David Rosenberg
11 dicembre 2025 – Haaretz
Nella misura in cui gli affari israeliani hanno dovuto affrontare un boicottaggio essa è cessata. Non così nelle università e nel mondo dell’arte, e il “soft power” è troppo importante per Israele per ignorarlo
Deve essere stato uno shock per molti israeliani quando la settimana scorsa quattro paesi hanno annunciato che boicotteranno il concorso Eurovision Song Contest di quest’anno in protesta contro la guerra di Israele a Gaza. Mercoledì se n’è unito un quinto, e un sesto potrebbe seguire.
Per gli israeliani la guerra è finita, e per quanto brutali siano stati i combattimenti, sono pronti a voltare pagina. C’è una lotta in corso su come indagare sul disastro del 7 ottobre, e l’esercito ha condotto due indagini interne, ma quasi nessuno parla di esaminare come l’esercito ha combattuto la guerra stessa. È una vicenda che un giorno dovrebbe essere lasciata agli storici, non qualcosa con cui confrontarsi qui e ora.
Ma la guerra di Gaza rimane molto viva in molti luoghi fuori da Israele. Come ha dichiarato l’RTÉ irlandese [Radio televisione pubblica, n.d.t.] in una nota annunciando la sua decisione di ritirarsi da Eurovision: “La partecipazione dell’Irlanda rimane inaccettabile data la spaventosa perdita di vite a Gaza e la crisi umanitaria che continua a mettere a rischio la vita di così tanti civili. RTÉ resta profondamente preoccupata per l’uccisione mirata di giornalisti a Gaza durante il conflitto.”
Questo non è l’unico evento BDS [di boicottaggio, n.d.t.] post-bellico. Alla fine di ottobre, più di due settimane dopo il cessate il fuoco, oltre 1.000 figure letterarie, tra cui gli autori Sally Rooney, Arundhati Roy e Rachel Kushner, hanno firmato un impegno per boicottare le istituzioni culturali israeliane. Un’iniziativa globale lanciata a settembre per bloccare la musica da Israele, chiamata No Music for Genocide, sta ancora reclutando artisti ed etichette. Allo stesso modo una campagna chiamata Filmmakers for Palestine ha visto la sua petizione per boicottare Israele firmata da star come Emma Stone.
Nemmeno il boicottaggio delle istituzioni europee di istruzione superiore contro Israele si è attenuato, secondo un rapporto pubblicato il mese scorso dall’Associazione dei Rettori delle Università israeliane. Anche se l’ondata di boicottaggi dichiarati pubblicamente è diminuita, in molti casi gli accademici israeliani continuano ad affrontare boicottaggi nascosti sotto forma di articoli respinti da riviste e mancati inviti a conferenze accademiche.
Israele è troppo globalizzato ed economicamente avanzato e il mercato del Paese è troppo piccolo per non essere coinvolto pienamente con il resto del mondo.
Ma nessuno dovrebbe sottovalutare il costo del declino del soft power di Israele, ovvero la sua capacità di influenzare altri Paesi attraverso la sua cultura, i suoi valori politici e la sua politica estera. I sostenitori del BDS avevano ragione quando il mese scorso hanno chiesto l’annullamento di un’esibizione della Filarmonica d’Israele a Parigi perché è “un’orchestra al servizio della propaganda sionista”. L’affermazione è esagerata. La Filarmonica non è un’organizzazione del governo israeliano, ma una sua eccellente esibizione ricorda alla gente che il paese non è solo guerra e oppressione dei palestinesi. I concerti fanno quasi certamente più bene all’immagine di Israele della maldestra hasbara [propaganda.n.d.t.] del governo.
In ogni caso la cultura ha un impatto diretto sull’economia. Anche se non a livello dell’alta tecnologia o del gas naturale, è un’industria esportatrice e crea posti di lavoro. I boicottaggi accademici danneggiano anche l’economia perché rendono più difficile per gli scienziati israeliani collaborare con i loro colleghi nel mondo e accedere a finanziamenti esteri che abilitano l’innovazione che guida l’alta tecnologia israeliana. Infatti le partnership transfrontaliere sono così cruciali che senza di esse Israele rischia un’ulteriore fuga dei cervelli.
Non aspettatevi che il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu affronti questo problema. Disprezza ugualmente l’establishment culturale e le università per il loro appartenere al campo anti-governativo e non sognerebbe mai di sacrificare la sua guerra contro di loro per l’interesse nazionale. “The Sea”, un film su un ragazzo palestinese che cerca di farsi avanti nella vita nonostante gli ostacoli posti dal governo, quest’anno è in lizza per un Oscar, ma il ministro della Cultura Miki Zohar vuole punire l’industria cinematografica per averlo prodotto.
(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)


