“Questa è una nuova Nakba”: come oltre 100 palestinesi della Cisgiordania hanno dovuto lasciare le proprie case in un solo giorno

Un residente di Ras Ein al-Auja. Foto: Itai Ron
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I contadini, sottoposti a costanti soprusi, demoliscono le case e vendono le greggi mentre alcuni volontari organizzano “spostamenti protetti” per tenere lontane le pecore dei coloni. “Uomini in perfetta forma fisica hanno bisogno di attivisti sessantenni o ragazzi di 20 anni per proteggerli” dice l’osservatore Amir Pansky, definendola la più disgustosa pulizia etnica possibile

Matan Golan

13 gennaio 2026 – Haaretz

A Ras Ein al-Auja il suono della saldatura del metallo è continuato tutta la notte. Sempre più famiglie hanno iniziato a impacchettare le proprie cose preparandosi a lasciare le loro case a causa delle crescenti vessazioni subite da parte dei vicini avamposti dei coloni.

Domenica pomeriggio Yousef ha venduto il suo gregge di pecore. I suoi vicini hanno demolito il recinto, mentre altri hanno fatto altrettanto con la casa. Allo stesso tempo attivisti di sinistra sono stati chiamati per fornire agli abitanti protezione mentre se ne andavano.

Uno degli uomini è scoppiato a piangere vicino al camion carico di quello che aveva in casa. “Questa è una nuova Nakba,” dice il suo vicino, Husseini. “Ognuno se ne sta andando in zone diverse. Alcuni ad Auja, altri a Gerico, a Taybeh o nella zona meridionale del Monte Hebron. Abbiamo vissuto qui per 40 anni, dopo essere stati obbligati a lasciare Masafer Yatta [nel sud della Cisgiordania, ndt.] nel 1967, ma ovunque andiamo ci seguiranno, questo ci hanno detto i coloni.”

Il gregge di pecore della famiglia è stato caricato su un camion a due piani, le pecore sotto e gli agnelli sopra. “Porteremo le pecore lontano sulle montagne,” dice Husseini, indicando verso ovest. Dallo scoppio della guerra i coloni hanno impedito loro di uscire al pascolo, obbligandoli a comprare fieno per il gregge con i propri soldi. Oltre a temere i vicini che vivono negli avamposti dei dintorni, gli abitanti di Ras Ein al-Auja affermano di non poter continuare a vivere in questo modo dal punto di vista economico. “Non abbiamo futuro,” dice una persona del posto.

Husseini racconta che i coloni che sono passati vicino a casa sua la settimana scorsa gli hanno gridato: “Vi abbiamo sconfitti.” Dice che gli abitanti sapevano che stava per arrivare l’ora di partire. “É lo stesso gruppo di coloni, agiscono in base a un piano. Il governo sta con loro, così come l’esercito e la polizia. Ogni volta si concentrano su una comunità diversa, la obbligano ad andarsene e poi prendono la terra su cui essa si trovava,” aggiunge. “Alla fine nulla importa, né i medi né le pressioni internazionali, ci riescono. Dopo averci tagliati fuori e impedito di sopravvivere non rimane altro da fare. È questa la democrazia di cui sono così orgogliosi?”

La comunità è divisa in varie aree. Nella primavera del 2024 i coloni hanno fondato un nuovo avamposto a centinaia di metri da quella a nord ovest, con una mandria di cammelli e un gregge di pecore. Circa una settimana e mezza fa i coloni hanno costruito un’espansione dell’avamposto nei pressi delle case dei contadini. Giovedì circa 100 persone hanno deciso di lasciare le proprie case,

ma non tutte le famiglie. Alcuni hanno detto di voler rimanere e guardano i loro vicini prepararsi ad andarsene. Nel pomeriggio di venerdì le greggi dei coloni sono tornate a scorrazzare nelle zone che circondano la comunità.

Per la prima volta attivisti di sinistra hanno fornito “spostamenti protetti” ininterrottamente nel villaggio per tener lontane le greggi di coloni dalle zone residenziali, mentre altri avevano il compito di consentire agli uomini che avevano lavorato 12 ore per demolire le strutture di riposare un po’ per il giorno successivo. Dopo che un gregge dei coloni si è fermato nel villaggio gli attivisti sono stati chiamati per portarlo via. I bambini hanno chiesto a uno degli attivisti, trattato dai contadini come un membro della famiglia, se anche questa volta aveva portato nella sua macchina palloni da calcio. Stavolta non lo aveva fatto.

“È straziante,” afferma Amir Pansky di Looking the Occupation in the Eye [Guardare l’occupazione negli occhi, organizzazione israeliana contro l’occupazione, ndt.] con gli occhi lucidi: “Non è la prima espulsione che vedo, ma è la peggiore. Ci sono persone con cui siamo stati per tre anni, conosciamo le famiglie, i genitori. E’ semplicemente del tutto surreale.”

Pansky dice che il governo potrebbe evacuare ufficialmente il villaggio e sostenere i costi, ma invece si nasconde dietro a tredicenni che se ne occupano al suo posto. “Uomini (palestinesi) nel fiore degli anni hanno bisogno di attivisti sessantenni o ragazzi di 20 anni che li proteggano dai pastori inviati dai consigli regionali [strutture amministrative dei coloni, ndt.] e da organizzazioni sioniste religiose,” aggiunge. “Questa è la forma più degradante di espulsione etnica che si possa immaginare.”

Vestiti lavati pendono dai fili per stendere i panni e su barriere di metallo di ogni casa in previsione di peregrinazioni e dell’ignoto. Una donna con un vestito colorato sta sulla soglia della sua casa di lamiera mentre le sue figlie saltano su un logoro divano. “Mio marito va a lavorare e io rimango con le piccole,” dice. “Originariamente recintavamo il cortile per segnare i confini della casa, ma abbiamo aggiunto i cancelli a causa dei coloni. Stanno sempre girovagando qui intorno, a volte entrano perfino dentro. Abbiamo sempre sperato che loro, i coloni, e non noi, se ne andassero. È una buona zona, è duro lasciare una terra così fertile,” aggiunge.

La parte occidentale della comunità è stata abbandonata da giovedì. Solo qualche cane spaventato vaga tra ciò che rimane dell’espulsione. Nel campo arato in cui i bambini giocavano a calcio non rimane che un pallone giallo.

Lunedì, quando il sole è sceso, le greggi dei coloni hanno attraversato il villaggio. Un giovane delle colline [gruppo di giovanissimi coloni estremisti molto violenti, ndt.] mascherato ha fatto una “V” con le dita nei pressi delle rovine delle case accompagnato dal compiacimento dei coloni con sorrisi nervosi sul volto. L’autista del veicolo di una pattuglia dell’esercito fa segno verso i giornalisti con il gesto delle tre dita. Dall’altro lato della strada una ragazzina in tuta da ginnastica rosa controlla gli oggetti sul terreno, preparandosi a lasciare il posto che è stata la sua casa.

L’IDF ha dichiarato che “alla luce delle crescenti frizioni nella zona l’esercito rafforzerà la sua presenza operativa a Ras Ein al-Auja.” Secondo l’esercito “forze dell’IDF sono entrate nella zona in base alle richieste e alle necessità operative per impedire scontri tra la popolazione e conservare l’ordine e la sicurezza nella zona.”

L’IDF sottolinea che “la condotta delle forze come descritta nell’articolo non è accettabile ed è oggetto di controllo. Ai soldati dell’IDF è richiesto di agire in base agli ordini e ai regolamenti.” Aggiunge che “il processo di verifica della proprietà delle terre non è ancora stato completato.”

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)