Sono stato corrispondente dalla Cisgiordania. Venti anni dopo la mia ultima visita sono rimasto scioccato da quanto sia peggiorata oggi la situazione (I parte).

Dopo l'incursione israeliana al campo profughi di Tulkarem l'11 settembre 2025. Foto: EPA/ALAA BADARNEH
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Ewen MacAskill

11 dicembre 2025 – The Guardian

Tra le molte persone che ho incontrato c’è una sensazione comune di disperazione e che la resistenza stia lentamente diventando un ricordo.

Improvvisamente a novembre di fianco a un’autostrada nella Cisgiordania palestinese sono comparse delle bandiere israeliane. Più di 1.000 sono state piazzate a circa 27 metri di distanza una dall’altra su entrambi i lati della strada lungo circa 16 km. Sono state sistemate a sud di Nablus, nei pressi di villaggi palestinesi regolarmente presi di mira da coloni israeliani estremisti. Le ho viste il mattino dopo che erano state piazzate mentre mi dirigevo verso quei villaggi. Il loro messaggio fa eco alle scritte onnipresenti tracciate dai coloni in tutta la Cisgiordania: “Non avete futuro in Palestina.”

In confronto ai 70.000 palestinesi uccisi a Gaza e agli oltre 1.000 in Cisgiordania dall’ottobre 2023 le bandiere non rappresentano niente più che una provocazione marginale. Tuttavia riflettono quanto si stia rafforzando la dominazione israeliana in Cisgiordania, una terra che secondo le leggi internazionali è riconosciuta come palestinese. Durante la Seconda Intifada, la rivolta palestinese dal 2000 al 2005, i coloni israeliani non avrebbero osato piantare simili bandiere per timore di finire sotto il fuoco dei palestinesi. Ora non più.

Sono tornato il mese scorso per la prima volta in Cisgiordania dopo 20 anni. All’inizio degli anni 2000 ci ero stato regolarmente come inviato per il Guardian per aiutare i colleghi di stanza a Gerusalemme a coprire la Seconda Intifada. La rivolta era molto più violenta della prima, durata dal 1987 al 1993. L’immagine indelebile della prima è quella di giovani palestinesi che lanciano pietre contro i soldati israeliani. La seconda fu uno scontro su larga scala, con Israele che attaccava le città e cittadine palestinesi con artiglieria, carri armati, elicotteri e aerei da guerra mentre i palestinesi rispondevano con fucili ed esplosivi.

I palestinesi tendevano imboscate a soldati e coloni in Cisgiordania, rendendo pericolose le strade, soprattutto di notte, e terrorizzavano Israele con attentatori suicidi mandati al di là del confine per attaccare fermate di autobus, caffè, alberghi e ovunque in luoghi affollati. Vennero uccisi più di 3.000 palestinesi e più di 1.000 israeliani.

Non avevo previsto di scrivere qualcosa riguardo al mio viaggio in Cisgiordania del mese scorso, ma ho cambiato idea quando ho visto quanto sia peggiorata la vita quotidiana dei palestinesi, quanto siano diventati sfiduciati e quanto controllo esercitino ora Israele e i coloni sulla popolazione palestinese. Mi aspettavo che le condizioni dei palestinesi fossero peggiori, ma non fino a questo punto.

Ero stato invitato a partecipare all’università di Birzeit, nelle vicinanze di Ramallah, a una conferenza organizzata da “Progressive International”, un’ampia coalizione di organizzazioni e personalità di sinistra di tutto il mondo fondata, tra gli altri, dall’ex-ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis e dal senatore USA Bernie Sanders nel 2020. La conferenza sulla decolonizzazione della Palestina era stata organizzata insieme da Progressive International, dal centro studi palestinese Al-Shabaka e dall’Ibrahim Abu-Lughod Institute of International Studies di Birzeit. I docenti e gli studenti dell’università hanno una lunga storia di proteste e scontri con le forze israeliane, da cui negli ultimi due anni il campus è stato ripetutamente attaccato.

Dopo la conferenza alcuni partecipanti sono partiti per varie zone della Cisgiordania. Ero curioso di sapere perché non ci fosse stata una rivolta palestinese in Cisgiordania simile alla Seconda Intifada per sostenere i loro compatrioti a Gaza. Ero anche curioso di scoprire quanto appoggio ci fosse per Hamas in Cisgiordania e se qualcuno credeva che nei prossimi decenni avremmo potuto vedere uno Stato palestinese indipendente. Le loro risposte sono state differenziate e complesse, ma sono emersi alcuni temi costanti. Uno è quanto siano scoraggiati. L’altro è quanto ora sembri lontana la prospettiva di una Palestina sovrana e indipendente.

Ramallah, il centro politico, culturale ed economico della Cisgiordania, mi è sembrata più pulita, meno caotica e in alcuni posti più prospera dell’ultima volta che ci ero stato, non molto diversa da molte città europee: cartelloni pubblicitari di ristoranti, di cioccolaterie specializzate e dell’apertura di nuove palestre. Giovani palestinesi alla moda sedevano chiacchierando in caffè e bar; secondo alcuni della vecchia generazione in genere sono meno interessati alla politica.

Ma quest’aria di normalità e prosperità è doppiamente illusoria. Primo, Ramallah non è rappresentativa del resto della Cisgiordania. Secondo, una delle ragioni per cui sembra così diversa e meno caotica è l’assenza di tanti contadini delle zone circostanti che solevano piazzarsi in fila lungo i lati delle strade con i loro sacchi di frutta e verdura. Di fronte a un crescente intrico di posti di blocco e cancelli israeliani che rendono incerto il percorso, molti agricoltori non fanno più il viaggio fino a Ramallah. Gli ostacoli rappresentano un deterrente non solo per i contadini, ma in generale per il commercio e gli affari in tutta la Cisgiordania.

Secondo l’ONU alla fine della Seconda Intifada in Cisgiordania c’erano 376 posti di controllo e barriere. Oggi se ne stimano 849, molti dei quali sorti negli ultimi due anni. Checkpoint e barriere sono un argomento ricorrente di conversazione tra i palestinesi, più o meno come il meteo in Gran Bretagna. Anche se un’app che dà informazioni fornite da autisti di bus e altri utenti della strada offre un aiuto, non è sicuro, come ho scoperto, che le strade siano aperte. L’occupazione è codificata con colori: le barriere in ferro rosse sono chiuse per la maggioranza del tempo, quelle gialle sono aperte più spesso. Le targhe gialle israeliane garantiscono un accesso a strade vietate a chi viaggia con quelle verdi palestinesi.

Negli ultimi due anni le incursioni dell’esercito israeliano nel centro di Ramallah sono diventate più frequenti. I soldati israeliani arrivano in forze, arrestano qualcuno e se ne vanno. Ad agosto in un’incursione hanno preso di mira i cambiavalute, hanno fatto cinque arresti e, secondo i palestinesi, hanno lasciato più di una decina di feriti da proiettili veri, pallottole di gomma e lacrimogeni.

Durante una vasta operazione nel 2002 Israele occupò buona parte della città. I suoi carrarmati e bulldozer colpirono il complesso presidenziale riducendone una buona parte in rovina e assediando Yasser Arafat, allora leader palestinese. La scarsa illuminazione, le stanze anguste in cui venne confinato fino a poco prima della sua morte nel 2004 sono state lasciate intatte e fanno parte del museo e mausoleo di Arafat. I resti del complesso sono un simbolo di sfida in un tempo in cui i palestinesi erano uniti e c’era una sensazione di speranza.

Una delle principali differenze tra la Seconda Intifada e l’attuale situazione è che Arafat aveva tacitamente appoggiato la rivolta. La sua organizzazione, la laica Fatah, combattè insieme agli islamisti, Hamas e la Jihad Islamica palestinese, e al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, di sinistra. Invece Mahmoud Abbas, il successore di Arafat, eletto presidente nel 2005, negli ultimi due anni ha resistito alle pressioni perché lanciasse una nuova rivolta in Cisgiordania. Secondo i sondaggi e i palestinesi con cui ho parlato la decisione di Abbas è impopolare tra i palestinesi della Cisgiordania.

Tra i pochi che ho trovato favorevoli alla decisione di Abbas c’è stato Maher Canawati, il sindaco di Betlemme, che, come Abbas e Arafat, è un membro di Fatah. Ha affermato che Abbas ha dovuto affrontare molte critiche. “La gente voleva che dicesse: ‘Andiamo a combattere.’” Ma la prudenza del presidente è stata confermata, ha detto Canawati. “Le persone in Cisgiordania hanno compreso che questo non è il momento per fare quello che hanno fatto nella Prima e nella Seconda Intifada. Non vogliamo dare loro un pretesto per attaccarci. Siamo inermi, non siamo al livello degli israeliani,” ha sostenuto Canawati. “Se avessimo deciso di ribellarci ciò avrebbe dato loro il via libera per rispondere come hanno fatto a Gaza.”

Dall’ufficio del sindaco si può vedere la chiesa della Natività, dove alcuni gradini portano a una grotta venerata dai cristiani come il luogo in cui è nato Gesù. Nel 2002, durante la Seconda Intifada, le forze israeliane hanno assediato la chiesa per 39 giorni, sparando ai miliziani palestinesi rinchiusi all’interno. Pochi turisti ricordano che vicino ai gradini per arrivare alla grotta furono lasciati a decomporsi i corpi dei palestinesi uccisi.

Non che in questi giorni ci siano molti turisti. Canawati, un cristiano la cui famiglia ha vissuto a Betlemme dal XVII° secolo e possiede I Tre Archi, uno dei maggiori fornitori di souvenir biblici della Palestina, ha affermato che negli ultimi due anni il turismo è sceso fin quasi a zero.

Non è solo il turismo a soffrire. L’economia della Cisgiordania nel suo complesso è disastrosa. Il reddito pro capite è sceso del 20% e la disoccupazione si aggira intorno al 33%. Oltre a questo, mentre la popolazione sta soffrendo l’Autorità Palestinese, formalmente responsabile di amministrare la Cisgiordania e guidata da Fatah, è sinonimo di corruzione, malversazione, loschi traffici e nepotismo. I palestinesi con cui ho parlato erano infuriati per come molto spesso gli impieghi siano assegnati non in base al merito ma ai rapporti familiari, ai contatti, a bustarelle o all’affiliazione politica.

Non è difficile trovare degli esempi. Mentre girovagavo nel centro di Tulkarem, nel nord della Cisgiordania, un venditore ambulante mi ha chiamato per fare due chiacchiere. Ha detto di essere stato uno studente modello all’università, di essersi laureato in diritto e mi ha orgogliosamente mostrato il suo attestato di membro dell’ordine degli avvocati palestinesi. Quindi perché stava lavorando in un banco di frutta e verdura? Ha affermato che semplicemente non ha contatti all’interno dell’AP che gli consentano di iniziare una carriera forense.

Canawati ha riconosciuto che c’è corruzione ma ha mitigato la sua accusa aggiungendo “come in altri Paesi”. Data l’impopolarità di Abbas, dell’AP e di Fatah, gli ho chiesto che risultati avrebbe Hamas se ci fossero elezioni in Cisgiordania. Hamas non avrebbe “possibilità”, ha sostenuto, benché praticamente tutti gli altri con cui ho parlato prevedessero che Hamas avrebbe vinto. In assenza di elezioni politiche nazionali – non ce ne sono state dal 2006 – le votazioni per il consiglio studentesco all’università di Birzeit sono viste come una sorta di indicatore. Nelle ultime elezioni, nel 2023 e prima del 7 ottobre, un blocco islamico affiliato ad Hamas aveva vinto 25 dei 51 seggi, mentre un gruppo legato a Fatah ne aveva ottenuti 20 e un altro affiliato al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina 6.

Il massacro del 7 ottobre, in cui più di 1.200 israeliani e stranieri sono stati uccisi e circa 250 presi come ostaggio, inevitabilmente ha provocato una forte reazione. Perché, chiedono rabbiosamente i palestinesi, prendere il 7 ottobre come punto di inizio? Perché non cominciare con gli attacchi aerei israeliani contro Gaza che hanno fatto migliaia di morti palestinesi tra il 2005 e il 2023? Essi vedono Hamas come parte della resistenza e pochi di quelli che ho incontrato erano disposti a criticare l’attacco.

Una delle eccezioni è Omar Haramy, direttore di Sabeel, un centro della teologia della liberazione palestinese con sede a Gerusalemme. Secondo lui il fatto che la società civile palestinese non abbia aperto una seria discussione sul massacro è un problema. Mentre parlavamo si trovava nei pressi della Porta di Giaffa all’entrata della Città Vecchia di Gerusalemme, vicino alla stazione di polizia israeliana di Kishle. Haramy, che ha detto di essere stato portato lì e interrogato molte volte, ha suggerito che, se i palestinesi avessero fatto pressioni su Hamas fin da subito, forse avrebbe rilasciato i bambini, le donne e gli anziani che erano stati presi in ostaggio: “Questi sono i nostri valori come palestinesi? Prendere bambini in ostaggio? Per l’amor di Dio. Noi non siamo così.” Secondo lui le varie fazioni e partiti politici sono un peso nella spinta verso la liberazione: “Sono tutti complici, senza elezioni, senza un progetto. È tutto triste e confuso.”

Il cambiamento più grave dal mio ultimo viaggio nella regione è l’espansione delle colonie israeliane. Ci sono 3.3 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania, compresi 435.000 a Gerusalemme est. Il numero di coloni israeliani è salito dai 400.000 ai tempi della Seconda Intifada ai più di 700.000 oggi. Ma queste cifre non trasmettono il livello dell’intrusione delle colonie, il loro impatto soffocante, l’occupazione di ulteriori cime delle colline che sovrastano città, cittadine e villaggi e persino collocate in mezzo a loro, dietro muri e filo spinato, spesso a pochi metri dalle case dei palestinesi e protette dai soldati israeliani.

Durante la Seconda Intifada avevo intervistato il capo di una piccola colonia nel centro di Hebron, la cui popolazione era nella stragrande maggioranza palestinese. Quando gli ho chiesto cosa pensasse dei palestinesi mi rispose che erano “animali”. Quando gli ho detto che lo avrei citato, non fece nessun tentativo di rettificare la sua affermazione. Non sono mai riuscito a scrollarmi di dosso il ricordo di quel disprezzo sbrigativo.

Ma è moderato in confronto a quello che sta avvenendo oggi, in quanto i coloni, incoraggiati dagli estremisti che fanno parte del governo israeliano, con crescente frequenza e ferocia vessano i palestinesi scatenandosi nei villaggi in totale impunità, intimidendoli nel tentativo di cacciarli. (segue)

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)