Come rispondere a questa domanda: “Riconosci ad Israele il diritto di esistere?”

Abdulrahim Saad,di 82anni regge le chiavi della sua casa di Lod volendo dimostrare di essere proprietario e di volere ritornare.ora è rifugiato nel campo di Askar vicino Nablus Askar.Foto di Nedal Eshtayah
Share on FacebookTweet about this on Twitter
image_pdfimage_print

Steven Salaita

10 dicembre 2019 – Mondoweiss

Quando gli antisionisti discutono di Medio Oriente, raramente si pone la questione dell’esistenza di Israele. È quasi esclusivamente un argomento dei filoisraeliani. Noi ci concentriamo sulla liberazione nazionale, su come sopravvivere alla repressione, sulle strategie della resistenza, sul recupero delle storie rimosse, sulle complesse (e a volte delicate) relazioni all’interno di una popolazione indigena disgregata da decenni di aggressione. Che uno Stato colonialista – o qualunque Stato, in realtà – non possieda alcun diritto ontologico è un assunto non esplicitato.

“Riconosci il diritto di Israele ad esistere?” simula un rispetto per gli oppressi, ma è un’asserzione del tutto differente, che trasforma complesse idee di liberazione in un grossolano test di correttezza politica. Dare priorità allo Stato come degno di rilievo, come qualcosa a cui automaticamente dobbiamo rispetto, riconduce la vita agli imperativi del capitale.

Lo scopo principale della domanda è attribuire una posizione bieca ai dissidenti. Essa raggiunge tale obbiettivo anche quando i dissidenti non ne hanno sostenuto la distruzione. La mera difesa della vita dei palestinesi è sufficiente ad evocare il timore dei coloni per la propria esistenza. Per gente cresciuta nel dogma ortodosso, Israele è sinonimo di progresso, tecnologia e produzione. Affermare la sua esistenza è un sostegno allo status quo; non importa quanto sia assurda come premessa morale, negli ambienti capitalisti è una domanda del tutto sensata.

Ci sono tantissime ragioni per evitare la domanda. La prima ragione è pratica: noi non promuoviamo la distruzione di comunità umane, ma di ideologie che portano al razzismo e all’ineguaglianza. Confondere il popolo ebraico (o di qualunque nazionalità) con l’esistenza di un regime violento e rapace è sia insidioso che immorale. Quel genere di confusione è un grave danno per gli attivisti e gli intellettuali che si impegnano per un mondo migliore – e per le comunità per le quali un mondo migliore è una necessità per sopravvivere. Nessuno mi ha mai chiesto di ribadire l’esistenza di un altro Stato-Nazione, una richiesta che avrei analogamente rifiutato. I sionisti pretendono continuamente per Israele un trattamento speciale.

Inoltre è una grave impudenza per gli alfieri di uno Stato fondato sulla distruzione della Palestina e che da 80 anni compie una pulizia etnica chiedere alle vittime della sua crudeltà di essere riconosciuto. Ancor peggio, il riconoscimento non è che la punta dell’iceberg della domanda. Ci viene chiesto anche di legittimare l’apartheid e di ignorare la costante perpetrazione di crimini di guerra. La conclusione è avallare Israele come una componente militarizzata dell’imperialismo occidentale – in altri termini, affermare l’esistenza di un’entità profondamente disumana.

Prendiamo in considerazione la domanda nel contesto del Nord America, dove viene posta più frequentemente. Quelli tra noi che operano in questa area geografica non hanno l’autorità di rinunciare a circa l’80% (e probabilmente al 100%) della Palestina storica. Non vi è alcun diritto per un occidentale di abbandonare la Palestina dietro pressione di un’insistenza falsamente umanitaria da parte dei sionisti, secondo cui la loro perfidia è giustificata perché ci renderà in qualche modo cittadini più responsabili.

Sono felice, anzi ansioso, di affermare il diritto del popolo ebraico di vivere in pace e sicurezza ovunque, un diritto che spetta ad ogni essere umano senza ordine di priorità. Ma non intendo ratificare la fondazione cruenta di Israele o il suo culto della supremazia razziale. In fin dei conti, quando i sionisti chiedono di affermare il diritto di Israele ad esistere, ciò che in realtà chiedono è l’affermazione della non esistenza dei palestinesi.

Al di là di questi fattori filosofici, politici e pratici, vi è una valida ragione psicologica per respingere la domanda. In questo presunto conflitto i sionisti sono gli oppressori e godono di un sostegno pressoché universale nei centri del potere politico ed economico. Hanno più finanziamenti, l’accesso ai principali media e l’appoggio dell’esercito USA. Tuttavia i palestinesi hanno un unico tipo di potere che non necessita di denaro, di piattaforme o di armamenti: la capacità di negare legittimità a Israele. È un piccolo potere, privo di strumenti concreti, ma è comunque potere, del tipo che solo un pazzo o un opportunista potrebbe cedere. Quando un oppressore fa della sottomissione la base della responsabilità civile, l’insolenza è l’unica risposta dignitosa.

Steven Salaita

Il più recente libro di Steven Salaita è ‘Inter/nationalism: decolonizing native America and Palestine’ [Inter/nazionalismo: decolonizzare l’America dei nativi e la Palestina].

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)