Israele ci sta cacciando”: il piano per aprire il valico di Rafah a Gaza lascia i palestinesi con più domande che risposte

La tendopoli di Khan Younis. Foto: Ramadan Abed/ Reuters
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Nagham Zbeedat

8 dicembre 2025 – Haaretz

I palestinesi di Gaza affermano di sentirsi sotto pressione nel decidere se lasciare le proprie famiglie nella speranza di attraversare il valico verso l’Egitto; alcuni hanno rinunciato del tutto a lasciare la Striscia.

La decisione potrebbe segnare una svolta per gli abitanti della Striscia sotto assedio, dove l’uscita è stata resa praticamente impossibile dall’inizio della guerra. Ha suscitato speranze tra i 16.500 malati e feriti che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, hanno urgente bisogno di lasciare la Striscia per accedere a cure mediche salvavita all’estero, dal momento che il sistema sanitario di Gaza è prossimo al tracollo. La riapertura potrebbe anche dare una fragile spinta all’economia di Gaza, al collasso, offrendo ai commercianti una rara opportunità di movimentare le merci oltre l’enclave.

Ma la riapertura è accompagnata da rigide limitazioni imposte da Israele e da controversie politiche che hanno riacceso i timori che la decisione possa essere parte di un intento più ampio di cacciare definitivamente i palestinesi da Gaza.

Secondo dei funzionari israeliani i palestinesi che vorranno andarsene dovranno ottenere l’autorizzazione della sicurezza sia israeliana che egiziana, sebbene i criteri per tale autorizzazione restino poco chiari.

Israele ha affermato che la riapertura dipenderà dai preparativi logistici della missione dell’Unione Europea che supervisiona il valico dal 2005, nonché dalle riparazioni delle infrastrutture gravemente danneggiate durante la guerra.

Inoltre non è ancora chiaro come verranno gestite le persone prive di documenti o se verranno escluse del tutto, il che aggiunge un ulteriore livello di incertezza, dato il numero di famiglie a Gaza che hanno perso documenti di identità essenziali, tra cui passaporti e carte d’identità nazionali, a causa di ripetuti sfollamenti e bombardamenti.

A seguito dell’annuncio di Israele i ministri degli Esteri di Egitto, Indonesia, Giordania, Pakistan, Qatar, Arabia Saudita, Turchia ed Emirati Arabi Uniti hanno rilasciato venerdì una dichiarazione congiunta in cui viene espressa una “profonda preoccupazione” per il piano di Israele di aprire il valico di Rafah esclusivamente “in una direzione, con l’obiettivo di trasferire gli abitanti della Striscia di Gaza in… Egitto”.

La dichiarazione congiunta condanna quelli che i ministri hanno descritto come “tentativi di espellere forzatamente il popolo palestinese dalla sua terra” e sottolinea “l’importanza” di attuare il piano di cessate il fuoco in 20 punti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che prevede che il valico rimanga aperto in entrambe le direzioni.

Prima della guerra Rafah era l’unica porta di Gaza verso il mondo esterno non controllata da Israele: un passaggio vitale attraverso cui viaggiavano studenti, famiglie riunite e merci.

Dall’inizio della guerra l’Egitto ha inasprito drasticamente le restrizioni. La situazione è peggiorata ulteriormente nel maggio 2024, quando le forze israeliane hanno preso il controllo del lato di Gaza del valico, costringendo l’Egitto a chiuderlo. Da allora il valico di Rafah è rimasto quasi costantemente chiuso, consentendo solo sporadiche e limitate uscite a scopi medici, l’ultima delle quali a febbraio.

“Molte paure”

Per molti palestinesi a Gaza, intrappolati dalla guerra, dalle espulsioni e dal collasso del sistema sanitario, l’annuncio di Israele è stato interpretato come un’inconsueta opportunità in uno stato di realtà prestabilito. Ma all’interno di Gaza lo stato d’animo è più complesso. Per alcuni l’annuncio non rappresenta un’opportunità ma un dilemma.

Hamada, 29 anni, è originario di Gaza City e vive a Deir al-Balah da settembre. I suoi genitori e fratelli sono rimasti a Gaza City. Se gliene fosse data la possibilità, vorrebbe partire per l’Egitto, ricongiungersi con la sua ragazza in Cisgiordania, sposarsi e costruirsi una nuova vita lì.

Ma anche quel sogno sembra difficile da realizzare.

“Quando ho sentito la notizia per la prima volta, mi sono sentito solo confuso”, dice. “Da un lato, lascerò la mia famiglia e mi adeguerò ai piani dell’occupazione israeliana. Dall’altro, siamo privati ​​dei mezzi di sussistenza di base, sia a livello personale che collettivo. Non riesco a svolgere il mio lavoro come si deve. Lavoro online e non ho una connessione internet stabile. Per ottenere un lavoro dovrei spendere più di quanto riesco a guadagnare.”

Il suo desiderio di andarsene non nasce dal bisogno di comodità, ma dalla stanchezza.

“Per uno come me, che vuole fare una vita normale, vivere in questo posto è estenuante, fisicamente, emotivamente, finanziariamente e mentalmente”, dice. “Se non fosse stato per la mia famiglia me ne sarei andato prima.”

La sua visione dell’Egitto non è idealistica. È vulnerabile e incerta. “Se dovessimo arrivare in Egitto, vorrei stabilirmi, creare una famiglia e vivere in pace”, dice. “Ma in realtà so che sarà dura. Se la pensassi diversamente, mi illuderei. Chiunque viva nella diaspora ha vita dura, persino in Egitto, il posto più vicino a Gaza.”

Ciò che lo frena non è la mancanza di voglia di vivere, ma la paura di perdere tutto il resto. “Ci sono molte incognite e paure”, dice. “Lasciare la famiglia, la possibilità di tornare, l’adattamento dentro e fuori Gaza. Se me ne andassi e mi sposassi in Egitto rimarrei solo? La mia famiglia non può lasciare la Striscia. Cosa faremmo? Ci sono molte paure che ci paralizzano.”

C’è anche il costo. “Se il confine si apre e i prezzi salgono alle stelle, non potrò andarmene”, dice. “Non posso permettermelo.”

Hamada osserva sulla rete ciò che scrivono le persone che vogliono andarsene. Insiste sul fatto che queste parole non significano che la gente voglia abbandonare Gaza. “Tutti noi amiamo Gaza”, dice. “Anche quando è in rovina e non mostra segni di vita la amiamo. Questa non è poesia o idealizzazione delle nostre vite. Vivere tutta questa distruzione e morte ci ha legato a questo posto”.

Ciò che la gente sogna qui, dice, è ridotto alle forme più elementari di dignità.

A Gaza i nostri desideri e i nostri sogni si limitano all’amore per una ciotola di zuppa di lenticchie calda, all’odio per un piatto vuoto, al sogno di un luogo dove i bombardamenti aerei non possano arrivare.”

“C’è troppa pressione per prendere questa decisione ora”

Sami, 26 anni, è originario di Jabaliya e vive a Deir al-Balah dal 14 ottobre 2023. Lavora come podcaster e creatore di contenuti visivi ed inoltre è impiegato presso Save the Children. Solo due giorni prima dell’inizio della guerra lui e il suo team hanno aperto il loro studio di podcasting: il culmine di anni di lavoro.

“Un mese dopo lo studio è stato bombardato e raso al suolo”, racconta.

Lo spazio fisico non c’è più, ma il lavoro continua. Il team continua a produrre episodi che parlano della vita giovanile, sociale e culturale a Gaza, anche se le attrezzature e le infrastrutture sono scomparse.

A differenza di altri che vedono nell’andarsene l’unica via d’uscita Sami crede ancora nel proposito di restare, almeno in teoria.

“Ho sempre pensato che quando e se la guerra fosse finita non avrei lasciato Gaza immediatamente”, dice. “Credo che le darò la possibilità di respirare, ricostruirsi e riabilitarsi. Penso che sia meglio fare le cose con calma..”

Ma il suo proposito di restare si scontra con un sentimento di responsabilità e paura. “Sono l’uomo di casa”, dice. “I miei vecchi genitori, i miei sette fratelli: come farò ad andarmene con tutti loro? Come farò ad andarmene senza di loro?”

Per lui la possibilità di andarsene non dipende tanto dall’opportunità quanto dalla sicurezza.

“Se avessi la garanzia che il cessate il fuoco e la fine della guerra fossero una cosa certa e duratura, allora potrei prendere in considerazione l’idea di andarmene”, dice. “Almeno non mi preoccuperei così tanto per la mia famiglia. Li sentirei più al sicuro.”

Ma non ci sono garanzie. “La guerra potrebbe tornare. L’esercito potrebbe non ritirarsi mai. C’è troppa pressione per prendere questa decisione ora”, dice.

Afferma che se potesse lavorare all’estero e portare con sé la sua famiglia lo prenderebbe in considerazione. Senza questa possibilità l’idea di partire gli sembra lacerante.

Descrive la vita quotidiana a Gaza come una sorta di crudele illusione di normalità. “Le nostre grida e le nostre richieste sono ben lontane da ciò che stiamo ricevendo”, dice. “Un’enorme quantità di prodotti è arrivata sui nostri mercati, ma senza alcun valore reale. Hanno inondato i nostri mercati di iPhone, barrette di cioccolato e cose assurde. È come costruire una piscina per un senzatetto.”

Non c’è alcun giudizio nelle sue parole verso coloro che se ne vanno o spendono soldi in beni di lusso. “Non posso biasimare chi compra iPhone o se ne va”, dice. “Tutti noi non sappiamo cosa fare. Non c’è cibo vero da comprare – niente pollo e carne – o è molto raro trovarlo.”

Secondo lui l’apertura di Rafah potrebbe essere legata sia a motivi di immagine sia a questioni strategiche. “L’apertura del valico di Rafah è un modo per migliorare la narrazione e l’immagine [israeliana] nei media internazionali – guardate, gli stiamo fornendo iPhone, cioccolata e permettiamo loro di andarsene– oppure per spingerci in un angolo, senza alcuna speranza, e costringerci ad andarcene volontariamente.”

La sua percezione delle pressioni subite è radicata nella realtà quotidiana. Abbiamo bisogno di cibo, vestiti, riparo. Queste sono le nostre richieste. Ma non abbiamo nemmeno il minimo indispensabile, la sicurezza. Molti dettagli dimostrano come Israele ci stia spingendo fuori dalla Striscia. Ci sta rendendo stranieri e rifugiati nella nostra patria”.

Vede la contraddizione svolgersi in tempo reale. “Molti palestinesi che hanno lasciato Gaza e ora si trovano in Egitto aspettano che il confine venga aperto per poter tornare”, dice. “E molti dall’altra parte aspettano di fare il contrario.”

Per lui i giudizi provenienti dall’esterno sono irrilevanti. A chi ci critica, sia che decidiamo di restare o di andarcene, dico che non sono affari loro”, afferma. Nessuno condivide le nostre ferite, quindi non possono sapere come possiamo guarire”.

Rinunciare ad andarsene

Per Khaled Abu Sultan, 33 anni, che una volta ha cercato di trasformare l’idea della fuga in un impegno collettivo, l’annuncio sul confine non ha praticamente più alcun significato. All’inizio di quest’anno ha lanciato un’iniziativa popolare per aiutare gli abitanti di Gaza a condividere informazioni sulle possibili vie di uscita dalla Striscia.

All’epoca ha descritto l’iniziativa non come un piano per abbandonare Gaza, ma come una lotta per la sopravvivenza. Ha affittato una piccola casa a Gaza City dopo mesi di sfollamento nel sud. Descrive la parte meridionale di Gaza come “insopportabile”, ma afferma che, anche ora, nulla nella Striscia sembra vivibile. La differenza, dice, è l’isolamento.

A Gaza City ho trovato una dimensione di solitudine”, dice. Mi sono isolato. Non desidero parlare con nessuno. Non desidero interagire con ciò che accade intorno a me. Onestamente, non mi sono nemmeno preoccupato di prendere in esame la decisione di lasciare la Striscia. Mi concentro sulla mia casa, sul lavoro e su me stesso, e basta”.

A differenza dei mesi precedenti, quando seguiva ossessivamente ogni voce sull’apertura di un valico, non crede più che ciò possa avvenire con effetti concreti. A suo avviso la disputa tra il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha trasformato il valico in una performance politica.

“Non credo che il confine verrà aperto”, afferma. “Netanyahu vuole qualcosa e al-Sisi dice di no. Per loro è un gioco fatto di provocazioni. E anche se il confine verrà aperto lasceranno passare solo pazienti e feriti, e la situazione sarà monitorata attentamente.”

Quella che sembra un’analisi politica si trasforma rapidamente in qualcosa di più personale.

“Sono una delle tante persone che hanno perso la speranza”, afferma. “Non voglio più viaggiare e andarmene. Tutti intorno a me erano sotto shock. Mi sono arreso alla realtà e sono stato costretto a stabilirmi a Gaza City perché questo dilemma ci prosciugava.”

Questo cambiamento è sorprendente, considerando quanta energia un tempo dedicava al tentativo di aiutare le persone a trovare una via d’uscita.

Quando gli viene chiesto come sia passato dallo sforzo di aiutare gli altri a rinunciare egli stesso alla partenza, la sua risposta è semplice: Ho perso la speranza. Sono arrivato al punto di non sopportarmi più, quindi ho rinunciato”.

“Ora provo indifferenza per tutto ciò che accade”, continua. “Non guardo nemmeno più il telegiornale. La vita non ha senso né scopo. Tutta la nostra esistenza è arbitraria. Questa decisione è nata dalla disperazione, perché mi ha consumato. Ha consumato i miei pensieri. Non riuscivo a pensare ad altro che a questo. Ecco perché ho deciso di togliermelo dalla testa, dal mio orizzonte

Il suo ritiro non è concepito come pace, ma come autoconservazione. Per lui, la speranza è diventata una forma di tormento.

In questo limbo l’idea stessa di andarsene è diventata fonte di esaurimento. Eppure Khaled non rifiuta del tutto la speranza. Semplicemente ora la tratta in modo diverso.

Nel momento in cui ci si lascia andare appare la rivelazione”, dice, facendo una pausa prima di aggiungere una contraddizione che sembra più umana che politica.

“La speranza c’è finché respiriamo”, dice. “Se smettiamo di sognare moriremo.”

Al centro della tensione c’è una questione politica più ampia: se la riapertura sia stata pensata principalmente per alleviare la pressione umanitaria o per creare delle condizioni che rendano più semplice partire che sopravvivere.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)