Yvonne Singh
5 maggio 2025 – Middle East Eye
L’antologia include saggi che coprono la guerra del 2014 a Gaza fino alla campagna militare israeliana in corso.
“Voglio che il mondo sappia che la Palestina ha scrittori, artisti, pensatori e, soprattutto, appassionati. Voglio che il mondo sappia che siamo esseri umani proprio come voi”. Così scrive Anas Jnena in uno dei tanti toccanti racconti presenti in questa importante e attuale raccolta.
Le voci dei giovani di Gaza sono state palesemente assenti nella guerra in corso.
Sono state ridotte a cupe statistiche da mezzi di comunicazione sommerse dalla brutalità del genocidio in corso che ha causato la morte di oltre 52.000 palestinesi fino ad oggi.
Questo libro, nato come piattaforma online, costituisce l’ultima revisione e presenta una costellazione di storie, poesie e saggi di 59 giovani palestinesi di Gaza.
Attraverso i loro occhi siamo testimoni della ricchezza e del calore della loro cultura e dell’innegabile impatto umano della guerra.
Come suggerisce Allam Zedan nel suo testo: “Rappresento la generazione che ha vissuto tre guerre”.
Zedan, che da scolaro impertinente della sesta classe [in Palestina la sesta classe corrisponde alla nostra prima media, ndt.] sgranocchiava di nascosto semi di girasole in classe, divenuto un giovane adulto segnato dalla stanchezza ritrova la sua insegnante.
Studiare sodo non è garanzia per un buon lavoro: prima dell’inizio dell’ultima guerra, il 7 ottobre 2023, la disoccupazione giovanile colpiva il 60% dei palestinesi di Gaza.
Come per altri che affrontano innumerevoli ostacoli nella ricerca di lavoro, le speranze di Zedan di mettersi in proprio sono ostacolate dall’impossibilità di aprire un conto in banca.
«Il destino di noi giovani è quello di morire o consumarci lentamente», scrive.
La sua insegnante, che ha perso il figlio quando una granata israeliana ha colpito la sua casa durante la guerra del 2014, gli impartisce un’ultima lezione: “Non arrenderti… Sii paziente e rimani a lottare un altro giorno“.
“I colori della speranza”
Speranza e resilienza brillano in questa antologia proprio come lo splendore delle stelle illumina il cielo notturno di Gaza, effetto collaterale delle continue interruzioni di corrente.
I saggi partono dal 2015 e ci conducono fino ai giorni nostri. Quartieri e strade rese familiari dalle notizie di cronaca si popolano delle risate, delle speranze e dei sogni dei giovani.
Questo libro colma un abisso, offrendoci uno spaccato della vita dei giovani palestinesi di Gaza e dando peso alle loro voci.
Questi non sono remoti fatti di cronaca: sono giovani che amano la sabbia tra le dita dei piedi, il sapore dolce della knafeh [dolce tipico mediorientale, ndt.] e ascoltano con passione la musica sufi e Adele [cantautrice britannica, ndt.].
Nada Hammad scrive della campagna “Colors of Hope” [Colori della Speranza, ndt.] dopo la guerra del 2014: giovani donne trascinano secchi di vernice al porto di al-Mina a Gaza e tingono i muri con un arcobaleno vibrante in contrasto col grigio delle macerie lasciate dal conflitto.
Khaled Alostath, appassionato di libri, desidera ardentemente sentire il peso di un romanzo nel palmo della mano, piuttosto che sforzare gli occhi per leggere un PDF sul suo cellulare.
Leggere narrativa, spiega, è il suo modo di sentirsi vivo, maledicendo il protagonista del romanzo di fantascienza Peace di Gene Wolfe – “vieni a vedere l’inferno in cui viviamo qui”- mentre la terra trema sotto i suoi stessi piedi.
Scorre le fotografie delle grandi biblioteche del mondo – Londra, Washington DC e Alessandria – e fantastica di spulciare tra gli scaffali.
Akram Abunahla descrive con sottile umorismo i pericoli dello shopping online a Gaza: il suo desiderio di possedere una collezione di CD di musica tradizionale è ostacolato da una serie di leggi bizantine che affronta con la destrezza di un videogiocatore esperto.
La quindicenne Iman Inshasi si trasferisce dagli Emirati Arabi Uniti a Gaza; inizialmente se la prende per i rubinetti ostruiti, la mancanza di acqua pulita, il caldo intenso (i ventilatori funzionano ad intermittenza a causa della mancanza di corrente).
Tuttavia alla fine la sua contrarietà si trasforma in rispetto, nell’osservare come le persone riescano a sopravvivere e persino a sviluppare le loro vita con pochissimo.
“Il 7 ottobre non è nato dal nulla”
In un bellissimo pezzo sull’amicizia il poeta Mosab Abu Toha [vincitore del premio Pulitzer 2025, ndt] ricorda di aver lavorato in un bar sulla spiaggia con il suo amico Ezzat e descrive il loro amore condiviso per la squadra di calcio del Barcellona e per la torta “nido d’api” di sua madre (un dolce palestinese che ricorda un alveare).
Ezzat muore in un attacco missilistico israeliano nel 2014 e suo padre regala ad Abu Toha la sua maglia di Messi.
Quando Mosab si laurea l’unico pensiero che lo attraversa è il fantasma di Ezzat che applaude per lui.
L’antologia conduce al dopo il 7 ottobre 2023 e alla guerra in corso; come osserva Basma Almaza: “Il 7 ottobre non è arrivato dal nulla“.
A differenza di qualsiasi notizia di cronaca “We Are Not Numbers” aiuta a comprendere come l’odio verso Israele sia stato fomentato dall’imposizione di un brutale assedio militare durato 16 anni a due milioni di persone costrette ad abitare una striscia di terra di 365 kmq.
In queste pagine la speranza si accende, ma a tratti si affievolisce. I capitoli più bui della storia gettano ombre minacciose sulle vite di questi giovani, frenando le loro aspirazioni di istruzione, lavoro, viaggi e persino di salute, con il blocco israeliano che porta a una cronica e mortale carenza di medicinali.
La Grande Marcia del Ritorno del 2018 è descritta come un’atmosfera festosa di una protesta pacifica infranta dall’esplosione di un proiettile; mentre Aya Alghazzawi si chiede se la pandemia abbia reso il mondo impenetrabile come Gaza.
Almaza racconta di come il 9 ottobre 2023 la sua casa di famiglia sia stata distrutta, 19 anni di ricordi svaniti in un istante, e di come intere famiglie siano state annientate dai bombardamenti aerei: “La famiglia Sabat a Beit Hanoun, la famiglia Abu Daqqa a Khan Younis, la famiglia al-Daws a Zaytoun, la famiglia Sha’ban a Nasr, la famiglia Abu Rakab a Zawayda”.
Vengono narrate scene orribili di questa guerra: ci fa rivivere il devastante terrore del massacro della farina del 29 febbraio 2024, la corsa di “anime disperate”, la “raffica” di proiettili israeliani sui camion degli aiuti e il panico che ne è seguito.
Yusuf El-Mhayed racconta di essere stato costretto, insieme a diversi altri uomini del suo quartiere, a marciare verso lo stadio Yarmouk, spogliato e picchiato selvaggiamente (la sua conoscenza dell’inglese lo rendeva un bersaglio) e, quando gli è stato detto che poteva andarsene, è stato crudelmente ferito da un cecchino israeliano.
Dagli aggiornamenti forniti su ognuno di questi scrittori apprendiamo che ora è l’unico sostentamento della famiglia ed è stato costretto a trasferirsi 14 volte (è originario del quartiere di Shujaiya).
Fino a oggi nel corso del genocidio sono stati tragicamente uccisi quattro scrittori: Yousef Dawas, Mahmoud Alnaouq, Huda Alsoso e Mohammed Hamo.
Questa antologia è dedicata a loro e ad un loro insegnante e mentore Refaat Alareer, anch’egli ucciso in un attacco aereo israeliano il 6 dicembre 2023.
Le storie contenute in queste pagine testimoniano la resilienza dello spirito dei giovani di Gaza e, alla fine, offrono speranza per il suo futuro.
Come afferma El-Mhayed: “Sto ancora cercando disperatamente di sopravvivere a questo genocidio in corso, e ora lo sto documentando per me stesso, per il mio popolo e per voi, con la speranza che condividere la mia storia contribuisca a porvi fine”.
I giovani di Gaza hanno parlato attraverso questa raccolta straziante e spesso bellissima. Il minimo che possiamo fare è ascoltarli.
We are Not Numbers: The Voices of Gaza’s Youth è curato da Ahmed Alnaouq e Pam Bailey ed è stato pubblicato da Hutchinson Heinemann nel 2025 [scaricabile online, ndt.].
Yvonne Singh
Yvonne Singh è giornalista, scrittrice e redattrice. I suoi articoli sono apparsi, tra gli altri, su The Guardian, The Observer, The Mirror, The London Evening Standard e la BBC. Ha lavorato per molti anni al Guardian e fa parte della redazione di Middle East Eye e Pree, la rivista letteraria di scrittura caraibica. Insegna giornalismo e saggistica creativa al City Lit di Londra.
(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)


