Yael Berda
21 novembre 2025 +972 Magazine
Mentre i meccanismi di controllo dell’occupazione si infiltrano nella sfera civile, gli ebrei dissidenti sono i prossimi della lista e la libertà accademica non offre alcuna protezione
Nell’Israele del 2025 i confini tra le aree in cui si esercita il potere del regime stanno diventando sempre più labili. I meccanismi di controllo sui palestinesi nella Cisgiordania e a Gaza occupate – legge militare accanto a legge civile, potere incondizionato accanto a istituzioni formali – si insinuano all’interno, colpendo i cittadini palestinesi di Israele e in misura crescente i dissidenti ebraico-israeliani che rifiutano di conformarsi alla politica statale.
Non si tratta di un cambiamento improvviso, piuttosto di un processo progressivo. Nel corso dei decenni il regime di occupazione ha sviluppato tecnologie di controllo, sorveglianza e riconoscimento per sottomettere i palestinesi che si sono gradualmente trasformate in strumenti di governo della sfera civile israeliana.
Un elemento centrale di questo processo è il meccanismo di definizione dei nemici. Non si tratta solo di una pratica di controllo militare, ma di un potente strumento politico che ridefinisce i limiti della legittimità. In questo senso due recenti attacchi alla libertà di espressione nei campus universitari israeliani non rappresentano delle eccezioni; sono la naturale prosecuzione di modelli consolidati nel tempo.
Il 6 novembre Alec Yefremov, insegnante di educazione civica in una scuola superiore di Tel Aviv, ha partecipato alla cerimonia di laurea della sorella presso l’Università Ebraica di Gerusalemme. Era presente, per festeggiare la laurea della moglie, anche il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir. Quando ha visto il leader del partito Otzma Yehudit (Potere Ebraico), Yefremov gli ha gridato che è un razzista, kahanista che idolatra Baruch Goldstein che nel 1994 uccise a colpi d’arma da fuoco 29 palestinesi nella moschea Ibrahimi di Hebron.
Yefremov è stato espulso dalla cerimonia dalle guardie di sicurezza dell’università, per poi essere ammanettato dalla polizia e portato via per essere interrogato con l’accusa di “insulto a pubblico ufficiale” e “disturbo dell’ordine pubblico”. È stato perquisito fisicamente presso la stazione di polizia e successivamente rilasciato con il divieto di entrare per 15 giorni nel campus universitario. L’Università Ebraica ha rilasciato una dichiarazione in cui condannava l’arresto di Yefremov e la polizia israeliana, e con l’appoggio dei politici dell’opposizione ha avviato un’indagine interna sull’arresto e sulla perquisizione corporale. (Tali indagini solitamente non portano a nulla.)
Una settimana dopo Almog Cohen, vicepresidente dell’ufficio del Primo Ministro israeliano, è arrivato infuriato ad una conferenza presso l’Università Ben-Gurion del Negev, nella città meridionale di Be’er Sheva.
Forte dell’immunità e di un senso di possesso dello spazio, Cohen – insieme ad attivisti del movimento di estrema destra Im Tirzu, che hanno filmato e poi messo il video online – è arrivato a interrompere la conferenza di informatica di Sebastian Ben Daniel, critico abituale della politica israeliana (e collaboratore di lunga data di +972 con lo pseudonimo di John Brown).
“Sono andato questa mattina all’Università Ben-Gurion a causa delle dichiarazioni antisemite del docente Sebastian Ben Daniel, che ha definito gli eroici soldati delle IDF ‘assassini di bambini, criminali di guerra, neonazisti’ “, ha dichiarato Cohen in seguito. “Non permetterò ad uno pagato con fondi pubblici di esprimersi in questo modo, quando molti dei suoi studenti – di destra o di sinistra – sono essi stessi riservisti”. L’università ha sporto denuncia alla polizia contro Cohen e ha dichiarato: “I nostri campus devono rimanere spazi sicuri per lo studio, l’insegnamento, la ricerca e lo scambio di idee, [ed essere] luoghi in cui gli studenti possono imparare e istruirsi, i docenti possono insegnare e i ricercatori possono condurre ricerche senza timore di violenze fisiche o verbali”.
Seppure diversi, questi due episodi sono espressione dello stesso fenomeno. Illustrano l’erosione del confine tra autorità legittima e potere assoluto, persino all’interno della Linea Verde e persino contro gli ebrei.
Potere nudo e crudo
In un articolo accademico che ho scritto dieci anni fa, intitolato “Sul nemico oggettivo e il vuoto politico”, dimostravo come in Israele funzioni un meccanismo di denuncia in base al quale una minaccia viene definita non sulla base di azioni o prove, ma semplicemente etichettandola come tale. Un indizio, una parola, una storia su Instagram o, a volte, persino il silenzio sono sufficienti per collocare qualcuno nella categoria di “nemico”, valutando esclusivamente in base alle immagini, alle percezioni e alle emozioni che suscitano, eliminando la necessità di prove.
Questa è da tempo la realtà nei territori occupati: i palestinesi sono definiti naturalmente sospetti e la legge è elaborata di conseguenza. Ma una volta che l’identificazione di nemici diventa strumento centrale di governo, si cercano di continuo nuovi obiettivi.
Negli ultimi anni i cittadini palestinesi di Israele sono stati gradualmente incorporati in questa definizione, subendo incriminazioni per dei post sui social media, restrizioni alla libertà di parola e interrogatori di polizia per dichiarazioni pubbliche. Adesso gli oppositori ebrei del regime – inclusi docenti critici e studenti politicamente attivi – si trovano vittime dello stesso meccanismo.
Si può capire questa situazione anche attraverso quello che il politologo ebreo tedesco Ernst Fraenkel ha definito il concetto di “doppio Stato”, una condizione in cui lo Stato gestisce due sistemi contemporaneamente: uno normativo che parla il linguaggio delle leggi, delle procedure e dei regolamenti e, accanto a questo, un sistema discrezionale che agisce con nuda e cruda autorità in nome della “sicurezza”, dell’ “interesse nazionale” o dell’ “ordine pubblico”.
L’arresto di Yefremov e l’attacco alla conferenza di Ben Daniel sono allegorie che illustrano bene questo meccanismo: se il primo è mascherato da una facciata di legalità e procedura amministrativa, il secondo espone la forza cruda, immediata e sproporzionata del regime.
La sfera accademica dovrebbe essere protetta dal principio della libertà di ricerca intellettuale, che è già stato gravemente eroso, eppure la forza discrezionale del potere politico vi penetra senza ostacoli. Il modello a lungo utilizzato nei territori occupati – diritto militare accanto al diritto civile, potere illimitato accanto alle istituzioni formali – ora si insinua all’interno quasi senza resistenza. E quando entrambi i sistemi operano in tandem, crolla la distinzione tra “legale” e “lecito”.
Quando il controllo, la sorveglianza e la retorica del “nemico interno” si trasformano in strumenti di gestione [della società, n.d.t.] civile non c’è più limite: il nemico esterno di ieri diventa quello interno di domani. Una volta che questa logica viene interiorizzata dalla polizia, dai politici e dai membri delle istituzioni accademiche stesse, ciò a cui assistiamo nei campus non è un'”escalation”, ma una dimostrazione diretta del sistema in atto.
Quando il problema è l’ordine
Le risposte a questi due incidenti parlano lo stesso linguaggio in codice. La dichiarazione dell’Associazione dei Rettori Universitari, che condannava l’intrusione di Cohen nell’aula magna dell’Università Ben-Gurion e chiedeva di preservare spazi di apprendimento sicuri, può essere apparsa dura, ma evitava di affrontare il meccanismo che produce la violenza.
Parlava di “tolleranza zero per il disordine”, come se il problema risiedesse in una condotta indisciplinata piuttosto che in un regime politico che esercita un potere incondizionato sugli spazi del sapere. Faceva appello al governo affinché condannasse l’atto come se non fosse proprio questo governo a marchiare i docenti come nemici e a consentire l’incursione del potere discrezionale nella sfera accademica. Così, la capacità delle istituzioni di stabilire confini viene erosa: adottano il linguaggio del regime invece di sfidarlo.
La risposta degli ex rettori universitari e dei premi Nobel è stata più decisa e precisa, ma ancora confinata all’interno di un paradigma liberale che invita le istituzioni indebolite a difendersi. Ha espresso profonda preoccupazione per la libertà di espressione e la resilienza civica, ma non ha riconosciuto che il sistema normativo stesso non può più arginare la portata del potere discrezionale. E ha anche invocato un “ripristino dell’ordine” – richiesta futile quando un’istituzione deve difendersi da una forza politica che detiene il meccanismo per definire il nemico. Il problema è precisamente l’ordine.
Ciò che si è verificato nei campus israeliani quindi non è semplicemente un “attacco alla libertà accademica”, ma la piena esposizione di questo meccanismo. La polizia non ha deviato dal suo percorso quando ha usato una forza sproporzionata contro Yefremov; ha agito secondo un modello a lungo sperimentato sui palestinesi. Cohen non ha fatto irruzione in un’aula magna perché era “senza freni”; lo ha fatto perché il regime israeliano gli ha segnalato che la sfera accademica non è più protetta.
Quando perfino il mondo accademico adotta il linguaggio dell’ordine, della sicurezza e del patriottismo non è più in grado di articolare un’opposizione efficace al potere statale, e cede invece autorità e legittimità allo Stato. E non ha senso chiedere al regime di smettere di considerarci nemici, perché il meccanismo produce nemici e ne ha bisogno per giustificare la propria esistenza.
L’unica risposta possibile è politica: riportare l’attenzione al linguaggio del potere, del controllo, della razza e del regime; ricostruire spazi di conoscenza e comunità indipendenti dall’approvazione statale; smascherare il meccanismo di definizione del nemico; formare partnership ebraico-palestinesi che smantellino le condizioni necessarie al funzionamento di questo meccanismo.
Yael Berda è professoressa associata di Sociologia e Antropologia presso l’Università Ebraica e ricercatrice presso la Middle East Initiative della Harvard Kennedy School. È autrice di “Burocrazia coloniale e cittadinanza contemporanea”, “La burocrazia dell’occupazione” e “Vivere l’emergenza: il regime dei permessi di soggiorno di Israele nella Cisgiordania occupata”.
(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)


