Oroub El-Abed
9 dicembre 2025 Middle East Monitor
Il recente raid delle forze israeliane contro l’Unione dei Comitati del Lavoro Agricolo (UAWC) a Ramallah – durante il quale le giovani dipendenti sono state bendate, legate e filmate e la banca dei semi e i documenti dell’organizzazione sono stati confiscati – non dovrebbe essere trattato come un episodio marginale di intimidazione. Esibisce la profonda architettura della cacciata della popolazione indigena operata oggi in Palestina. Un progetto di colonialismo di insediamento non si basa esclusivamente su spettacolari atti di espulsione o drammatici momenti di trasferimento forzato; dipende anche dalla lenta e metodica erosione delle condizioni che consentono a un popolo di rimanere. Il furto di semi è quindi un attacco alle basi materiali ed ecologiche del radicamento palestinese.
In Palestina i semi incarnano la conoscenza accumulata in agricoltura, messa a punto nel corso dei secoli dagli antenati per un suolo e un clima particolari. Preservano la biodiversità, i mezzi di sussistenza e la memoria. Prendendo di mira la banca dei semi le autorità israeliane hanno confiscato le proprietà e attaccato le infrastrutture attraverso cui i palestinesi riproducono la vita, l’autonomia e il senso di appartenenza. Il raid si inserisce in quella che Patrick Wolfe ha descritto come la “logica dell’eliminazione” radicata nel colonialismo di insediamento, in cui l’espulsione di una popolazione nativa viene perseguita attraverso una serie di interventi che rendono la presenza indigena sempre più insostenibile.
L’espulsione che i palestinesi affrontano oggi non si limita quindi alle espulsioni dirette, sebbene queste rimangano consistenti. È prodotta anche dallo smantellamento dei capitali di sostentamento, che sia capitale economico, sociale, finanziario ed ecologico, che supportano la vita quotidiana. Quando i sindacati agricoli vengono saccheggiati, quando i semi vengono rubati, quando gli uliveti vengono bruciati o sradicati dai coloni, quando i pascoli vengono invasi il risultato è l’accumulo di fattori di inabitabilità. Queste pratiche svuotano la capacità dei palestinesi di rimanere, consentendo al contempo a Israele di inquadrare qualsiasi eventuale partenza come un atto di scelta individuale piuttosto che come il risultato di una coercizione.
L’attacco all’agricoltura non è casuale. L’agricoltura è da tempo un pilastro della determinazione palestinese (sumud) che àncora le persone alla terra e sostiene le comunità attraverso le generazioni. È anche uno dei pochi settori non completamente dipendenti dall’economia israeliana. Per questo motivo diventa un luogo in cui sovranità, dignità e resistenza si intersecano. Il furto della banca dei semi colpisce quindi un ambito che coniuga sopravvivenza economica e continuità culturale. Quando un’istituzione del genere viene saccheggiata il danno si estende oltre l’immediata interruzione delle attività; recide i fili del legame storico e mina la capacità di rigenerare la vita comunitaria.
Questa strategia è coerente con la più ampia economia politica di espulsione che viene esercitata in tutta la Palestina. A Gaza le condizioni di carestia e le deliberate restrizioni su cibo, acqua e materiali per la ricostruzione hanno trasformato la sopravvivenza stessa in una negoziazione quotidiana con la morte. In Cisgiordania lo strangolamento economico attraverso chiusure, espropri di terre, violenza dei coloni, frammentazione della contiguità territoriale e imprevedibilità negli spostamenti impedisce alle persone di assicurarsi mezzi di sussistenza stabili. In entrambe le aree geografiche la pressione è progettata per vessare e rendere la scelta di rimanere sempre più impraticabile.
L’attacco all’Unione del Lavoro Agricolo si inserisce in un più ampio schema di criminalizzazione della società civile palestinese. Organizzazioni comunitarie, sindacati, cooperative femminili, gruppi per i diritti umani e reti agricole hanno dovuto affrontare chiusure, incursioni, tagli ai finanziamenti e ripetuti tentativi di delegittimare il loro lavoro. Queste istituzioni costituiscono la spina dorsale della vita collettiva palestinese; facilitano l’apprendimento, la produzione, il sostegno e la coesione sociale. La loro erosione è quindi un meccanismo cruciale nella riconfigurazione della soggettività palestinese, da attori politici che resistono all’ingiustizia a individui atomizzati che cercano di sopravvivere. Quando le istituzioni crollano, l’espulsione diventa un movimento fisico che alla fine smantella gli orizzonti sociali.
La violenza si estende oltre gli uffici e le banche dei semi. Gli agricoltori di tutta la Cisgiordania si svegliano regolarmente con campi bruciati, pozzi avvelenati o centinaia di ulivi, alcuni secolari, abbattuti durante la notte. Questi attacchi dei coloni sionisti vengono presentati nel discorso pubblico come estremismo isolato o scontri a livello locale, eppure sono profondamente intrecciati con le strutture statali che consentono, proteggono e persino scortano i colpevoli. Bruciare un uliveto non è altro che la distruzione del reddito, del patrimonio e del senso di stabilità di una famiglia. È il messaggio che la terra non può fornire sicurezza o sostentamento. In questo modo la distruzione ecologica diventa uno strumento di governo, un modo per “gestire” le popolazioni rendendo vana la loro presenza continuativa.
Quando alla fine i palestinesi raggiungono il punto di rottura – quando la fame, la disoccupazione, la paura quotidiana o il crollo dei sistemi di supporto della comunità li spingono a tentare di migrare – la narrazione viene rapidamente riformulata come prova del loro desiderio di andarsene in “migrazione volontaria”!! Il recente caso dei 150 palestinesi sbarcati in Sudafrica senza documenti è stato ampiamente descritto come un disperato tentativo di una vita migliore, come se tali decisioni fossero state prese nel vuoto. In realtà, ciò che appare come migrazione volontaria è il prodotto di condizioni insopportabili. La coercizione in questo contesto non è sempre un militare alla porta; è la soffocante rimozione di ogni possibilità di vivere con dignità.
La macchina delle espulsioni funziona quindi attraverso una duplice strategia: intensificare l’invivibilità e al contempo ribattezzare i risultati che produce come scelte personali. Questo inganno lessicale è fondamentale per assolvere lo Stato israeliano dalle sue responsabilità e garantire la compiacenza internazionale. Se i palestinesi vengono fatti apparire come migranti piuttosto che rifugiati, la violenza di fondo che li spinge ad andarsene viene oscurata. Il raid contro il sindacato agricolo si inserisce quindi in una più ampia lotta sul significato delle parole, su chi può narrare il movimento palestinese e quale interpretazione abbia maggior peso politico.
Il mondo deve comprendere le implicazioni di questi atti. Quando i semi vengono rubati, quando gli archivi scompaiono, quando gli agricoltori vengono cacciati dai campi, quando la continuità ecologica viene interrotta l’espulsione è già in corso. I metodi differiscono per portata: bombardamenti, fame, asfissia burocratica, terrore dei coloni, erosione istituzionale, ma l’obiettivo rimane lo stesso: trasformare un popolo radicato in una popolazione da disperdere.
È essenziale riconoscere il furto della banca dei semi come parte di questo progetto sistematico. Rivela quanto profondamente penetri l’attacco, non solo prendendo di mira corpi e case, ma smantellando le condizioni stesse che rendono possibile la vita collettiva. E sottolinea che la resilienza palestinese è inseparabile dalla conservazione del suo patrimonio ecologico e agricolo. Senza semi, boschi o le istituzioni che li proteggono, la capacità di rimanere è messa a repentaglio.
Se la comunità internazionale continua a leggere questi eventi come episodi isolati di conflitto piuttosto che come parti di una struttura coordinata, perpetuerà l’illusione che i palestinesi se ne vadano per scelta. Uno sfollamento progettato attraverso la privazione non è volontario. Il raid di Ramallah è un agghiacciante promemoria che la lotta per la Palestina è anche una lotta per il diritto a rimanere, a coltivare e a radicare il proprio futuro nella propria terra.
(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)


