Anonimo
31 maggio 2025 Haaretz
Ho sentito proprio il comandante del centro spiegare: “I piani alti dicono che Sde Teiman viene chiamato cimitero”. Eppure i media e l’opinione pubblica israeliani ignorano deliberatamente il rivoltante quadro del centro di detenzione.
Questa settimana con i nervi a fior di pelle aspettavo che andasse in onda sull’emittente pubblica israeliana il rapporto investigativo sugli eventi accaduti, nel corso della guerra di Israele a Gaza, al centro di detenzione di Sde Teiman dove ho prestato servizio come riservista. Non è stata una scelta facile per me quella di partecipare quando i produttori dell’importante docu-serie investigativa israeliana hanno chiesto di intervistarmi. I media israeliani raramente mostrano al pubblico ciò che viene fatto in loro nome e il pubblico, da parte sua, preferisce tenere gli occhi ben chiusi. E ancora una volta, la mia intervista non è stata inclusa nella versione finale del rapporto, così come ogni altra informazione sugli abusi sistematici e la morte dei detenuti di cui molti alti funzionari israeliani sono a conoscenza.
Il programma Zman Emet, che si traduce letteralmente con “Tempo della Verità”, non ha trasmesso la verità al pubblico, bensì una verità filtrata, forse persino peggiore di una bugia. Il servizio si è concentrato principalmente su una singola, famigerata indagine dell’esercito israeliano sugli abusi a Sde Teiman: un caso documentato di presunta violenza sessuale con un oggetto estraneo commessa da soldati dell’unità segreta delle Forze armate israeliane nota come Forza 100.
Zman Emet si è concentrato su questo incidente e su come la successiva indagine, con l’aiuto di politici cinici, si sia quasi trasformata in un ammutinamento contro lo stato di diritto. L’incidente è culminato con una folla inferocita, tra cui diversi funzionari del governo israeliano, che hanno fatto irruzione a Sde Teiman e in un’altra base militare vicina a difesa dei presunti colpevoli. Concentrandosi su questo singolo caso, il programma ha deliberatamente ignorato il contesto più ampio, il quadro generale e rivoltante che è Sde Teiman.
Come sa chiunque ci sia stato, Sde Teiman è un sadico campo di tortura. Dalla fine del 2023 decine di detenuti sono entrati vivi e ne sono usciti chiusi in sacchi per cadaveri. Ci sono testimonianze di guardie, medici e detenuti, e tutti raccontano eventi simili. Niente di tutto questo è stato menzionato nell’inchiesta. Come se l’inferno sulla terra che vi abbiamo creato si riducesse a un singolo evento che può essere spiegato con una discussione astratta sulla legittimità dei diversi tipi di punizione corporale. Ma io ho visto quell’inferno. Ho visto un detenuto morire davanti ai miei occhi. Era seduto con altri prigionieri, bendato, e a un certo punto ci siamo resi conto che se n’era andato. Ho visto il comandante del campo radunare tutti per cercare di mitigare la routine quotidiana di abusi, l’uso smodato della forza, le condizioni disumane in cui i prigionieri erano tenuti. L’ho sentito spiegare: “I piani alti dicono che Sde Teiman viene definito un cimitero” e “dobbiamo smetterla”.
Ho visto persone arrivare alla struttura dalla Striscia di Gaza ferite, poi morire di fame e restare per settimane senza cure mediche. Li ho visti urinarsi e defecarsi addosso perché non gli era permesso usare il bagno. Sento ancora l’odore. Molti di loro non erano nemmeno membri della Nukhba (il commando di Hamas che ha guidato l’attacco del 7 ottobre), solo normali civili palestinesi di Gaza detenuti per indagini e, dopo aver subito brutali abusi, rilasciati quando si è scoperto che erano innocenti. Non è strano che qualcuno vi sia morto. La cosa sorprendente è che qualcuno sia sopravvissuto. Gli investigatori di Zman Emet sono rimasti scioccati quando ho raccontato loro tutto questo, ma niente di tutto ciò è stato inserito nel programma. Cosa è stato inserito nel montaggio finale? Il capo del dipartimento investigativo della polizia militare che pretende di non saperne nulla: “Fino a quel momento”, ovvero fino a quando non hanno ricevuto la segnalazione di un detenuto ferito e sanguinante, “non avevamo avuto alcun segnale d’allarme”.
Davvero? All’epoca ex detenuti e anche soldati e personale medico che prestavano servizio a Sde Teiman avevano pubblicato testimonianze di abusi estremi, condizioni disumane e mancanza di cure mediche di base. Tutto ciò che dovevano fare era ascoltare, o anche solo contare il numero di detenuti che entravano e confrontarlo con quello di coloro che non ce l’avevano fatta. Non c’è bisogno di essere Sherlock Holmes. Tutti coloro che hanno prestato servizio a Sde Teiman lo sanno. Sanno delle torture, degli interventi chirurgici eseguiti senza anestesia e delle pessime condizioni igieniche. Ma niente di tutto questo è stato trasmesso. Come se un campo di tortura militare, operante con la piena consapevolezza dei comandanti superiori, fosse meno interessante o importante di un singolo caso isolato di abuso che può essere negato o confermato: un intero programma su Sde Teiman senza effettivamente parlare di Sde Teiman.
Ciò che accade a Sde Teiman non è un segreto, eppure la maggior parte degli israeliani non ne sa nulla, nemmeno adesso, perché i media israeliani lo hanno quasi completamente ignorato. È anche per questo che ho accettato l’intervista. Perché i palestinesi continuano a lasciare i nostri centri di detenzione in sacchi per cadaveri e la maggior parte delle persone intorno a me non ne ha mai sentito parlare. Ma più che rivelare la verità su Sde Teiman, il programma ha messo a nudo il modo in cui una tale realtà possa tranquillamente continuare. Perché i giornalisti israeliani, pienamente consapevoli dei fatti, scelgono di nasconderli per vendere invece una piccola storia circoscritta a poche “mele marce”. Sde Teiman non è un caso isolato. È indubbiamente una scelta politica – una politica attuata e sostenuta con la complicità attiva dei media israeliani.
Questo articolo è stato scritto da un riservista anonimo dell’Esercito Israeliano.
(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)


