La bomba Peter Beinart: “Non credo più in uno Stato ebraico”

Peter Beinart
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Sylvain Cypel

24 luglio 2020 – Orient XXI

È una bomba che l’accademico americano Peter Beinart ha lanciato all’inizio di luglio nel suo ambiente intellettuale ed affettivo con la pubblicazione uno dopo l’altro di due articoli nei quali mette in discussione l’esistenza stessa dello Stato di Israele. “Yavneh: A Jewish Case for Equality in Israel-Palestine” (Yavneh: un appello ebraico per l’uguaglianza in Israele – Palestina) è comparso il 7 luglio nel trimestrale progressista Jewish Currents, di cui Beinart è redattore capo. Il secondo, sotto il titolo più provocatorio “I No Longer Believe in a Jewish State” (Non credo più in uno Stato Ebraico), è uscito il giorno dopo sul New York Times.

Fortemente impregnato di cultura ebraica, osservante senza essere praticante, Peter Beinart (49 anni) è politologo, docente alla City University di New York. È anche giornalista, collaboratore fisso del mensile the Atlantic [rivista progressista USA di cultura, letteratura, politica estera, salute, economia, tecnologia e scienza politica, ndtr.] e del quotidiano ebraico di New York The Forward [storico giornale della comunità ebraica USA, ndtr.]. Si definisce da sempre sionista progressista (“liberal”). Nel suo articolo sul New York Times si rivolge direttamente a quelli che hanno la sua stessa affiliazione sionista, alla quale intende essere fedele, per dire a loro di aver aderito con entusiasmo all’idea degli accordi di Oslo, firmati nel 1993, quella dei due Stati per due popoli che vivessero in pace uno di fianco all’altro. Così, scrive, si poteva continuare ad essere “al contempo progressisti e sostenitori di uno Stato ebraico.” Ma “gli avvenimenti (che hanno fatto seguito ad Oslo) hanno spento questa speranza.” Non possiamo esimerci dal constatare che “nella pratica, Israele ha già annesso la Cisgiordania da molto tempo.” Quanto alla possibilità di due Stati sovrani separati, essa è svanita (è divenuta, precisa in un altro articolo, un “mascheramento” per meglio inasprire la spoliazione dei palestinesi occupati. Noi ebrei progressisti dobbiamo affrontare questa realtà e “deciderci”. Quanto a lui, la questione è risolta: bisogna, conclude, “sposare l’obiettivo non dei due Stati, ma quello dell’uguaglianza dei diritti per gli ebrei ed i palestinesi” che abitano questa stessa terra.

Israele, uno Stato intrinsecamente segregazionista

Sul piano politico questa uguaglianza, secondo lui, può prendere la forma di uno Stato unico con diritti uguali per tutti – un uomo, una donna, un voto -, oppure di una “confederazione di due Stati profondamente integrati” tra loro. In questi due casi, continua, Israele smetterà di essere uno Stato ebraico. A quelli che pretendono nel migliore dei casi che sia un utopista, e nel peggiore un traditore della causa sionista, Beinart ribatte in anticipo che in primo luogo Israele è già di fatto uno Stato binazionale, dove una nazione ne domina un’altra. E in secondo luogo che “la soluzione dell’uguaglianza dei diritti è diventata più realista di quella della separazione” dati gli sviluppi sul terreno, dove le due popolazioni vivono sempre più interconnesse, mentre ogni giorno tra loro si rafforza la segregazione. In breve, dato che lo Stato ebraico non potrà più essere altro che quello che è diventato, uno Stato intrinsecamente segregazionista, ritiene che sia venuto il momento di trarne le conseguenze: questo Stato non ha più un futuro, almeno un futuro degno di essere appoggiato.

Quale sarebbe pertanto il futuro politico degli ebrei su questa terra comune agli israeliani e ai palestinesi? In subordine, come rimanere sionisti rinunciando nel contempo allo Stato ebraico? Beinart tenta di rispondere più nel dettaglio a queste domande nell’altro articolo, più lungo e più intimo. Il nocciolo della sua risposta risiede in un’idea…a dir poco bizzarra: “L’essenza del sionismo, proclama, non è di costruire uno Stato ebraico sulla Terra d’Israele, ma di crearvi un focolare ebraico.” D’altra parte “i primi sionisti si preoccupavano, innanzitutto, di creare un posto che servisse come rifugio e un luogo di rivitalizzazione” dell’ebraismo, non uno Stato.

Egli fa appello ai mani di Ahad Haam (Asher Ginsburg), uno dei primi sionisti che, contro il fondatore del movimento Théodor Herzl, alla fine del XIX secolo sostenne la creazione non di uno Stato ebraico, ma di un centro culturale sulla terra d’Israele che costituisse essenzialmente un polo spirituale per gli ebrei di tutto il mondo. Ahad Haam criticò anche l’atteggiamento dei primi coloni ebrei in Palestina nei confronti della popolazione locale.

Beinart fa anche riferimento a Martin Buber, filosofo ebreo tedesco sionista che negli anni ’30 propugnava l’edificazione di uno Stato binazionale di ebrei e arabi palestinesi insieme. Promuovere l’uguaglianza tra ebrei israeliani e arabi palestinesi “non vuol dire necessariamente abbandonare il sionismo”, ma solo l’idea di uno Stato ebraico, sostiene Beinart. Meglio: sarebbe tornare in qualche modo a un sionismo originario. Preservare il futuro degli ebrei israeliani passerebbe per l’abbandono di un Stato ebraico a beneficio di uno Stato binazionale (o di una confederazione) in cui gli ebrei non avrebbero più a disposizione un loro Stato, ma un “focolare” culturale che potrebbero sviluppare in pace.

L’uguaglianza e la parità al cuore del progetto

Nell’immediato, è improbabile che l’argomento della preservazione del sionismo convinca i sionisti contemporanei, e neppure i palestinesi, in primo luogo perché il libro fondatore del sionismo non si intitola “Il focolare ebraico”, né “Il centro spirituale ebraico”, ma piuttosto “Lo Stato ebraico”, e che non si tratta di un equivoco. Inoltre perché i pensatori a cui Beinart fa riferimento rimasero entrambi estremamente marginali in seno al sionismo. Infine, e soprattutto, perché si può difficilmente cancellare più di un secolo di storia del sionismo “reale”, che ha costantemente mostrato che intendeva erigere uno Stato etnico ebraico a danno della popolazione autoctona della Palestina.

Ma in fondo la questione che sembra assillare Beinart, cioè la conservazione della legittimità iniziale del sionismo, non ha nessuna importanza pratica per l’oggetto stesso del suo articolo, perché l’essenziale è che egli colloca al centro delle sue preoccupazioni le nozioni di uguaglianza, di parità tra di due protagonisti del conflitto, gli ebrei israeliani e i palestinesi. Si può condividere o essere in disaccordo con la prospettiva di uno Stato in comune evocata da Beinart, o anche considerarla possibile ma irrealistica nell’immediato. In ogni caso, non si può eludere la questione della necessaria uguaglianza “in dignità e diritti”, come dice la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, dei palestinesi con i loro oppressori. Ponendo questo presupposto come la chiave per la fine del conflitto, Beinart ammette di giungere a una rottura radicale con lo Stato d’Israele e la sua politica segregazionista, e chiede ai suoi lettori di portare fino in fondo questa rottura insieme a lui.

Ciò che è necessario, ritiene, è uscire dalla trappola infernale che blocca ogni sviluppo della situazione. Perché, secondo lui, l’apparente status quo attuale porta al peggio, cioè all’esasperazione di una tendenza israeliana il cui vero obiettivo mira a una nuova “espulsione massiccia” dei palestinesi. L’annessione di una grande parte della Cisgiordania prevista da Israele, scrive, “non è la fine del viaggio. Non è che una stazione lungo la via che porta all’inferno.”

Una legge del ritorno per gli ebrei e i palestinesi

A partire da qui Beinart propone di promuovere lo Stato binazionale come unica opzione, innanzitutto perché una simile prospettiva, l’idea dell’uguaglianza, porta a pensare al suo contenuto. Così, a differenza del Sudafrica del dopo apartheid, l’uguaglianza dei cittadini in uno Stato comune tra palestinesi e israeliani dovrà non solo proteggere i diritti individuali di ognuno, ma anche i diritti nazionali delle due popolazioni. Beinart immagina una legge del ritorno che, contrariamente a quella che attualmente esiste in Israele a favore esclusivo degli ebrei, riguarderebbe sia gli ebrei che i palestinesi della diaspora, come l’aveva immaginata a suo tempo l’intellettuale palestinese Edward Said, E ne conclude:

Dopo generazioni, gli ebrei hanno concepito lo Stato ebraico come un tikun (il termine, di origine biblica, significa “riparazione”), un rimedio, un mezzo per superare l’eredità del genocidio. Ma ciò non ha funzionato. Per giustificare l’oppressione dei palestinesi da parte nostra, l’idea di uno Stato ebraico ha richiesto che vedessimo in loro dei nazisti (…) Il vero tikun risiede nell’uguaglianza, in un focolare ebraico che sia anche un focolare palestinese. Solo aiutando i palestinesi ad avere accesso alla libertà noi ci libereremo del peso del genocidio.”

E sogna, in uno Stato comune, un “museo della Nakba [la “Catastrofe”, la pulizia etnica che ha cacciato buona parte della popolazione palestinese dall’attuale territorio dello Stato di Israele, ndtr.]” che sarebbe costruito sul luogo che ospita il cimitero di Deir Yassin, luogo simbolo di un massacro commesso nel 1948 dalle forze israeliane. Deir Yassin, villaggio raso al suolo diventato il quartiere ebraico di Kfar Shaul, si trova solo a 1,5 km dallo Yad Vashem, il museo memoriale della Shoah.

Sviluppando questa visione, Beinart aderisce a quella di Avraham Burg, ex-presidente del parlamento israeliano e dell’Organizzazione Sionista Mondiale che, dopo il fallimento dei negoziati di Camp David nel luglio 2000, ha progressivamente cambiato opinione a favore di un abbandono delle basi ideologiche del sionismo, sostenendo l’idea che uno Stato ebraico porterà alla rovina gli israeliani ebrei “chiusi in un ghetto sionista”, in quanto questo Stato strumentalizza il passato degli ebrei per meglio imporre ai palestinesi un regime di ingiustizia permanente.

Beinart aderisce soprattutto alle idee del grande storico anglo-americano Tony Judt, che nel 2003 aveva suscitato negli Stati Uniti una clamorosa polemica interrogandosi sulla possibilità di uno Stato unico comune degli ebrei israeliani e dei palestinesi, cioè un futuro in cui non ci sarebbe più posto per uno Stato ebraico. Riservando solo ai cittadini ebrei una serie di diritti, l’idea stessa di uno Stato ebraico, riteneva, era “ancorata ad un altro tempo”, quello di un nazionalismo su base etnica. Quindi la società israeliana non poteva che sprofondare in una chiusura criminale senza futuro. In conclusione Israele “è diventato oggi dannoso per gli ebrei.”

La sua posizione appoggia una campagna antisemita”

Diciassette anni fa Judt era stato oggetto di una virulenta campagna da parte delle istituzioni ebraiche americane, che intendevano rendere illegittima la sua voce. Nonostante il sostegno della New York Review of Books [prestigiosa rivista culturale statunitense, ndtr.], si era ritrovato molto isolato. Oggi gli articoli di Peter Beinart sono stati accolti nella comunità ebraica e fuori da essa in modo molto diverso. Da questo punto di vista sono sintomatici dell’evoluzione in atto negli Stati Uniti.

In Israele gli articoli di Beinart sono stati nel complesso ignorati (e in Francia ancor di più). Sul quotidiano Haaretz [principale quotidiano israeliano di centro sinistra, ndtr.] Gideon Levy, anche lui sostenitore di uno Stato binazionale, l’ha calorosamente applaudito: finalmente, scrive, “Beinart ha visto la luce.” Il suo collega Anshel Pfeffer, al contrario, respinge la “realtà pratica” della sua visione, sia per gli ebrei israeliani che per i palestinesi. Beinart, sostiene, non vive dove succedono le cose, ma in un ambiente di intellettuali palestinesi e israeliani emigrati negli Stati Uniti. Su Yedioth Aharonoth, il principale quotidiano israeliano, Dror Yemini scrive: “Negare agli ebrei il diritto di possedere un focolare nazionale è antisemita. Beinart non è antisemita. Le sue intenzioni sono diverse, ma la sua posizione sostiene una campagna antisemita.” Un classico…

Al contrario negli Stati Uniti gli articoli sono stati molto discussi, provocando reazioni spesso prevedibili. Alan Dershowitz, l’“avvocato” compulsivo di Israele in ogni circostanza, ha ovviamente evocato una “soluzione finale alla Beinart”. Ma in un tweet l’ex-consigliere per la sicurezza nazionale di Barak Obama, Ben Rhodes, ha lodato il suo “coraggio” e la sua “riflessione”. E Rob Eshman, editore di The Forward, il sito quotidiano ebraico di New York, il giorno dopo è andato oltre: “Che ci piaccia o meno, Peter Beinart descrive la realtà.”

Lo status quo è inaccettabile”

Sul Los Angeles Times l’editorialista Nicholas Goldberg fornisce una chiave di lettura delle molteplici reazioni registrate: “Alcuni diranno che Beinart tradisce il sionismo e mette in pericolo gli ebrei, altri che propone la sola alternativa etica, moderna ed ugualitaria a un secolo di nazionalismi falliti. Molti preferiranno rilanciare l’opzione dei due Stati. Io faccio parte di quest’ultima categoria. Ma il cambiamento di opinione di Beinart, benché provocatorio, è stimolante. Ci ricorda che lo status quo è inaccettabile.”

Questa reazione è sintomatica del cambiamento epocale a cui si assiste negli Stati Uniti. A differenza del fiume di ingiurie che ha subito Judt 17 anni fa, l’idea di una vita di ebrei e palestinesi in uno Stato comune è ammessa da molti come legittima. Certo, su questo punto Pfeffer ha ragione: senza dubbio ciò è più vero negli ambienti accademici che in quelli politici, così come il sostegno al boicottaggio di Israele è più diffuso nei campus americani che altrove. Ma, fino a nuovo ordine, è proprio in quegli ambienti che in genere nascono le idee nuove. E la legittimità delle idee professate da Beinart è significativa del processo di delegittimazione che riguarda ormai lo Stato d’Israele negli Stati Uniti in circoli che non smettono di allargarsi – in primo luogo nel cuore stesso dell’ebraismo americano.

Sylvain Cypel

È stato membro del comitato di redazione di Le Monde, e in precedenza direttore di redazione del Courrier international [settimanale francese simile a Internazionale, ndtr.]. È autore di Les emmurés. La société israélienne dans l’impasse [I murati vivi. La società israeliana in un vicolo cieco] (La Découverte, 2006) e di L’État d’Israël contre les Juifs [Lo Stato d’Israele contro gli ebrei] (La Découverte, 2020).

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)