Adam Chamseddine, Beirut
9 giugno 2026 MiddleEastEye
Come a Gaza, i residenti affermano che Israele sta conducendo una guerra psicologica contro la vita dei civili e il suo paesaggio sonoro
Nel villaggio di Habboush, nel sud del Libano, il suono che ha squarciato il silenzio della notte non era quello di un attacco aereo. Era il grido di un bambino che chiedeva aiuto.
Hashem, un paramedico del villaggio, ha sentito le grida provenire da un quadricottero israeliano che sorvolava la zona.
Parlando con Middle East Eye ha detto che non si tratta di un episodio isolato, ma di una modalità ormai sempre più familiare agli abitanti dei villaggi del sud.
“Non è la prima volta che questi droni sorvolano la nostra zona e diffondono vari suoni “, ha detto Hashem.
“Ieri era il suono di bambini che urlavano e imploravano aiuto. Prima ancora avevano trasmesso il suono di un’ambulanza. Un’altra volta era il Corano. Un’altra volta ancora era la voce di una donna che chiedeva aiuto. Viviamo questa situazione quasi ogni giorno.”
Per le persone che hanno deciso di rimanere nelle proprie case nel sud del Libano nonostante l’occupazione israeliana e i bombardamenti quotidiani, i droni israeliani sono diventati una presenza costante nel cielo.
Sorvegliano, diffondono avvisi, trasmettono messaggi e suoni trasformando la notte in un campo di battaglia psicologico.
Residenti e soccorritori affermano che, oltre all’intimidazione, le forze israeliane usano i suoni dell’emergenza per attirare le persone fuori dalle loro case o dai rifugi, per paura, curiosità o istinto di soccorso.
Hashem ha affermato che la prima reazione nell’udire tali suoni è quasi automatica.
“Quando senti queste voci nel silenzio della notte, il tuo primo istinto è quello di uscire e vedere cosa sta succedendo”, ha detto. “È quello che mi è successo ieri. Ma ho capito subito che doveva provenire dal drone, perché era impossibile che ci fossero dei bambini in giro nel villaggio a quell’ora, soprattutto intorno a mezzanotte”.
Crede che l’obiettivo sia in parte quello di diffondere paura tra coloro che rimangono nei villaggi e spingerli ad andarsene dopo averli sfiniti psicologicamente. Ma vede anche un altro scopo, più immediato.
“Considerato che molti villaggi sono ormai privi di civili, e in alcune zone con la sola presenza dei combattenti della resistenza, penso che l’obiettivo possa essere anche quello di attirare qualcuno allo scoperto e identificarlo”, ha affermato Hashem.
L’esperienza di Gaza
Questa tattica non è nuova nelle ultime guerre di Israele.
A Gaza i gruppi per i diritti umani, i giornalisti e gli abitanti hanno documentato l’uso di droni israeliani dotati di altoparlanti che diffondono suoni di bambini che piangono, donne che urlano e richieste di aiuto nelle zone residenziali e nei campi profughi soprattutto di notte.
I residenti di Gaza hanno affermato che a volte questi suoni inducevano le persone a credere che ci fossero dei civili in pericolo nelle vicinanze, salvo poi rendersi conto che le grida provenivano da piccoli droni che sorvolavano i loro quartieri.
A Gaza i droni non erano solo strumenti di sorveglianza. Durante tutta la guerra medici, residenti e organizzazioni per i diritti umani hanno segnalato il loro utilizzo su strade, case e ospedali dove venivano impiegati per monitorare i movimenti, impartire ordini, intimidire i civili e, in alcuni casi, aprire il fuoco.
Il loro utilizzo con altoparlanti è diventato parte di una più ampia forma di guerra psicologica: confondere i civili, offuscare il confine tra suoni reali e registrati e minare uno degli istinti umani più basilari: l’impulso a rispondere a una richiesta di aiuto.
Oggi gli abitanti del Libano meridionale affermano di riscontrare elementi di questo stesso metodo trasferiti nei loro villaggi, anche se in un contesto diverso. Le loro città sono state distrutte o sono quasi deserte, le famiglie sono intrappolate tra lo sfollamento e un ritorno temporaneo e la guerra ha rimodellato il rapporto tra persone, suoni e movimento.
Controllare il paesaggio sonoro
Tarek Mazaani, originario della devastata città meridionale di Houla, conosce bene questa oppressione. La sua casa è stata distrutta durante la guerra del 2024. In seguito si è trasferito a Zawtar al-Sharqiya durante il cessate il fuoco, prima che la ripresa dei combattimenti a marzo lo costringesse nuovamente a lasciare la proprie abitazione.
Durante quel periodo Mazaani ha fondato l’Assemblea del Popolo delle Città del Confine Meridionale, un’associazione che si batte per il diritto dei residenti a tornare nei loro villaggi distrutti e per l’avvio della ricostruzione.
Il 12 ottobre 2025, racconta, l’esercito israeliano ha inviato droni su diversi villaggi del sud che trasmettevano messaggi di avvertimento invitando i residenti a non parlargli e a boicottarlo. I messaggi lo accusavano di appartenere a Hezbollah.
Mazaani ha ricordato l’episodio essendo di nuovo sfollato, parlando da quello che è diventato il suo terzo sfollamento. Anche la casa in cui si era rifugiato a Zawtar al-Sharqiya è stata distrutta, ha dichiarato a MEE.
“Quando l’esercito israeliano ha trasmesso quei messaggi ho dovuto lasciare la casa, temevo per la vita dei residenti e dei vicini del complesso residenziale in cui alloggiavo”, ha detto Mazaani. “Sentivo che dopo quei messaggi avrebbero potuto prendermi di mira. Ho lasciato la mia famiglia e sono andato altrove”.
Ha detto che gli avvertimenti sono in seguito cessati quando il suo caso è diventato oggetto di interesse pubblico, è stato trattato da diversi media internazionali e ha suscitato dichiarazioni di solidarietà da parte di alti funzionari.
Ma secondo Mazaani l’impatto dell’incidente è andato oltre la sua sicurezza personale. Diffondere il suo nome nei villaggi del sud, ha detto, era un messaggio alla comunità circostante tanto quanto a lui stesso: chiunque si impegnasse nella questione del ritorno, chiunque contestasse lo sfollamento o chiunque chiedesse la ricostruzione poteva essere preso di mira, minacciato o socialmente isolato.
Le testimonianze di Hashem e Mazaani rivelano un altro aspetto della guerra nel sud del Libano. Non è solo una guerra di attacchi aerei, distruzione e sfollamento, ma anche di controllo sul panorama psicologico e sonoro della vita civile.
Questo uso del suono pone i civili in una posizione impossibile. Rispondere può significare cadere in una trappola; ignorarlo può significare trascurare un autentico grido di aiuto. Tra queste possibilità la paura si accumula, la fiducia si sgretola e la permanenza nel villaggio diventa una battaglia di nervi quotidiana.
Nel sud del Libano, dove la lunga memoria dell’occupazione si intreccia con i nuovi sfollamenti, questi quadricotteri sono visti come qualcosa di più di una semplice tecnologia militare. Sono vissuti come un’estensione del controllo israeliano: volteggiano sopra le teste, osservano, proiettano voci disincarnate e costringono i residenti a mettere in discussione ogni suono e movimento intorno a sé.
(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)


