La Russia sta utilizzando la religione per rafforzare la propria influenza tra i palestinesi

[ALEXEY DRUZHININ/AFP/GettyImages]
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Adnan Abu Amer

 1 febbraio 2020 – Middle East Monitor

Questa settimana il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha ricevuto il suo collega russo Vladimir Putin a Betlemme e non a Ramallah. La scelta della sede ha dato all’incontro un carattere inequivocabilmente cristiano, un fattore che è stato utilizzato recentemente dalla Russia nei suoi rapporti internazionali.

Lo scorso mese Putin si è incontrato con il patriarca della Chiesa greco-ortodossa di Gerusalemme, Teofilo III, per discutere delle difficoltà che i cristiani devono affrontare in Medio Oriente. Ha manifestato il suo appoggio per la salvaguardia delle proprietà della Chiesa ortodossa nella città e la protezione dei cristiani della regione. In novembre la Russia ha annunciato l’intenzione di proteggere i cristiani del Medio Oriente dopo che Putin ha incontrato il patriarca di Mosca con una delegazione dell’Autorità Nazionale Palestinese.

La politica estera “religiosa” è significativa anche perché Israele si prepara a concedere alla Russia la proprietà di una chiesa a Gerusalemme come parte di un accordo per il rilascio di una donna israeliana arrestata a Mosca. L’edificio si trova nel complesso russo della Città Vecchia occupata. La chiesa di Sant’Aleksandr Nevsky e altri immobili vennero venduti nel XIX secolo allo zar Alessandro III.

I rapporti russo-palestinesi si sono di recente sviluppati a vari livelli politici ed economici. Ciò che rappresenta una novità è la loro dimensione religiosa, che fornisce ai russi un ulteriore punto di vista riguardo alle questioni palestinesi.

L’interesse di Putin per i tentativi di conservare e sostenere le proprietà ortodosse a Gerusalemme pare essere in parte dovuto all’intenzione di evitare che coloni ebrei li comprino o li occupino. Il patriarca ha ringraziato il presidente russo per il suo sostegno e la donazione del 2016 per il restauro della chiesa della Natività a Betlemme.

Guarda caso questa settimana la Corte Suprema israeliana ha ribaltato una decisione presa lo scorso giugno per la vendita di una proprietà del patriarcato della Chiesa greco-ortodossa nella Città Vecchia di Gerusalemme all’associazione dei coloni Ateret Cohanim. I palestinesi sono preoccupati di simili transazioni commerciali perché la Chiesa ortodossa ha il principale portafoglio immobiliare in Palestina, secondo solo ai beni religiosi islamici. Abbas non si è scontrato con la Chiesa per la vendita delle sue proprietà ai coloni, nonostante le proteste dei cristiani arabi, probabilmente per il fatto che per tali vendite è necessario l’avvallo russo. Tuttavia la Chiesa non sembra essere troppo preoccupata di disporre delle sue proprietà in questo modo.

I palestinesi parlano di complicità con le autorità occupanti da parte di alcune personalità ortodosse che concedono le proprietà ai coloni per ricavarne un guadagno personale. Altri parlano di una vera e propria corruzione all’interno della leadership della Chiesa. Anche la Russia potrebbe non essere estranea alle transazioni immobiliari con gruppi di coloni.

Turisti cristiani russi visitano la Palestina per visitare le chiese ortodosse, le proprietà storiche e i resti archeologici a Gerusalemme, Hebron, Gerico e Betlemme. Ciò potrebbe spiegare il crescente interesse di Putin, anche se l’ANP non ha la capacità di bloccare la perdita di proprietà cristiane a favore dei coloni perché Israele impone la propria sovranità su Gerusalemme.

Fonti della chiesa palestinese mostrano che l’1% dei palestinesi nei territori occupati sono cristiani. Si tratta di circa 450.000 persone distribuite in Cisgiordania, Gerusalemme est e Israele. Di questi il 51% sono appartenenti alla Chiesa greco-ortodossa e il resto è distribuito tra sette denominazioni, le più importanti delle quali sono la cattolica romana e protestanti.

Le ragioni principali del terribile calo del numero dei palestinesi cristiani che vivono nella culla della Cristianità sono la loro emigrazione a causa della continua occupazione israeliana, la cattiva situazione economica e il desiderio di vivere in un Paese sicuro. Lo scorso anno Putin ha detto che la situazione dei cristiani in Medio Oriente è “catastrofica” e il leader russo ha descritto il suo intervento militare in Siria nel 2015 come una guerra santa per proteggervi i cristiani.

Ciò significa che la Russa sta tornando alle sue radici cristiane precedenti al comunismo? Almeno in Palestina la religione sembra essere utilizzata per rafforzare l’influenza di Mosca.

A ottobre Putin ha manifestato il proprio parere negativo riguardante l’“accordo del secolo” statunitense ed ha affermato di aver proposto negoziati tra israeliani e palestinesi a Mosca, ma senza successo. Ciò è stato visto dai palestinesi come un appoggio nei loro confronti di fronte alle pressioni USA perché accettassero l’accordo.

La posizione russa è che la causa della violenza nella regione è dovuta al fatto di non aver risolto la questione palestinese. Tuttavia la Russia ha stretti rapporti con Israele, dove vive un milione e mezzo di ebrei sovietici/russi.

Il sostegno dei palestinesi per le recenti posizioni della Russia non significa che essi siano interessati a passare dalla mediazione esclusivamente statunitense a quella russa. Vogliono una mediazione internazionale e la posizione di Putin sull’“accordo” incoraggia i palestinesi a continuare a rifiutarlo. Ciò isola ancor più gli USA e incrementa la sua ostilità verso i legittimi diritti dei palestinesi.

È evidente il desiderio della Russia di riempire il vuoto lasciato da Washington in Medio Oriente e il suo uso della questione palestinese per aumentare la propria influenza. I palestinesi possono trarre vantaggio dalla polarizzazione tra Washington e Mosca, spingendo quest’ultima a schierarsi con la loro causa. Tuttavia i russi hanno posizioni relativamente equidistanti, dato che condividono anche interessi strategici con Israele.

Comunque i palestinesi hanno accolto positivamente la collaborazione con i russi, senza voltare le spalle agli americani. Sperano che entrambi siano più equilibrati quando si tratta dei diritti dei palestinesi. I contatti con la Russia implicano che il mondo non è governato esclusivamente dagli USA e contribuiscono a conservare la visibilità dei palestinesi a livello internazionale. Tali contatti possono anche contribuire a contrastare l’“accordo del secolo” reso pubblico questa settimana a Washington.

Oltretutto la Russia, a differenza degli americani, è uno dei pochi Paesi al mondo ad avere rapporti con tutte le principali fazioni palestinesi, il che dovrebbe renderla più rappresentativa nel cercare di mediare. Tuttavia Israele non vuole far riferimento a nessun altro Paese che non siano gli USA dalla sua parte, il che può bloccare o rallentare i progressi di Mosca a questo proposito.

Secondo i palestinesi la Russia sta estromettendo gli USA dal dossier palestinese utilizzando la sua alleanza con potenze regionali in contrasto con Washington, come Iran e Turchia. Mosca punta anche sui suoi successi politici e militari in Siria, che l’hanno incoraggiata a intervenire altrove.

Come membro del consiglio di Sicurezza dell’ONU con diritto di veto, il coinvolgimento positivo della Russia nella vicenda palestinese può contribuire a trovare un equilibrio di fronte alla parzialità degli USA a favore di Israele. È un’ulteriore ragione per cui Israele vuole trattare solo attraverso Washington.

Tuttavia per il momento il ruolo della Russia si limita a ricevere delegazioni politiche e a fare dichiarazioni diplomatiche, senza trasformarle in azioni concrete. Mentre c’è una chiara dimensione cristiana della politica estera russa sul conflitto israelo-palestinese, questa è presente anche nell’appoggio americano a Israele, soprattutto la forte influenza degli evangelici sionisti che sostengono sempre e comunque Israele.

Pertanto, data l’ovvia influenza degli ebrei, dei cristiani ortodossi e dei cristiani evangelici, non c’è da stupirsi che il mondo rifiuti qualunque tentativo palestinese di legare il conflitto con Israele alle proprie credenze ideologiche basate sull’Islam.

Le opinion esposte in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

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