Anas al-Sharif è stato assassinato perché era la voce di Gaza

Anas al Sharif il 10 ottobre del 2024 a Gaza City. Foto: AFP
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Soumaya Ghannoushi

11 agosto 2025Middle East Eye

Uccidendo cinque giornalisti di Al Jazeera Israele spera di nascondere il suo genocidio al mondo. Invece lo mette ancora più in luce

Lo hanno ucciso nel luogo in cui i feriti si aggrappano alla vita.

Fuori dall’ospedale al-Shifa di Gaza City, l’esercito israeliano ha assassinato i corrispondenti di Al Jazeera Anas al-Sharif e Mohammed Qreiqeh, insieme ai cameraman Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal e Moamen Aliwa, in un bombardamento diretto alla loro tenda di giornalisti.

Non si è trattato di un incidente di guerra. È stato un attacco di precisione: la deliberata cancellazione di giornalisti che non smettevano di dire la verità.

Sharif era un giovane palestinese di Jabalia, nel nord di Gaza. Aveva seguito la guerra per 22 mesi. Il suo unico “crimine” è stato quello di rifiutarsi di voltare le spalle, insistendo nel denunciare la realtà del genocidio: le uccisioni senza fine, la distruzione calcolata di ogni soffio di vita. Lavorava senza sosta.

Nato nel 1996, Sharif aveva tre anni quando iniziò la Seconda Intifada; ne aveva 10 quando Israele bloccò Gaza per la prima volta, 12 quando scoppiò la guerra di Gaza del 2008 [l’operazione militare israeliana Piombo Fuso, ndt.] e 18 durante l’attacco del 2014 [l’operazione Margine Protettivo, ndt.].

Ne aveva solo 28 quando domenica Israele infine lo ha ucciso. La sua vita è stata segnata da guerre, ognuna più mortale della precedente.

Per 22 mesi, i reportage di Sharif sono entrati in milioni di case in tutto il mondo arabo. Più che un giornalista, è diventato un testimone fidato. Il suo pubblico conosceva il suo dolore tanto quanto conosceva la sua voce: l’uccisione di suo padre da parte del fuoco israeliano e la separazione da sua madre, sua figlia Sham, suo figlio piccolo Salah – nato durante il genocidio – e sua moglie Bayan.

Lo abbiamo seguito sui fronti più feroci nel nord di Gaza, dove ha lavorato in mezzo ai bombardamenti e alla fame senza mai piegarsi, senza mai farsi zittire.

“Sei la nostra voce”

Sharif ha colmato il vuoto lasciato dai colleghi già assassinati, tra cui Ismail al-Ghoul di Al Jazeera, ucciso dal fuoco israeliano. Un altro collega, Wael Dahdouh, ha continuato a fare reportage dopo che sua moglie, i suoi figli e suo nipote erano stati massacrati, ma in seguito ha lasciato Gaza per curarsi dalle ferite di guerra.

Sharif ha ereditato la loro missione: raccontare la storia di Gaza mentre il mondo cerca di distogliere lo sguardo. Ora, con l’uccisione di Sharif e dei suoi quattro colleghi, Israele ha annientato l’intera troupe di Al Jazeera a Gaza City.

Ricordiamo il giorno in cui è scoppiato a piangere in diretta, con la voce tremante mentre guardava una donna crollare per la fame, e un passante gridare: “ Continua, Anas, sei la nostra voce”.

Ricordiamo il giorno di gennaio in cui in diretta si è tolto il gilet da giornalista per annunciare un cessate il fuoco, un breve respiro dopo un massacro senza sosta. Lo ricordiamo mentre a Gaza veniva sollevato sulle spalle dai palestinesi che gli erano grati, celebrato per il suo coraggio.

Per tutto questo è diventato il nemico giurato di uno Stato genocida. L’intelligence israeliana lo ha minacciato apertamente. Prima l’uccisione di suo padre, dopo che Sharif aveva dichiarato di aver ricevuto telefonate dall’esercito israeliano che lo avvertiva che sarebbe stato punito se non avesse interrotto la sua copertura mediatica. Era un avvertimento macchiato di sangue. Poi sono arrivate le uccisioni dei suoi colleghi.

Infine la minaccia è stata messa in atto: il suo corpo e quelli dei suoi quattro colleghi sono stati fatti a pezzi da un attacco di droni israeliani, come in migliaia di altri omicidi a Gaza, in Libano e in Siria.

Avichay Adraee, il portavoce più astioso di Israele, lo ha preso di mira per nome. Alla fine del mese scorso il Comitato per la Protezione dei Giornalisti ha avvertito: “Le ultime accuse infondate rappresentano il tentativo di creare consenso per l’uccisione di Al-Sharif”. Adraee è il nuovo Joseph Goebbels, armato di social media invece che di radio, che indica i bersagli da uccidere con un sorrisetto.

Sharif ha visto amici e colleghi uccisi a colpi d’arma da fuoco davanti ai suoi occhi. Ha trasportato le loro bare, poi è tornato al lavoro con la polvere della sepoltura ancora sulle mani. Ha tratto forza da Shireen Abu Akleh, uccisa da Israele a Jenin nel 2022. Lei era cristiana; lui era musulmano. Israele non fa distinzioni quando muove guerra alla verità.

Se Israele avesse voluto, avrebbe potuto arrestarlo. La posizione di Sharif era sempre nota. Non aveva armi. Lavorava spesso in vista dei posti di blocco israeliani. Ma non sono venuti per arrestarlo; sono venuti per ucciderlo.

C’è stata anche una preparazione. La guerra del Primo Ministro Benjamin Netanyahu contro Gaza si trascina da 22 mesi senza raggiungere i suoi obiettivi dichiarati, se non l’uccisione di massa di civili e la distruzione delle fondamenta della vita. La sua coalizione si sta sfilacciando. Ora, con l’approvazione del governo, si sta mobilitando l’invasione finale di ciò che resta di Gaza: la fase culminante della pulizia etnica. Tale campagna sarà più facile se non ci saranno più giornalisti a testimoniare. Sharif e i suoi colleghi erano troppo pericolosi per la sua propaganda. La prossima fase, secondo le intenzioni del governo israeliano, si svolgerà nell’oscurità.

Massacri sotto gli occhi di tutti

A poche ore dall’uccisione di Sharif, l’esercito israeliano ha rilasciato una dichiarazione non di pentimento, ma di orgoglio, vantandosi dell’omicidio, diffamandolo come “terrorista” e producendo “prove” troppo comode da verificare.

È il trucco più antico dell’assassinio di Stato: uccidere il giornalista, poi assassinare il suo nome. E ancora ci viene chiesto di credere che un uomo che ha trascorso più di 670 giorni a fare il corrispondente in diretta per un’emittente internazionale di notizie stesse segretamente comandando una cellula militante, tra le riprese di ospedali bombardati e la sepoltura di bambini.

Alcuni media generalisti hanno ripetuto la diffamazione, proprio come avevano ripetuto le bugie di Netanyahu poche ore prima, negando la fame a Gaza e incolpando Hamas della distruzione fatta da Israele. Parole smentite dai reportage internazionali, eppure trasmesse senza vergogna.

Sharif sapeva che questo poteva essere il suo destino. Qualche mese fa ha scritto il suo addio: “Se queste parole vi giungono, sappiate che Israele è riuscito a uccidermi e a mettere a tacere la mia voce… Vi affido la Palestina, il gioiello della corona del mondo musulmano, il cuore pulsante di ogni persona libera in questo mondo. Vi affido il suo popolo, i suoi figli innocenti e oppressi che non hanno mai avuto il tempo di sognare o di vivere in sicurezza e pace. I loro corpi puri sono stati schiacciati sotto migliaia di tonnellate di bombe e missili israeliani, fatti a pezzi e scagliati sui muri”.

Uccidendo Sharif e i suoi colleghi l‘obiettivo di Israele non era solo quello di nascondere la verità sui massacri, ma di prenderlo di mira personalmente, di spezzare lo spirito dei palestinesi di Gaza, consapevole del loro attaccamento a lui, della loro fiducia in lui, del loro orgoglio per il suo coraggio.

Ma questo piano fallirà. La sua morte non spezzerà la volontà di Gaza. Renderà solo la sua gente più determinata a seguire la sua strada.

C’è un video di Sharif con la figlia Sham, seduti vicino, sorridenti mentre Anas le chiede: “[Il presidente degli Stati Uniti Donald] Trump vuole che lasciamo Gaza. Vuoi che ce ne andiamo? … In Qatar? In Giordania? In Egitto? In Turchia?”. Lei scuote la testa a ogni nome. “Perché?” chiede lui. La sua risposta è semplice: “Perché amo Gaza”. La stringe tra le braccia, con la tenerezza di un padre che sa che quella sua risposta è la stessa che batte nel suo cuore.

Lo hanno portato sulle spalle proprio come allora avevano portato Abu Akleh, mentre i soldati israeliani cercavano di buttare a terra la sua bara. Con quel gesto hanno giurato che sorgeranno migliaia di altri custodi di una verità che nessun proiettile può uccidere.

L’uccisione di Sharif non è la fine. È la cancellazione di un testimone prima che si alzi il sipario su ciò che verrà dopo: massacri pianificati sotto gli occhi di tutti, approvati da alleati stranieri, per cacciare gli ultimi sopravvissuti di Gaza dalla loro terra.

Il sangue di Sharif non è solo un fardello per Israele. Macchia le mani di ogni governo che ha distolto lo sguardo; di ogni redazione che ha fatto eco al copione dell’assassino; di ogni leader che ha armato la mano che ha mirato al suo cuore.

Scorre tra le dita di tutti coloro che hanno visto – più e più volte – Israele dare la caccia ai giornalisti di Gaza, e non hanno fatto altro che oscurare l’obiettivo.

Non si è trattato solo dell’uccisione di un uomo. È stata zittita una voce di cui il mondo aveva bisogno.

Ed è stato reso possibile da un coro di ciechi, da un mondo che ha permesso a Israele di massacrare un giornalista dopo l’altro e di cavarsela senza conseguenze.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

Soumaya Ghannoushi è una scrittrice britannico-tunisina esperta di politica mediorientale. I suoi articoli giornalistici sono apparsi su The Guardian, The Independent, Il Corriere della Sera, aljazeera.net e Al Quds. Una selezione dei suoi scritti è disponibile su: soumayaghannoushi.com.

(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)