraiche erano ampiamente identificate con elementi di destra,” osservava Lipset,” l’attuale ondata è legata a governi, partiti e gruppi che vengono per convenzione descritti come di sinistra.” Prendendo in considerazione solo l’antisemitismo all’interno dei movimenti del nazionalismo nero e della nuova sinistra, l’articolo sosteneva che le critiche di sinistra contro Israele e il sionismo erano contagiate da luoghi comuni antisemiti e che la sinistra negli Stati Uniti e in Europa stava inconsapevolmente ripetendo la propaganda sovietica.

Lipset non era il primo ad affermare che la sinistra avesse un problema con l’antisemitismo. La frase “socialismo degli imbecilli” è attribuita ad August Bebel, un dirigente del movimento socialista tedesco alla fine del Diciannovesimo secolo. Questa critica interna tuttavia confermava la prevalente associazione tra antisemitismo ed estrema destra, che l’avvento del nazismo e gli orrori dell’Olocausto avevano reso innegabile. Tuttavia negli anni ’60 riemersero preoccupazioni riguardanti l’antisemitismo della sinistra. Questa volta gli allarmi vennero da intellettuali ebrei americani che legavano la propria analisi dell’antisemitismo a un più complessivo discorso su uno spostamento a destra nell’orientamento politico degli ebrei americani.

Molti di questi personaggi giocarono un ruolo influente nel movimento neoconservatore che emerse in opposizione con l’estremismo percepito della sinistra. Tra gli anni ’60 e ’80 importanti neoconservatori misero in relazione il loro appello a favore di uno spostamento a destra nella politica americana con problemi legati alla sopravvivenza degli ebrei. Nel 1984 Irving Kristol [giornalista noto come il “padrino del neoconservatorismo”, ndtr.] sostenne che la sinistra avesse sostanzialmente abbandonato gli ebrei. “Mentre gli ebrei bianchi americani hanno per la maggior parte conservato la propria lealtà alla politica del progressismo americano,” scrisse, “questa politica si è cortesemente e inesorabilmente allontanata da loro.” In un’intervista sul suo libro del 1984 sull’antisemitismo della sinistra, Nathan Perlmutter [dirigente del gruppo lobbystico filoisraeliano “Antidefamation League, ndtr.] sostenne che la critica della sinistra alla politica estera USA in Medio Oriente era un problema più grave del suprematismo bianco di destra. “Sono più preoccupato dell’isolazionismo che potrebbe danneggiare il maggior alleato dell’America in Medio Oriente,” affermò, “di quanto lo sia di qualche uomo del Ku Klux Klan in un pascolo per mucche nel Missouri centrale.”

Oggi una nuova generazione di intellettuali ebrei americani sta sollecitando l’attenzione sulla crescita dell’antisemitismo a sinistra. A 33 anni l’editorialista e ragazza-prodigio del New York Times Bari Weiss è una delle più giovani e al tempo stesso eminenti componenti di questo gruppo. Come Lipset, Weiss rifugge l’etichetta di neoconservatrice, identificandosi come centrista. Il suo primo libro, How to Fight Anti-Semitism [Come lottare contro l’antisemitismo], pubblicato in settembre, in apparenza mette in guardia contro la crescita dell’antisemitismo sia a sinistra che a destra. Eppure, allo stesso modo di altri recenti lavori su questa linea, come Antisemitism Here and Now [Antisemitismo qui e ora] di Deborah Lipstadt, pubblicato all’inizio di quest’anno, il punto essenziale del libro di Weiss è rimproverare la sinistra in quanto altrettanto cattiva, se non peggiore, della destra. Così facendo, continua la tradizione dei neoconservatori di calunniare la sinistra con accuse di antisemitismo. Mentre Weiss dedica attenzione ad alcune questioni di antisemitismo a sinistra, la sua analisi alla fin fine contribuisce a una pericolosa distorsione del fenomeno e a un trito tentativo di infangare i movimenti sociali progressisti nel nome del moderatismo centrista.

Nelle prime pagine del libro Weiss scrive in modo commovente del massacro avvenuto nel 2018 nella sinagoga “Tree of Life” [Albero della Vita], nella sua città natale di Pittsburgh, dove un nazionalista bianco ha ucciso undici fedeli e ne ha feriti altri sei. Si è trattato dell’attacco più letale contro ebrei nella storia degli Stati Uniti.Una buona parte della prima metà del libro è dedicata a raccontare questo ed altri atti di violenza antisemita commessi da estremisti di destra.Benché appassionate e necessarie, tale condanna di efferate atrocità non offre una visione originale sul fenomeno contemporaneo dell’antisemitismo.

Mano a mano che il libro prosegue diventa chiaro che le accuse di antisemitismo nei confronti della destra servono per lo più come preludio del vero punto cruciale del libro, che è la polemica contro l’antisemitismo della sinistra. Mentre Weiss riconosce che l’antisemitismo della destra è responsabile della grande maggioranza dell’attuale violenza fisica contro ebrei negli Stati Uniti e in Europa, osserva che tali atti sono condannati ad alta voce da pressoché tutti gli americani, incluso il presidente Trump. A differenza dell’antisemitismo di destra, che è trasparente e ovvio, sostiene lei, l’antisemitismo della sinistra è un’“iniziativa molto più sottile e sofisticata” che è “tipicamente nascosta nel…linguaggio della giustizia sociale e dell’antirazzismo, dell’uguaglianza e della liberazione.” E poiché gli ebrei sono storicamente identificati con la sinistra, il suo antisemitismo è disconosciuto, tollerato e gli viene consentito di diffondersi ancor di più. Poiché esso pone una minaccia interna ai valori e alle istituzioni progressisti, l’antisemitismo della sinistra è in ultima analisi più “insidioso e forse più radicalmente pericoloso” di quello della sua controparte di destra.

Una parte centrale dell’argomentazione di Weiss, e più in generale di quanti si autodefiniscono centristi, è l’affermazione secondo cui l’antisionismo è intrinsecamente antisemita. “Quando l’antisionismo diventa una posizione politica normativa,” scrive, “l’antisemitismo attivo diventa la norma.” Insistendo sul fatto che la lunga storia delle critiche ebraiche al sionismo non è più valida nel mondo post – Olocausto, rifiuta di accettare la possibilità che questa visione del mondo abbia un qualunque valore nell’attualità, respingendolo in modo derisorio come il programma di un misero “centinaio di anarchici impegnati a Brooklin e a Berkeley.” E mentre Weiss apparentemente riconosce che non tutte le critiche a Israele sono antisemite, dedica solo un paragrafo in tutto il libro all’anti-liberalismo dell’attuale governo israeliano e alle atrocità che ha commesso contro i palestinesi. Più in generale, ripete una pericolosa concettualizzazione dell’antisemitismo che include le critiche allo Stato di Israele. Sotto l’apparenza della neutralità politica, la “definizione provvisoria di antisemitismo” adottata dal governo del Regno Unito, dall’Unione Europea e da un’ampia gamma di organizzazioni non governative, prende di mira disordinatamente le critiche di sinistra alle violazioni israeliane dei diritti umani. Persino lo studioso americano che per primo ha stilato la definizione provvisoria ha condannato il suo uso come strumento di repressione della libertà di parola.

Ci dev’essere un legittimo dibattito sulla questione su se e perché Israele è preso di mira dalla sinistra rispetto ad altri Stati che commettono anche loro violazioni dei diritti umani e atrocità in modo sistematico. Ma mentre Weiss e altri centristi lamentano che i misfatti di Israele sono distorti e presi fuori dal contesto, essi fanno regolarmente altrettanto prendendo di mira intellettuali ed attivisti di sinistra. Rifiutando di confrontarsi con le idee di studiosi di sinistra che collocano Israele all’interno del paradigma del colonialismo d’insediamento e dell’imperialismo europeo e americano, lei al contrario sceglie esempi per evidenziare un presunto problema sistemico. Mentre cita qualche considerazione volgarmente antisemita fatta da docenti del dipartimento di studi sul Medio Oriente della Columbia University, omette i molti altri esempi in cui docenti della Columbia e altrove sono stati presi di mira da gruppi ebraici di destra, compresa “Canary Mission” [sito filoisraeliano che diffonde denunce e calunnie contro militanti filopalestinesi, ndtr.], solo perché criticano il sionismo o appoggiano il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS). Mentre descrive gli intellettuali di sinistra come un branco di prepotenti antisemiti, [l’autrice] rimane in silenzio riguardo al suo stesso ruolo in campagne che intendono distruggere la carriera e la reputazione di molti professori in nome della “libertà accademica”.

L’Islam è un’altra questione centrale della denuncia centrista dell’antisemitismo di sinistra. Weiss lamenta che la sinistra accusi di essere islamofobo chiunque denunci l’antisemitismo nella comunità musulmana. “Ci vorrà molto per spiegare perché ‘la sinistra militante’ insisterà all’infinito su una panetteria che non vuole fare una torta per un matrimonio gay, ma non ha niente da dire sul delitto d’onore.”

Benché l’eredità del colonialismo europeo possa spiegare l’esistenza dell’antisemitismo nel Medio Oriente di oggi, sostiene, non dovrebbe giustificare tali convinzioni. Ma mentre Weiss non esita a evidenziare i pericoli di basarsi eccessivamente sull’ideologia post-coloniale, rifiuta di riconoscere i modi in cui le sue stesse opinioni sono modellate sull’ideologia successiva all’11 settembre. Il libro equipara costantemente l’Islam all’estremismo islamico e riproduce le argomentazioni dell’apparato della sicurezza nazionale statunitense post- 11 settembre. Uno degli esempi che offre dell’antisemitismo musulmano negli Stati Uniti è il tentativo di attentato dinamitardo del 2009 contro due sinagoghe nel Bronx. Ripetendo i resoconti giornalistici più in voga di quegli avvenimenti, omette il fatto che quei presunti terroristi antisemiti erano vagabondi affamati, senza casa e malati mentali di Newburgh, New York, che vennero incastrati dall’FBI, che creò l’idea di un complotto, offrì grandi somme di denaro alle sue vittime e li addestrò a usare bombe. Questo è un palese esempio dei molti modi in cui Weiss e altri distorcono le opinioni e le attività di noti musulmani progressisti come Ilhan Omar e Rashida Talib [due deputate, una somala e l’altra palestinese, della sinistra del partito Democratico americano, ndtr.] che sono state accusate di antisemitismo. Ossessionata dal loro uso di luoghi comuni antisemiti, Weiss minimizza i luoghi comuni razzisti che sono stati adottati contro di loro e considera patologici i rapporti di solidarietà che si sono creati tra loro e gruppi di ebrei progressisti.

La sordità che Weiss dimostra riguardo alla sua stessa islamofobia è accompagnata dalla sua volontaria cecità per il ruolo della razza nei dibattiti riguardo all’antisemitismo contemporaneo. Sfidando la nozione secondo cui l’antisemitismo abbia qualcosa a che fare con la razza, Weiss refuta l’affermazione in base alla quale gli ebrei sono bianchi. Circa la metà degli ebrei in Israele, nota, sono sefarditi che arrivano dalla Spagna, dal Nord Africa, dalla Persia e dal Medio Oriente. Ciò può essere vero, ma non dà conto delle forme complesse in cui nonostante ciò l’ideologia razzista europea continui ad esistere in Israele, come esaminato nel lavoro di Ella Shohat. Non affronta neanche lo status razziale degli ebrei negli Stati Uniti. Nel suo libro del 1998, How Jews Became White Folks [Come gli ebrei sono diventati bianchi], Karen Brodkin esplora l’ambivalenza e l’inquietudine che accompagnarono l’accettazione degli ebrei nel proverbiale “Sogno Americano” postbellico. Al contrario Weiss formalmente riconosce i propri privilegi in quanto ebrea nell’America contemporanea, ma non come il suo status si fondi sull’essere bianca. Quindi non è in grado di fare i conti con i modi in cui le sue idee sono state modellate dalll’eredità del centrismo liberalista che si fonda sulla razza.

“Il centro è venuto meno,” lamenta Weiss. Come Arthur Schlesinger, autore del libro del 1949 The Vital Center [Il Centro Vitale], Weiss presenta il centrismo come la risposta razionale e ragionevole a un’America minacciata dall’estremismo sia di destra che di sinistra. E come Schlesinger, Weiss immagina se stessa come una voce obiettiva di moderazione che si trova al di fuori e al di sopra dell’ideologia. Mentre gli estremisti dei due estremi dello spettro ideologico adottano una pericolosa “lealtà tribale”, lei si schiera solo per la verità e la giustizia. Weiss rivolge le proprie avvertenze sui pericoli dell’antisemitismo di sinistra a quanti vedono allo stesso modo la polarizzazione della politica americana come la minaccia esistenziale per la Nazione e desiderano un ritorno al centro vitale.

Il lettore ideale del libro è un ebreo americano che si identifica come progressista ma si sente lontano e non accettato nei circoli progressisti. Il capitolo conclusivo del libro offre consigli a questo lettore su come “controbattere”: “smetti di colpevolizzarti”, “appoggia Israele”, “affidati all’ebraismo”, “racconta la tua storia”. Per contro Weiss caratterizza gli ebrei progressisti come collaboratori e complici dell’antisemitismo paragonabili agli ebrei filo-stalinisti che furono “agenti della loro stessa distruzione” in Unione Sovietica. Se sei uno di quegli individui, Weiss vuole metterti in guardia perché tu veda l’errore del tuo modo di essere prima che sia troppo tardi. Benché formulati nel linguaggio dell’attenzione e della preoccupazione, questi avvertimenti risultano calunnie politiche appena velate che ripetono la caricatura che la destra fa della sinistra.

Per molti progressisti è fin troppo facile sparlare di Weiss. Come illustrano recenti recensioni del suo libro, è una di quelle figure che la sinistra ama odiare. Ma mentre Weiss ed altri neoconservatori contrari a Trump possono essere facili bersagli, non è sufficiente deridere le risposte centriste all’antisemitismo. Benché non riescano ad avvicinarsi neanche lontanamente a fornire buone risposte, esse affrontano alcune importanti domande sul ruolo, lo status e l’esperienza degli ebrei nella politica progressista. Alcuni dei momenti più interessanti e stimolanti di How to Fight Anti-Semitism sono quelli in cui Weiss esprime la sensazione di esclusione dai circoli progressisti che, afferma, instillano un sentimento di colpa e di vergogna nell’identità ebraica contemporanea.

È un’affermazione comune che ripete i punti salienti delle critiche di Bill Maher e di altri critici di centro alla sinistra in generale. Invece di ignorare o sfottere queste sensazioni, dobbiamo analizzare come altri intellettuali ebrei le hanno elaborate in modo più produttivo. Michael Lerner, un rabbino e fondatore del movimento di rinnovamento ebraico, ne è un buon esempio. Lerner è un uomo impegnato a sinistra. Per decenni si è espresso a favore del movimento progressista per la giustizia sociale, ha criticato Israele ed ha messo in guardia contro i pericoli dei tentativi del movimento neoconservatore di corteggiare gli ebrei americani. Lui e la sua famiglia sono stati presi di mira personalmente dai sionisti militanti. Riguardo all’antisemitismo, tuttavia, Lerner non è un difensore della sinistra. Nel suo libro del 1992 The Socialism of Fools: Anti-Semitism on the Left [Il Socialismo degli Imbecilli: l’antisemitismo della sinistra], scritto in seguito ai Crown Heights Riots [i disordini di Crown Heights, zona di Brooklyn dove nel 1991 l’uccisione accidentale di un bambino da parte di un’auto guidata da ebrei scatenò una rivolta antiebraica della popolazione di colore, ndtr.] in un clima di tensioni crescenti tra ebrei e neri, egli condivideva apparentemente alcune delle preoccupazioni dei centristi. Lerner sosteneva che l’attuale movimento per la giustizia razziale si stesse ingiustificatamente inimicando gli ebrei. Era particolarmente arrabbiato per l’identificazione degli ebrei come bianchi che beneficiano del sogno americano e oppressori delle comunità di colore.

Nell’esprimere la sua frustrazione, Lerner respingeva anche l’affermazione secondo cui gli ebrei sono bianchi. Tuttavia lo fece in un modo che riformulava la concezione di bianco come forma della sua stessa oppressione. In Jews and Blacks [Ebrei e Neri] (1995), un libro con la trascrizione delle conversazioni tra Lerner e Cornel West [intellettuale militante afro-americano, ndtr.] Lerner riconosce il prezzo storico, materiale e psicologico del fatto che gli ebrei siano considerati bianchi in America: “Non solo siamo stati beneficiari della ricchezza americana (acquisita dagli americani a spese del genocidio degli indiani americani e poi della schiavitù di milioni di africani e dell’uccisione di altri milioni nel corso del processo), abbiamo avuto anche meno probabilità di diventare il principale “Altro” trasformato in vittima negli USA proprio perché quel ruolo era già assegnato agli afroamericani.” Lerner evidenziava anche come l’accettazione nell’America Bianca negli anni ’50 avesse contribuito all’accettazione sociale: “Molti ebrei americani erano interessati a normalizzare la propria vita in America…si concentrarono nel farlo e nell’accumulare benessere e potere.”

Invece di negare la realtà storica della condizione di bianco, egli la evidenziava come una forma di dipendenza materiale e psicologica che in ultima analisi è negativa per i bianchi come per i neri. Così facendo riprendeva le critiche alla condizione di bianco sviluppate da James Baldwin [scrittore e intellettuale afroamericano, ndtr.] e da altri i cui scritti hanno ispirato il campo accademico degli studi sulla condizione di bianco che sono sbocciati nelle università durante gli anni ’80 e ’90. Lerner sosteneva che la condizione di bianchi obbligò gli ebrei a concentrarsi solo sui loro interessi particolari e a dimenticare la tradizione universalistica della tikkun olam, un dovere di risanare e trasformare il mondo. Utilizzando il linguaggio della religione e della spiritualità, egli evidenziava i pericoli politici del rafforzamento dell’associazione tra ebreo e bianco: “Quelli che vedono gli ebrei come ‘privilegiati’ o ‘bianchi’ di fatto contribuiscono a rafforzare la paranoia degli ebrei di destra riguardo ad un mondo che rimarrà sempre insensibile agli ebrei, come è stato nel XX secolo del genocidio.” Invece di una politica che sminuisce l’oppressione degli ebrei e fa sentire gli ebrei a disagio con se stessi, Lerner invocava una “politica di senso” trasformatrice che venisse alimentata da un senso di solidarietà e da un desiderio condiviso di cambiare in modo fondamentale l’ordine prestabilito a favore di tutti.

L’approccio di Lerner non è privo di problemi e Cornel West giustamente mise in discussione come, tra le altre cose, questa visione potesse servire a nascondere, invece di evidenziare, le disuguaglianze del capitalismo basato sulla razza. Ma è un’importante reminiscenza del fatto che non dobbiamo negare l’esistenza dell’antisemitismo a sinistra per lottare contro le sue molto più pericolose manifestazioni nella politica della destra attuale. A livello molto elementare, possiamo riconoscere l’esistenza dell’antisemitismo nella storia del pensiero e della politica della sinistra. Sì, la figura dell’ebreo negli scritti di Marx è antisemita. Sì, Stalin massacrò migliaia di ebrei, compresi molti che erano leali alla causa. Possiamo anche riconoscere che ogni tanto il discorso attuale della sinistra, anche se per lo più involontariamente, flirta con luoghi comuni ed assunti antisemiti. Sì, è problematico escludere persone dalla Women’s March [Marcia delle Donne, manifestazioni in tutti gli USA a favore dei diritti delle donne, ndtr.] solo perché portano la stella di David.

Ma non dobbiamo neppure accettare la formulazione centrista del problema. La Women’s March è un buon esempio. Per Weiss il problema è che i sionisti non siano accettati nei circoli progressisti. Ma, per gli ebrei progressisti, il problema è il presupposto secondo cui un simbolo ebraico viene interpretato come un simbolo sionista, cancellando il ruolo degli ebrei nella storia della sinistra e lavorando contro una politica di solidarietà. Il problema con cui la sinistra deve fare i conti non è l’antisemitismo di per sé, ma piuttosto il ruolo, lo status e il senso dell’ebraismo nella politica progressista. Cercare forme migliori per includere l’ebraismo nelle politiche progressiste può essere una fonte di rafforzamento della sinistra. Gruppi come “IfNotNow” [SeNonOra, gruppo di ebrei americani contro l’occupazione, ndtr.] e Jewish Voice for Peace [Voce Ebraica per la Pace, altro gruppo ebraico americano antisionista, ndtr.] sono testimonianze di tale possibilità trasformatrice.

In ultima analisi, Weiss e altri analisti neoconservatori dell’antisemitismo contemporaneo obbligano gli ebrei a stare all’interno di una politica cinica che pone la sopravvivenza degli ebrei in contrasto con altri movimenti per la giustizia sociale.

I progressisti hanno una visione più convincente da offrire, in cui una politica di solidarietà affronta minacce contro le comunità ebraiche non a spese di altri “Altri”, ma insieme ad essi.

Hannah Gurman

Hannah Gurman è una docente associata di storia e studi americani presso la Gallatin School per lo studio individualizzato all’università di New York.

(traduzione di Amedeo Rossi)