Gaza, la fondazione usata come facciata umanitaria per mascherare il genocidio israeliano

Palestinesi alla ricerca di cibo nel sud della Striscia il 27 maggio 2025. Foto: Reuters
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Pietro Stefanini

28 maggio 2025 – Middle East Eye

La Gaza Humanitarian Foundation (GHF) è l’ultimo strumento che Israele usa per stravolgere il diritto internazionale umanitario allo scopo di legittimare la violenza a Gaza.

Tra le incessanti uccisioni di massa, la morte per fame e l’espropriazione tra le rovine di Gaza, Israele continua a intrecciare gli attacchi genocidi con un discorso umanitario di attenzione alle sofferenze dei civili.

Questa volta la strategia di occultamento dell’intenzione genocidaria è la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), una trovata di marketing di Israele e Stati Uniti rivolta al pubblico progressista internazionale come gesto di ottemperanza alle norme del diritto umanitario durante le operazioni militari.

In realtà si tratta di un altro esempio di come Israele persegue la volontà di eliminare i palestinesi con la violenza utilizzando il pretesto di azioni umanitarie.

Il 16 maggio Israele ha iniziato l’invasione territoriale denominata Operazione Carri di Gedeone, segnalando quella che sembra essere la fase finale della campagna genocida per ricolonizzare definitivamente Gaza.

Appena una settimana prima, la Integrated Food Security Phase Classification [Classificazione Integrata della Sicurezza Alimentare (IPC), lo strumento internazionale utilizzato per analizzare e classificare la gravità e l’entità dell’insicurezza alimentare acuta e cronica in un’area geografica, ndt.], aveva lanciato un allarme urgente: un palestinese su cinque a Gaza rischia di morire di fame. Un funzionario delle Nazioni Unite aveva inoltre avvertito che, a causa dell’intensificarsi dell’assedio, potrebbero morire ben 14.000 bambini palestinesi.

Mentre l’attenzione internazionale si concentra nuovamente sull’uso della fame come arma di guerra, la GHF stava già svolgendo la sua funzione anche prima di diventare operativa. Molte importanti testate giornalistiche hanno iniziato a discutere della legittimità dell’iniziativa del GHF, distogliendo di fatto l’attenzione dai massacri quotidiani in corso.

Una foglia di fico per coprire il genocidio

La relativamente oscura GHF, costituita in Svizzera, ha recentemente iniziato a distribuire gli aiuti in centri controllati dall’esercito israeliano e da appaltatori privati stranieri. Tutti gli aiuti forniti dalle Nazioni Unite o da altre organizzazioni dovrebbero essere distribuiti attraverso questi siti designati.

Quanto emerso dopo il primo giorno di operazioni è scioccante, ma del tutto prevedibile.

Dapprima i palestinesi disperati e affamati sono stati ammassati dentro a gabbie in condizioni disumanizzanti all’interno di una zona militarizzata, in attesa di piccole porzioni di cibo che non avrebbero potuto sfamare a lungo le famiglie. Poi, quando chi era incaricato di distribuire gli aiuti ha perso il controllo ed è scoppiato il caos, l’esercito israeliano ha aperto il fuoco sulla folla, a quanto si è appreso uccidendo almeno una persona e ferendone 48.

L’obiettivo del piano che coinvolge la GHF è quello di fornire una limitata quantità di cibo a una popolazione allo stremo per la fame a condizione che accetti il trasferimento di massa da una parte all’altra del territorio di Gaza.

Nelle parole di Tom Fletcher, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari, si tratta di una “foglia di fico per ulteriori violenze e sfollamenti”. Anche il capo del GHF, Jake Wood, un ex marine statunitense che ha prestato servizio nelle guerre imperialiste in Iraq e Afghanistan, recentemente dimessosi, si è rifiutato di portare avanti il piano.

Si tratta di un sistema che evoca fortemente pratiche radicate nella storia coloniale del genocidio in generale e nel fenomeno dei campi di concentramento in particolare.

I campi di concentramento sono nati tra la fine del XIX e all’inizio del XX secolo allo scopo di segregare le popolazioni indigene in riserve ed espellere le popolazioni indesiderate dai loro luoghi di residenza originari verso spazi inabitabili per far posto allo sviluppo del territorio per i coloni.

Israele sta sperimentando questo tipo di zone di internamento fin dalla prime fasi del genocidio.

Dopo il fallimento dell’esperimento condotto dall’esercito israeliano nel gennaio 2024 delle “bolle umanitarie”, zone che avrebbero dovuto essere amministrate da figure locali senza legami con Hamas, Israele ha preso in considerazione l’esternalizzazione della consegna degli aiuti a società di sicurezza private.

Una svolta nella decisione di Israele di subappaltare la distribuzione degli aiuti si è avuta dopo quello che è diventato noto come il “massacro della farina” del 29 febbraio 2024, quando i soldati israeliani hanno sparato indiscriminatamente su folle di palestinesi che cercavano disperatamente di raccogliere farina a sud-ovest di Gaza City. L’attacco ha ucciso almeno 112 persone e ne ha ferite circa 760.

In seguito a questo gli Stati Uniti hanno iniziato a lanciare cibo su Gaza dal cielo, con un’operazione che è presto diventata il simbolo dell’inefficacia di tali misure. In un’occasione, un bancale di aiuti sganciato da un aereo militare statunitense ha ucciso cinque palestinesi e ne ha feriti altri 10 dopo che i paracadute non si sono aperti correttamente.

In coordinamento con gli Stati Uniti, l’esercito israeliano ha anche supervisionato la costruzione di un molo galleggiante temporaneo davanti alla costa di Gaza, apparentemente destinato a facilitare la consegna di aiuti umanitari via mare.

Un nuovo piano

Oltre che a scopo di distrazione e per conferire legittimità all’Operazione Carri di Gedeone, i punti di distribuzione degli aiuti creati dalla GHF potrebbero anche fornire una copertura per le operazioni di controinsurrezione israeliane.

Questo è ciò che sembra essere accaduto nel giugno 2024, quando sono comparse immagini che mostrano le forze speciali israeliane operare vicino al molo durante una missione per recuperare i prigionieri israeliani detenuti da Hamas.

L’operazione, che ha provocato l’uccisione di oltre 200 palestinesi, ha portato molti osservatori locali e internazionali a concludere che il molo è stato usato per camuffare un’azione militare.

Durante la stessa operazione, le forze israeliane, travestite da civili, hanno usato camion di aiuti umanitari per infiltrarsi nel campo profughi di Nuseirat a Gaza e compiere l’assalto mortale.

Insieme alla GHF, Israele sta cercando di introdurre un nuovo piano di distribuzione degli aiuti, in cui le forniture essenziali saranno fornite a persone pre-selezionate. I destinatari riceveranno messaggi di testo sui loro telefoni cellulari che li informeranno su quando e dove ritirare le loro razioni di aiuti, ma solo dopo averne verificato l’identità tramite un software di riconoscimento facciale.

Gli Stati Uniti e Israele giustificano queste misure sostenendo che sono necessarie per impedire ad Hamas di rubare gli aiuti, ma hanno offerto poche prove concrete a sostegno di questa affermazione.

Non può sfuggire che questa aggressiva facciata umanitaria che viene usata per mascherare il terrore e la distruzione della violenza coloniale prevale anche tra l’estrema destra sionista e religiosa israeliana. Figure di spicco di quest’area, tra cui ministri come Bezalel Smotrich, hanno proposto di ridefinire l’espulsione di massa dei palestinesi in Egitto e oltre nei termini di una “soluzione umanitaria”.

La legittimazione della violenza genocida

Quello a cui stiamo assistendo è perciò un tentativo di umanitarizzazione del genocidio, che si sovrappone, in parte, ai concetti di “camuffamento umanitario” e “violenza umanitaria”.

Questi concetti hanno la capacità di rivelare come Israele distorce le norme di protezione del diritto internazionale umanitario su evacuazioni, zone sicure e scudi umani – per citare alcuni esempi importanti – allo scopo di legittimare la violenza genocida.

Attraverso questi ripetuti tentativi di umanitarizzazione Israele tenta anche di appropriarsi di pratiche radicate nel sistema umanitario globale contemporaneo, ovvero la fornitura di aiuti e il reinsediamento dei rifugiati.

Ciò comporta l’attuazione di una politica di completa distruzione in collaborazione con le organizzazioni umanitarie, gli appaltatori di sicurezza privati e i militari disposti a fornire assistenza umanitaria, nonché la ridefinizione delle espulsioni genocide come forma benevola di reinsediamento umanitario.

Le organizzazioni umanitarie internazionali che operano a Gaza si sono finora giustamente rifiutate di collaborare con la GHF.

È importante che la catastrofe in corso diventi un momento di riflessione per un settore umanitario internazionale troppo a lungo afflitto dalla collusione con le potenze dominanti attraverso concetti individualistici di neutralità.

La solidarietà anticoloniale con i movimenti di liberazione rimane l’unica strada da percorrere per ribadire collettivamente la necessità dell’emancipazione di tutti.

(traduzione dall’inglese di Federico Zanettin)