Alon Arad
11 dicembre 2025 +972 Magazine
Gli archeologi israeliani non si oppongono alle mosse dello Stato che espropria parti di Sebastia, subordinando la verità scientifica all’espansione coloniale
Mentre gli abitanti di Sebastia, un villaggio palestinese a nord di Nablus nella Cisgiordania occupata, si riunivano in assemblea d’emergenza per discutere di un nuovo piano israeliano per impadronirsi di parti significative del loro villaggio con il pretesto di “sviluppare” il suo sito archeologico, gli archeologi israeliani si riunivano a Boston per la CXXV conferenza annuale dell’American Society of Overseas Research (ASOR).
Precedentemente nota come American School of Oriental Research, nel 2021 l’ASOR ha sostituito il significato della lettera “O” nel suo nome evidentemente per segnalare un allontanamento dall’eredità coloniale dell’archeologia verso una ricerca basata su una collaborazione paritaria con le popolazioni locali. Per gli archeologi israeliani tuttavia questo cambiamento appare sostanzialmente di facciata: mentre partecipavano alla prestigiosa conferenza – per loro la migliore scena per coltivare legami con la comunità accademica globale – il loro governo era impegnato a usare l’archeologia come strumento per mantenere il controllo coloniale sui palestinesi.
Il 19 novembre l’Amministrazione Civile israeliana ha annunciato l’intenzione di espropriare 550 appezzamenti privati di Sebastia, circa 1.800 dunam (450 acri) di terreno, da secoli fondamentali per il sostentamento, il patrimonio culturale e l’identità del villaggio. Gli abitanti affermano che il progetto devasterà l’agricoltura locale, anche distruggendo circa 3.000 ulivi alcuni dei quali secolari.
Sebastia è innegabilmente un sito archeologico stratificato e di straordinario valore. Anticamente, nell’età del ferro, città di Samaria, capitale del Regno di Israele, contiene i resti del palazzo di re Acab, portati alla luce negli anni ’30. Nel I secolo a.C. re Erode del Regno di Giudea ricostruì la città, risparmiando un tempio vicino alle rovine più antiche in onore del suo amico l’imperatore romano Augusto. Nella zona sono stati rinvenuti anche un teatro romano ben conservato, una chiesa bizantina e altri reperti archeologici.
Ma l’importanza archeologica di Sebastia non fa che acuire la contraddizione politica in questione: sebbene il sito meriti uno studio attento, il divario tra i presunti impegni etici degli archeologi israeliani e la violenza statale perpetrata a nome dell’archeologia per giustificare i passi verso l’annessione della Cisgiordania non è mai stato così evidente.
L’occupazione di Sebastia da parte di Israele – la sua più grande espropriazione di terreni per appropriarsi di resti antichi – è iniziata nel maggio 2023, quando il governo ha stanziato 32 milioni di shekel [circa 8 milioni e mezzo di euro] per il “restauro e lo sviluppo” del sito. La campagna si è intensificata nel luglio 2024 quando l’esercito ha conquistato la cima di Tel Sebastia (il punto più alto del villaggio, sede dei suoi resti archeologici più significativi) adducendo vaghe “preoccupazioni per la sicurezza”. Poco dopo, il governo ha segnalato l’intenzione di occupare un’area ancora più ampia del villaggio.
Gli abitanti palestinesi – insieme a Emek Shaveh, l’organizzazione che dirigo [ONG israeliana che lavora per prevenire la politicizzazione dell’archeologia nel contesto israelo-palestinese, ndt.] – hanno presentato un’obiezione formale all’Amministrazione Civile, sostenendo che il diritto internazionale proibisce l’uso di beni culturali per scopi militari. L’obiezione è stata infine respinta.
Il Ministro del Patrimonio Amichai Eliyahu ha celebrato l’espropriazione online. “Non consegneremo più la nostra eredità agli assassini”, ha scritto su X il mese scorso. Eliyahu, grande sostenitore dell’annessione della Cisgiordania e del reinsediamento ebraico a Gaza, ha aggiunto: “Questa è la nostra patria storica; non lasceremo mai questo posto”.
Sebbene l’area attualmente interessata dagli scavi rientri tecnicamente nell’Area C (sotto il pieno controllo israeliano) e la maggior parte del villaggio edificato di Sebastia rientri nell’Area B (sotto l’amministrazione civile palestinese e il controllo di sicurezza israeliano), in pratica le due zone formano un unico paesaggio continuo. Le antichità del villaggio sono storicamente e culturalmente inseparabili da quelle situate nell’Area C.
Il nuovo piano di espropriazione minaccia di interrompere completamente questo nesso. Il progetto prevede di deviare i visitatori israeliani lungo una strada che i coloni intendono costruire per aggirare completamente il villaggio palestinese, e include la costruzione di un centro visitatori, la recinzione della zona archeologica e l’introduzione di un biglietto d’ingresso. Se attuate, queste misure separerebbero di fatto gli abitanti di Sebastia dalla loro terra e dal loro patrimonio.
L’archeologia al servizio dell’annessione
L’uso dell’archeologia da parte di Israele per facilitare l’appropriazione di terre palestinesi – una pratica che può essere adeguatamente descritta come “pulizia archeologica” – è di gran lunga precedente a Sebastia. Per decenni lo Stato ha implementato questa strategia sia all’interno dei confini del 1948 che in tutta la Cisgiordania: nel parco della Città di David a Gerusalemme Est, nel villaggio di Susya sulle colline a sud di Hebron, nel parco nazionale di Nabi Samwil, a Shiloh e in numerosi altri siti.
Ampie fasce della comunità archeologica israeliana hanno abbandonato i principi professionali fondamentali e gli standard etici intesi a sostenere il diritto internazionale e a proteggere il patrimonio culturale. Molti hanno collaborato apertamente con i leader delle colonie e le autorità israeliane preposte all’applicazione della legge, fornendo sia copertura ideologica che infrastrutture fisiche per l’espansione degli insediamenti. Ancora l’anno scorso diversi archeologi locali hanno partecipato a una conferenza a Gerusalemme ospitata dal Ministro del Patrimonio Eliyahu, e alcuni hanno persino accettato sistemazioni alberghiere finanziate dal governo.
La comunità archeologica israeliana si è costantemente rifiutata di impegnarsi in una necessaria riflessione interna sulle implicazioni etiche del proprio lavoro. Per anni i suoi studiosi hanno ignorato i dibattiti fondamentali su dove gli scavi possano essere legittimamente condotti e a quali condizioni, nonostante ripetuti avvertimenti, relazioni politiche e risoluzioni di importanti organismi internazionali – tra cui l’UNESCO, la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite e la Corte Internazionale di Giustizia – che esortano Israele a interrompere l’attività archeologica nei territori occupati.
In questo contesto l’archeologia a Gerusalemme Est e in Cisgiordania ha da tempo perso il suo oggettivo valore scientifico. L’impegno della disciplina nello studio del passato per approfondire la comprensione umana è stato subordinato a un progetto politico di supremazia ebraica, in cui l’archeologia viene usata come strumento di controllo territoriale. Invece di difendere l’integrità del loro campo molti archeologi israeliani sono diventati di fatto un’estensione dell’apparato politico dello Stato.
Alla luce di queste pratiche e in vista della conferenza ASOR alcuni partecipanti internazionali hanno sollecitato limitazioni al coinvolgimento degli archeologi israeliani. Dibattiti simili sono emersi in Europa, anche all’interno dell’Associazione Europea degli Archeologi (EAA), dove alcuni membri hanno proposto di consentire agli studiosi israeliani di partecipare solo a condizione che abbandonassero le loro affiliazioni istituzionali.
Piuttosto che affrontare queste critiche sostanziali, molti archeologi israeliani si limitano a invocare l’antisemitismo e a presentarsi come eterne vittime. Questo atteggiamento esclude qualsiasi significativa discussione sulle questioni etiche fondamentali: l’ammissibilità di scavi in territori occupati contro la volontà delle comunità locali e in violazione al diritto internazionale; la collaborazione con le organizzazioni delle colonie e le condizioni in cui potrebbe ancora essere possibile una ricerca etica in Israele.
La dissonanza degli archeologi israeliani che presentano il loro lavoro a Boston e partecipano all’espropriazione di Sebastia illustra perché i colleghi internazionali siano sempre più restii a collaborare con loro. Ignorando le norme internazionali e allineandosi con coloro che sfruttano l’archeologia come arma per evacuare e spossessare minano la loro stessa credibilità scientifica.
La Cisgiordania ospita oltre 6.000 siti archeologici noti. In qualsiasi altro luogo tale ricchezza sarebbe considerata un tesoro culturale. Ma per i palestinesi è diventata una maledizione: ogni sito – la maggior parte dei quali non ha alcun legame con la storia ebraica nella regione – è trattato come un potenziale strumento per affermare il predominio territoriale. Siti che custodiscono secoli di storia palestinese vengono distrutti attraverso la negligenza sistematica o l’appropriazione, per poi essere sfruttati in un progetto ideologico che minaccia la futura esistenza palestinese.
L’archeologia è diventata un ulteriore meccanismo di oppressione accanto alla violenza dei coloni e dei militari, alle restrizioni di movimento e alle espropriazioni quotidiane. E mentre le comunità palestinesi resistono con i pochi mezzi a loro disposizione, gli archeologi israeliani continuano a legittimare e promuovere quelle violenze.
Se gli archeologi israeliani desiderano mantenere la loro legittimità accademica – e, cosa ancora più importante, cessare di partecipare a un progetto immorale di dominio coloniale – devono ascoltare gli avvertimenti dei loro colleghi internazionali e respingere il cinico sfruttamento della loro professione da parte dello Stato.
Alon Arad è archeologo e direttore esecutivo di Emek Shaveh, una ONG israeliana che si impegna a difendere i diritti del patrimonio culturale e a proteggere i siti antichi come beni pubblici che appartengono a membri di tutte le comunità, fedi e popoli.
(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)


