Hamas è orgogliosa dei suoi “successi”, ma non ha convinto gli abitanti di Gaza che ne pagano il prezzo

Una Gazawi con la figlia cammina tra le rovine di Khan Younis il 29 dicembre 2025. Foto: Abed Rahim Khatib/Anadolu via Reuters
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Amira Hass

27 dicembre 2025 – Haaretz

In un documento autocelebrativo, pubblicato dall’organizzazione in occasione del secondo anniversario dell’attacco del 7 ottobre, Hamas non spiega come la lotta armata, che definisce necessaria, non abbia mai fermato quello che definisce l’Israele colonialista

Proprio come le istituzioni efficienti – governative o non governative – che presentano rapporti periodici sulle proprie attività e risultati, Hamas ha appena pubblicato una valutazione dell’attacco del 7 ottobre e delle sue conseguenze fino al cessate il fuoco siglato due anni dopo.

Come tali istituzioni Hamas sta presumibilmente pensando alle parti interessate che leggeranno il suo rapporto. Nel documento pubblicato mercoledì – 36 pagine in arabo, 42 in inglese – è chiaro che la popolazione della Striscia di Gaza non è tra le parti interessate. Non può essere parte integrante del quadro di successi e resilienza descritto nel testo.

Nel corso di conversazioni con amici e familiari, pur non destinate alla pubblicazione o alla discussione nei media israeliani, anche i fedeli sostenitori di Hamas nell’enclave nutrono dubbi sull’attacco e sulle motivazioni che lo hanno determinato. E non ottengono risposte.

Coloro che non sono sostenitori di Hamas a Gaza, persone che chiedono a Hamas di fare un bilancio su di sé, non troveranno alcun cenno a questo nel testo. Troveranno “disprezzo per il loro sangue e sofferenza… un palese ignorare la realtà, un tentativo di convincere la gente che la più grande tragedia nella storia moderna della Palestina e di Gaza è stata una ‘esigenza nazionale’ e una conquista storica”, come ha scritto un abitante di Gaza rimasto nella Striscia.

Una donna che ha lasciato l’enclave all’inizio della guerra e ha letto il documento di Hamas ne conclude che “queste persone non ammetteranno mai i loro disastrosi errori e non sentiranno mai la sofferenza e le tragedie del nostro popolo, poiché sono insensibili e privi di coscienza”.

Gli autori di questi commenti non hanno mai sostenuto l’organizzazione rivale, Fatah, e non possono essere sospettati di essere filoisraeliani. Entrambi – come tutti i palestinesi e non solo loro – sottoscriverebbero volentieri la cornice principale del rapporto sulla storia del conflitto: il sionismo come movimento di insediamento coloniale, con Israele come entità per natura espropriatrice ed espulsiva. Non dimenticano nemmeno per un istante che Israele ha scelto, come politica, di uccidere i loro familiari, gli amici e i vicini, distruggendo al contempo le loro case e l’intera Gaza.

Ma sono anche tra i non pochi a Gaza che chiedono ad Hamas di assumersi le proprie responsabilità e di non crogiolarsi sugli allori autocelebrativi per il “glorioso attraversamento” del confine e per i 20 “risultati più importanti” del 7 ottobre (il che significa che ce ne sono altri), come indicato nel rapporto. Tra i risultati elencati ci sono l’isolamento di Israele, la sua disintegrazione interna e il sabotaggio del processo di normalizzazione con i paesi arabi.

Chiunque cerchi voci critiche come quelle sopra menzionate può trovarle, ma non sono le voci dominanti e certamente non ottengono il posto che meritano nei resoconti di importanti media arabi come Al Jazeera.

A differenza dei cittadini di Gaza sopra menzionati che hanno definito le dichiarazioni di Hamas “illusioni”, altri probabilmente rimarranno colpiti dalla realtà alternativa che emerge dal rapporto dell’organizzazione, intitolato “La nostra narrazione: Il Diluvio di Al Aqsa: due anni di determinazione e volontà di liberazione”.

Con il suo documento Hamas si rivolge a: i palestinesi della diaspora; la Ummah (il mondo musulmano), un termine ripetuto più volte nel rapporto; i palestinesi della Cisgiordania e al vasto movimento di solidarietà a sostegno della Palestina e di Gaza, menzionato come uno dei risultati raggiunti. Queste comunità ci ricordano che il governo di Hamas a Gaza è percepito come un punto di partenza. L’organizzazione continua ad aspirare a una posizione che gli consenta di guidare l’intera nazione palestinese in qualità di membro dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che necessita di essere riformata dopo essere stata completamente svuotata di significato dall’Autorità Nazionale Palestinese guidata da Mahmoud Abbas.

Ma Hamas non intende aspettare che tutto questo si realizzi. Sta rafforzando la propria posizione nei luoghi in cui ciò è possibile. Il successo apparente della lotta armata è uno strumento per consolidare questa forza.

“La lotta armata”, come immagine speculare della glorificazione degli eserciti ufficiali negli Stati regolari, rimane un ethos fondamentale e una componente vitale nella costruzione del potere politico nelle organizzazioni che ambiscono a tale potere. Ciò era vero per i palestinesi e per altre nazioni in altri periodi. Poiché la Ummah è un destinatario importante, il testo collega delicatamente questo ethos all’Islam. Chiunque non ascolti le voci di critica e rabbia a Gaza potrebbe rimanere colpito dagli elogi del rapporto all’uso delle armi, ignorandone le falsità e contraddizioni.

Portando avanti la lunga tradizione di esagerare il numero di israeliani morti negli scontri militari con Hamas, gli autori affermano che a Gaza siano stati uccisi 5.942 soldati israeliani. Questo numero è attribuito al Capo di Stato Maggiore delle IDF, Eyal Zamir.

Complessivamente, secondo i “resoconti medici” citati nel testo, Israele avrebbe subito 13.000 vittime su tutti i fronti (Libano, Cisgiordania e Gaza). Il rapporto è mendace anche riguardo alla coesione sociale di Gaza. All’ombra di incessanti bombardamenti, della distruzione dalle case, dell’impoverimento e della morte, la società di Gaza ha vissuto fenomeni prevedibili di disintegrazione interna, sfruttamento della debolezza e speculazione bellica ad un livello sconfortante.

Il testo mente anche quando elogia il rifiuto degli abitanti di Gaza di arrendersi ai tentativi di espulsione da parte di Israele. La gente semplicemente non ha potuto andarsene. Chi è riuscito a farlo ha lasciato l’enclave e molti continuano a sognare di andarsene. Questi fatti sono incompatibili con la narrazione.

Una delle spiegazioni fornite dagli autori del rapporto riguardo alla scelta della lotta armata sottolinea un fatto: Israele ha sabotato l’attuazione degli Accordi di Oslo continuando a costruire insediamenti. Gli autori omettono opportunisticamente di menzionare che negli anni ’90 Hamas era altrettanto determinata a sabotare gli accordi e il programma di Yasser Arafat, come dimostra la serie di attentati suicidi compiuti dall’organizzazione.

Gli autori considerano il 7 ottobre come un capitolo nella storia della lotta armata, ma dimenticano di esaminare i risultati dei capitoli precedenti in cui non si riuscì a impedire la conquista del territorio da parte di Israele, dato che Israele fece esattamente ciò che si voleva evitare. Gli attentati suicidi degli anni ’90 furono utilizzati da Israele come spiegazione o pretesto per fermare il trasferimento del territorio dell’Area C della Cisgiordania ai palestinesi.

Gli attacchi del primo decennio del secolo portarono alla costruzione del muro di separazione e alla definitiva separazione di Gaza dalla Cisgiordania. Nel secondo decennio, Hamas e la Jihad Islamica non tentarono nemmeno di respingere la crescente violenza dei coloni in Cisgiordania e l’espansione degli insediamenti.

L’obiettivo di Hamas – secondo cui è impossibile isolarli e farli scomparire – è liberare tutta la Palestina oppure ottenere uno Stato palestinese accanto a Israele? Come nei messaggi che ha diffuso fin dalla sua fondazione nel 1987, anche quello attuale è ambiguo e confuso.

Nel rapporto il tono prevalente è a favore della liberazione di tutta la Palestina. In una rassegna storica che inizia dal 1948 e anche prima si afferma che “il progetto sionista … non ha compreso che il suo destino sarà come quello di ogni ondata di invasione che ha preso di mira la nostra benedetta e santa terra nel corso della storia: o ne verrà espulso o vi verrà sepolto”.

D’altra parte rileva come risultato positivo il crescente numero di paesi che hanno riconosciuto lo Stato di Palestina” entro i confini del 1967. Il documento indica ciò che occorre fare per fermare la giudaizzazione” a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme, ma non fa riferimento a ciò che sta accadendo all’interno dello stesso Israele. In una frase tipicamente vaga il rapporto descrive una visione di libertà, liberazione della terra compresa la città santa di Gerusalemme, e la creazione del nostro Stato”.

Il rapporto è inutile ai fini di negoziati diretti o indiretti con Israele. La sicurezza di sé che traspare – reale o finta che sia – conferma ciò che afferma: Hamas non ha intenzione di lasciare la scena.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)