Noura Erakat
8 ottobre 2024-Mondoweiss
Nota del direttore: questa è la trascrizione di un discorso pronunciato da Noura Erakat il 30 agosto 2024 a Chicago come parte di un panel intitolato “All Eyes on Palestine”, alla conferenza “Socialism” a Chicago. Viene riproposto qui come parte della serie Mondoweiss Reflections on a Genocide.
È il giorno 329. La situazione sul campo a Gaza è solo peggiorata. Un quarto di milione di palestinesi probabilmente morirà di fame, carestia e malattie. Nelle parole di Lara Elborno, ogni giorno è il giorno peggiore, e peggiore di quello a cui abbiamo già assistito. Sistematiche violenze sessuali su detenuti palestinesi, rifugiati bruciati vivi in tende di plastica che li hanno soffocati prima che si sciogliessero sulla pelle, epidemia di poliomielite e ora un’incursione totale nella Cisgiordania in quella che i palestinesi hanno ripetutamente avvertito essere un progetto di pulizia etnica dal fiume al mare.
Questo orrore è amplificato dal fatto che segue tre decisioni della Corte internazionale di giustizia e una richiesta della Corte penale internazionale di mandati di arresto per il capo di Stato e il ministro della Difesa di Israele. Dopo che abbiamo completamente sfatato le bugie più razziste su atrocità che non hanno mai avuto luogo. Persino dopo che una parte solitamente silenziosa degli israeliani ha urlato a gran voce, questo genocidio coloniale continua con crescente crudeltà e un’incessante fornitura di armi che tu e io abbiamo pagato. Non ci sono più parole e certamente ancor meno c’è bisogno di esperti.
Quindi offro umilmente cinque lezioni che il genocidio a Gaza ci ha insegnato.
1. Ha esibito la permanente natura coloniale del diritto internazionale
Per quasi 11 mesi, abbiamo assistito a un genocidio coloniale e all’incapacità del diritto internazionale e delle istituzioni legali di fermarlo. Questo fallimento riflette la natura della Convenzione sul genocidio stessa, che è stata promulgata nel 1948, non perché sia la prima o la peggiore campagna per l’annientamento di un popolo, ma perché è la peggiore che si sia verificata all’interno delle coste europee [nel bacino del Mediterraneo, ndt.]. L’esclusione dei popoli indigeni, africani e asiatici dall’ambito del danno riflette in parte lo sviluppo delle leggi di guerra come progetto europeo che ha deliberatamente relegato i non europei a un “altro selvaggio” non idoneo allo status di civile. La bozza finale della Convenzione sul genocidio ha rimosso la violenza coloniale dal suo ambito e ha rappresentato un’umanità eurocentrica. L’incapacità di arginare il genocidio oggi illumina il fatto che non esiste un diritto internazionale ma un diritto per l’Europa e un diritto per tutti gli altri.
Ecco perché questa battaglia è stata anche ciò che lo studioso palestinese Nimer Sultany ha descritto come “un’epica battaglia legale tra il Sud del mondo e il Nord del mondo”. Si noti come, con poche eccezioni degne di nota, gli Stati del Sud del mondo siano intervenuti presso la Corte internazionale di giustizia per sostenere il Sudafrica, mentre gli stati del Nord del mondo sono intervenuti a nome di Israele. Si noti inoltre come il defunto presidente della Namibia abbia detto alla Germania di non avere autorità per commentare cosa sia e cosa non sia genocidio e che il Nicaragua abbia intentato una causa contro la Germania per complicità nel genocidio. E sebbene il diritto internazionale non sia riuscito a fermare questo, le sentenze internazionali hanno catalizzato [il dibattito sulle ndt.] armi e le sanzioni diplomatiche.
Il fatto più significativo è che ci ha permesso di passare dal discutere della legalità delle operazioni di Israele al descriverle in blocco come illegittime. Questa guerra non è progettata per liberare i prigionieri o distruggere Hamas, ma per spopolare la Striscia di Gaza e continuare la Nakba. Il ritorno della Nakba come cornice attraverso cui comprendere la condotta di Israele dal 1948 a oggi riflette il successo dei palestinesi nell’utilizzare nuovamente il diritto internazionale al servizio della loro emancipazione anche mentre ci troviamo di fronte all’espressione più estrema del progetto eliminazionista del sionismo da generazioni.
2. Questo è un genocidio statunitense dei palestinesi
Nei primi sei giorni della campagna di Israele l’amministrazione Biden ha inviato 6.000 bombe. Questa settimana ha inviato 50.000 tonnellate di armi, cioè l’equivalente di oltre 3 bombe atomiche sganciate su una popolazione assediata a cui è stato negato un alloggio sicuro e qualsiasi mezzo necessario per sopravvivere. Gli Stati Uniti hanno abbinato questo con la concessione di immunità [a Israele ndt.] al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e con il sabotaggio diretto dei negoziati di cessate il fuoco.
Significativamente l’amministrazione Biden ha facilitato questa operazione di morte in violazione delle sue stesse leggi e della volontà popolare dei suoi elettori mostrando la crisi della cosiddetta democrazia. Peggio ancora, sta andando ulteriormente oltre per fabbricare il consenso e reprimere il dissenso. Ad esempio, con un voto bipartisan di 269-144, la Camera ha approvato un emendamento per vietare al Dipartimento di Stato di citare le statistiche del Ministero della Salute di Gaza sulle vittime palestinesi, nonostante ai giornalisti internazionali venga rifiutato l’ingresso, i giornalisti palestinesi siano presi di mira e le agenzie delle Nazioni Unite come l’UNRWA siano calunniate, non lasciando così altre fonti affidabili da citare.
Nonostante il ruolo degli Stati Uniti nel genocidio ampie fasce di americani insistono sul fatto che ci sia una differenza tra ciò che accade “qui” e “là”. Ricordiamoci [invece ndt.] di una relazione diretta evidenziata da ciò che l’artista e politico martinicano Aime Cesaire ha chiamato “effetto boomerang”. Ciò che viene dispiegato nelle geografie coloniali si manifesta all’interno della relativa metropoli. Ciò è più evidente oggi nella polizia statunitense.
Il sociologo Julian Go fa risalire la militarizzazione della polizia statunitense alla guerra ispano-americana del 1898, quando gli Stati Uniti divennero una potenza imperiale nelle Filippine, Guam, Porto Rico, Cuba, Haiti, Nicaragua e la Repubblica Dominicana, catalizzando la trasformazione dell’esercito statunitense in una forza in grado di proteggere i possedimenti coloniali, come dimostrato dai cambiamenti rivoluzionari nelle forze di polizia negli Stati Uniti, quando furono trasformate e “crearono una catena di comando gerarchica, … metodi operativi e tattici tra cui sorveglianza, mappatura, polizia preventiva, addestramento alle armi e unità di polizia a cavallo”. La polizia statunitense riflette l’esercito imperiale statunitense, come dimostrato dall’occupazione di Ferguson [quartiere nero di St. Louis dove nel 2014 si verificarono gravi incidenti a seguito dell’uccisione da parte della polizia di un ragazzo disarmato n.d.t.] e dalla repressione delle rivolte nere più in generale.
Oggi vediamo questo effetto nell’impiego di leggi antiterrorismo per reprimere il dissenso dei manifestanti contro Cop City [costruzione di un’enorme accademia di polizia vicino ad Atlanta, n.d.t.], nella censura dei libri e nell’autorizzazione all’ingresso della polizia nei campus universitari. Potrebbe essere facile descrivere i palestinesi come l’agnello sacrificale per promuovere un programma progressista, ma sarebbe una lettura totalmente errata. Siamo i canarini nella miniera di carbone e la prima linea di ciò che sta arrivando per tutti. Lasciarci morire non vi rende più sicuri.
3. Le università sono un’estensione dell’apparato coercitivo dello Stato
Abbiamo visto come le università siano la più grande fonte di repressione per studenti e docenti. Ad aprile diversi agenti di polizia si sono gettati sul professore della Washing University, Steve Tamari. È stato preso a pugni, colpito al corpo, preso a calci e trascinato per aver continuato a manifestare con i suoi studenti. La polizia gli ha rotto diverse costole e una mano e all’arrivo in ospedale il medico gli ha detto che era fortunato a essere vivo. Ciò che è diventato chiaro è che piuttosto che essere il luogo di produzione di conoscenza e di dissenso, l’università è un’estensione di un apparato coercitivo dello Stato.
Ci sono molte spiegazioni per questo, ma una di queste ha a che fare con i finanziamenti pubblici. Le università sono state soggette alle peggiori misure di austerità. Hanno compensato questa mannaia attraverso donazioni da parte di aziende, in particolare produttrici di armi, che hanno ricevuto molti sussidi pubblici. Mentre il governo taglia i finanziamenti alle università li aumenta alle industrie di armi che a loro volta finanziano le università, coinvolgendole nel complesso militare-industriale.
Nel 2020, il finanziamento USG [United State Government] a Lockheed Martin da solo ha superato tutti i finanziamenti al DOE [Dipartimento dell’Energia, n.d.t.]. Non sorprende che la spesa federale per i produttori di armi sia aumentata vertiginosamente dopo l’11 settembre. Queste aziende traggono profitto in tre modi: fornitura di armi, sicurezza privata e ricostruzione, dimostrando di trarre profitto sia dall’alimentare la guerra sia dalla gestione delle sue conseguenze.
Sono proprio queste aziende a tenere a galla le università: alla Johns Hopkins, ad esempio, negli ultimi dieci anni l’università ha ricevuto il doppio dei soldi dai contractor della difesa rispetto alle tasse universitarie. Oggi, il Pentagono alimenta un quarto delle entrate universitarie. L’università funziona di concerto con il complesso militare-industriale e dipende da questa alleanza.
4. Il sionismo non ha basi morali su cui reggersi
Anche se non siamo riusciti a fermare un genocidio abbiamo reso evidente la bancarotta morale del sionismo, anche se in realtà è proprio Israele ad averne il merito. Lo Stato e la società israeliani ci hanno detto che per sentirsi al sicuro devono spopolare la Striscia di Gaza per “finire il lavoro”. La società israeliana chiede più stupri, più uccisioni, si prendono gioco dei palestinesi che muoiono di fame e vengono fatti a pezzi, i suoi soldati si stanno esercitando ad uccidere bambini, fanno saltare in aria le moschee come annunci di nozze e indossano la biancheria intima di donne recluse come espressione della loro mascolinità. I coloni sionisti americani stanno lasciando Hyde Park e Park Slope per colonizzare le terre palestinesi e poi chiedono che i palestinesi vengano uccisi a causa di quanto sia pericolosa [la loro presenza] mentre si lamentano che “gli insediamenti coloniali si fanno una cattiva reputazione”.
Il sionismo ha storicamente avuto un’influenza morale significativa tra gli americani, comprese persone che potremmo ammirare come W.E.B. DuBois che vedeva nel sionismo un modello per la liberazione delle persone oppresse. Oggi la gente non si schiera per difendere il sionismo. Al contrario, c’è una maggioranza silenziosa che teme il rischio di attacchi, molestie, doxing [raccolta e diffusione di informazioni personali con intenti malevoli, ndt.], perdita del lavoro. Il sionismo è così debole che oggi deve essere mantenuto attraverso la forza coercitiva.
L’AIPAC, che prima operava in silenzio, deve brandire rumorosamente il suo bastone punitivo. Ha versato non meno di 100 milioni di dollari nelle elezioni statunitensi. In particolare, ha speso 8,4 milioni di dollari per fermare la campagna di Cori Bush e se ne è preso il merito, dicendo che “pro-Israele è una buona politica, una buona politica, per entrambe le parti”. Ma, in particolare, i suoi annunci non hanno detto una PAROLA sulla Palestina o su Israele, si sono concentrati sui voti persi e sulla legge sulle infrastrutture. Peggio ancora, ha sostituito Bush con Wesley Ball, il procuratore che ha assolto Darren Wilson[ poliziotto imputato per l’uccisione di un afroamericano,ndt], a Ferguson dicendo che non c’erano abbastanza prove contro l’imputato e mostrando la volontà dell’AIPAC di smantellare i programmi progressisti e anti-carcerari per proteggere Israele. La loro aggressività è un’indicazione della loro debolezza.
5. Razzismo e potere: l’invisibilità e il potere dei palestinesi
Il razzismo sta facendo un lavoro enorme in questo momento per preparare il pubblico al massacro di massa dei palestinesi e per rendere invisibile il nostro potere. In linea con gli storici stereotipi islamofobi e antisemiti i palestinesi sono stati razzializzati come estranei che non possono integrarsi nella società occidentale, ma stanno invece pianificando di imporre una “Sharia strisciante”. Sono al di fuori della modernità, troppo religiosi e intrinsecamente violenti, sono una minaccia per gli altri e persino per sé stessi a causa degli stereotipi coloniali sugli uomini di colore che sono pericolosi per le loro stesse donne. È questo inquadramento razziale che fa apparire i palestinesi anche come una popolazione in eccesso che può essere sacrificata.
Questo discorso è così disumanizzante che l’indignazione per l’attacco di Israele ai civili non si è verificata, se non per la prima volta ad aprile, in occasione dell’attacco a sette operatori umanitari del World Central Kitchen. L’attacco ha finalmente spinto il comitato editoriale del Wall Street Journal a mettere in discussione la guerra di Israele, notando che non aveva “raggiunto nessuno dei suoi obiettivi di guerra, ovvero restituire tutti gli ostaggi… e scacciare con successo Hamas da Gaza” concludendo che, nonostante i guadagni tattici, una vittoria strategica era lontana.
I nostri 35.000 morti non sono stati sufficienti a far giungere a questa conclusione, né i 4 bambini prematuri che sono marciti nelle incubatrici [rimaste senza elettricità, n.t.d.], né la voce di Hind Rajab che supplicava che qualcuno la salvasse o l’immagine di ciò che restava dei corpi a Sidra Hassouna, appesi alla trave di ciò che restava della loro casa. Gli orrori di Al Shifa non sono stati sufficienti: non i 300 morti, non i corpi in decomposizione devastati e divorati da cani e gatti, non i cadaveri le cui braccia erano legate con lacci e con ferite da arma da fuoco da esecuzione, non lo sventramento del più grande ospedale del nord: le nostre vite non sono state sufficienti, non avevamo nemmeno i requisiti per una presunzione di innocenza.
E proprio mentre veniamo ridotti a nulla, il nostro potere viene apertamente negato. Come ha sottolineato Yazan Zahzah, sono stati i palestinesi e il movimento anti-genocidio a rendere chiaro che Biden non era idoneo a candidarsi e tuttavia il nostro ruolo non viene nemmeno riconosciuto. Ora l’intera elezione presidenziale potrebbe essere decisa dal campo anti-genocidio, tanto che il Partito Democratico, in un altro tentativo di gaslighting [far passare qualcuna/o per pazza/o, n.d.t.] e deviazione di responsabilità, ha descritto i nostri appelli a porre fine ai massacri come pro-Trump
È stato il nostro potere a catalizzare la petizione del Sud Africa alla Corte internazionale di giustizia e i mandati di arresto della Corte Penale internazionale. È stato il nostro potere a catalizzare una divisione tra il Nord e il Sud del mondo e a mettere in luce la natura coloniale del mondo. È stato il potere della nostra gente in Palestine Action a chiudere tre società Elbit nel Regno Unito, la prima a Cambridge. È stato il nostro potere a costringere la compagnia assicurativa francese AXA a disinvestire tutti i soldi da tutte le principali banche israeliane. Nelle parole di Rafeef Ziadah, che non poteva essere con noi stasera, i palestinesi hanno insegnato la vita al mondo, come i sei prigionieri che hanno usato dei cucchiai per uscire da una delle prigioni di massima sicurezza del mondo. Come la dottoressa Amira Al Souli che ha sfidato il fuoco dei cecchini per raccogliere il corpo di un paziente caduto. Come i giornalisti cittadini palestinesi Bisan Owda e Hind Khoudary che continuano a fare reportage sul terreno sapendo benissimo che il loro gilet da stampa è un bersaglio per i cecchini israeliani.
È il nostro popolo, che è ancora in piedi oggi nonostante 11 mesi di bombardamenti da parte di una potenza nucleare, sostenuta da una superpotenza globale e alimentata da armi provenienti da Regno Unito, Germania e Italia… è la nostra prima linea nell’organizzazione della diaspora in tutto il mondo di giovani palestinesi, prevalentemente donne con l’hijab, che sono l’epitome del femminismo e del potere in questo momento che sfidano le aspettative e stabiliscono nuovi standard.
Siamo potere. Siamo vita. Siamo vittoriose.
[Noura Saleh Erakat è un’attivista palestinese-americana, professoressa universitaria, studiosa di diritto e avvocata per i diritti umani]
(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)


