Sami Al-Arian
7 ottobre 2026 – Middle East Eye
Dopo tre anni di genocidio a Gaza le conseguenze della decisione determinata dall’assedio, dall’espansione delle colonie e dagli attacchi contro Al-Aqsa sono ancora in via di definizione.
Gli avvenimenti del 7 ottobre non possono essere compresi al di fuori della lunga storia di spoliazione, occupazione, assedio e lotta palestinesi. Non possono essere esaminati seriamente iniziando con la premessa che i palestinesi devono giustificare il loro diritto a resistere contro un sistema che li ha spogliati da generazioni. Questo diritto non è in discussione.
La questione aperta è perché Hamas abbia scelto questa particolare linea d’azione in questo determinato momento e se la decisione è stata razionale alla luce di ciò che i suoi dirigenti sapevano e avrebbero ragionevolmente potuto prevedere prima del 7 ottobre.
Ciò suscita anche la domanda su se sia stata la scelta strategica giusta tra le alternative a loro disposizione e quale valutazione li ha portati a prendersi un rischio talmente eccezionale.
Queste domande sono inevitabilmente analizzate attraverso la devastazione che è seguita. Gaza ha subito un genocidio, come hanno concluso Amnesty International, B’Tselem, l’International Association of Genocide Scholars [Associazione Internazionale degli Studiosi di Genocidio] e la Commissione d’Inchiesta Internazionale Indipendente dell’ONU, mentre Human Rights Watch ha documentato sterminio e azioni genocide.
Per tre anni Gaza ha patito distruzioni e perdite a un livello che pochi avrebbero potuto immaginare prima del 7 ottobre.
Un giudizio retrospettivo non sostituisce l’analisi. La razionalità deve essere giudicata prima sulla base di quello che sapevano, temevano e ragionevolmente si aspettavano quanti in quel momento hanno preso le decisioni. Se esse siano state in ultima istanza corrette è un’altra questione, e la risposta ad essa potrebbe essere ancora prematura.
Le discussioni all’interno di Hamas negli anni che hanno preceduto il 7 ottobre rivelano una dirigenza sempre più convinta che lo status quo fosse diventato una minaccia strategica.
Molti dei documenti interni, di cui l’esercito israeliano si è impadronito a Gaza e su cui si basa il quadro, sono stati pubblicati dal Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center [Centro Meir Amit per l’Intelligence e le Informazioni sul Terrorismo], un centro di ricerca israeliano legato al sistema dell’intelligence militare, ed offrono uno spaccato del pensiero dei dirigenti di Hamas a Gaza negli anni precedenti agli attacchi.
Cinque sviluppi hanno determinato quel calcolo: l’assedio di Gaza; l’accelerazione della colonizzazione della Cisgiordania; la lotta per Gerusalemme e la moschea di Al-Aqsa; i prigionieri palestinesi all’interno delle prigioni israeliane; la normalizzazione, in particolare la prospettiva di un accordo tra Arabia Saudita e Israele.
Ognuno di questi cinque punti portava alla stessa conclusione che il tempo non era neutrale. Attendere era in sé una scelta che Hamas riteneva sempre più che stesse progressivamente eliminando le alternative dei palestinesi.
Assedio, coloni, Al-Aqsa
Gaza era la prima. Nel 2023 l’assedio era durato più di 16 anni e più di 2,2 milioni di palestinesi erano confinati in una stretta striscia costiera, con una durissima restrizione degli spostamenti, del commercio e della vita economica e sociale. I movimenti dentro e fuori Gaza rimanevano strettamente controllati.
Anche prima dell’attuale guerra nel secondo trimestre del 2022 la disoccupazione era al 44% circa e più tardi nello stesso anno la disoccupazione giovanile superava il 60%.
Più dell’80% della popolazione di Gaza viveva al di sotto del livello di povertà e per soddisfare le proprie necessità fondamentali 1,2 milioni di rifugiati palestinesi dipendevano dall’assistenza alimentare d’emergenza dell’Unrwa, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi.
Hamas governava Gaza ma non avrebbe potuto porre fine all’assedio. Scontri periodici imponevano costi al regime sionista ma non riuscivano a modificare l’equazione di base. Le distruzioni erano state seguite da una ricostruzione ridotta, i negoziati producevano un alleggerimento temporaneo e l’assedio rimaneva in vigore.
Pertanto la scelta tra guerra e pace non era mai stata semplice. In sé la situazione esistente implicava una violenza, uno strangolamento e un peggioramento continui. La Cisgiordania presentava un pericolo diverso ma ugualmente impellente. L’espansione delle colonie stava lentamente distruggendo quello che rimaneva delle basi territoriali di uno Stato palestinese. Nel 2023 circa 750.000 coloni israeliani stavano vivendo nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme est, in insediamenti illegali ai sensi del diritto internazionale.
Il governo formato da Benjamin Netanyahu alla fine del 2022 aveva portato a posizioni di potere con un’influenza senza precedenti sulla Cisgiordania personaggi come Bezalel Smotrich, che aveva apertamente proposto ai palestinesi tre alternative: accettare il potere e il dominio israeliani senza aspirazioni nazionali, emigrare o dover affrontare una forza letale se avessero resistito.
Per Hamas le implicazioni strategiche andavano al di là delle colonie in sé. Il tempo non stava necessariamente lavorando a favore dei palestinesi. Ogni ulteriore anno avrebbe portato una maggiore frammentazione territoriale, un maggior controllo israeliano e meno possibilità di rovesciare il processo [di colonizzazione]. In base a tali circostanze la pazienza strategica avrebbe potuto diventare con il tempo una paralisi strategica.
Gerusalemme e Al-Aqsa hanno ulteriormente alzato la posta in gioco. Lo scontro del maggio 2021, Saif al-Quds [Spada di Gerusalemme], aveva dimostrato la straordinaria capacità di mobilitazione dei palestinesi, così come dei musulmani in tutto il mondo, superando le divisioni geografiche e politiche.
Per Hamas quel conflitto rappresentava qualcosa di più ampio che un’altra guerra tra Gaza e il regime sionista. Sembrava dimostrare la possibilità di collegare Gaza, Gerusalemme, la Cisgiordania, i palestinesi nei territori del 1948 [cioè cittadini di Israele, ndt.], i prigionieri e la diaspora all’interno di un’unica lotta nazionale.
Altri avvenimenti nel 2022 e nel 2023 avevano acuito i timori di Hamas per Al-Aqsa. Ripetute incursioni israeliane ad Al-Aqsa, scontri con i fedeli e richieste sempre più insistenti da parte delle forze nazional-religiose israeliane riguardo al complesso sollevavano timori che gli accordi esistenti venissero gradualmente smantellati.
L’esperienza della moschea di Ibrahim [la Tomba dei Patriarchi per gli ebrei, ndt.] a Hebron, prima divisa e poi posta sempre più sotto il controllo israeliano, forniva un precedente inquietante. Per Hamas sembrava che venisse intaccata un’altra linea rossa palestinese.
Prigionieri e normalizzazione
I prigionieri aggiungevano una quarta pressione. Prima del 7 ottobre più di 5.000 palestinesi, tra cui minori e donne, erano tenuti nelle prigioni israeliane, mentre più di 1.200 erano detenuti senza accuse.
Poco dopo essere diventato ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir aveva iniziato a imporre ai prigionieri palestinesi ulteriori restrizioni.
La storia dello scambio di prigionieri offriva una lezione diversa. Nel 1985 l’accordo di Jibril garantì il rilascio di 1.150 prigionieri detenuti da Israele e gli scambi di Hezbollah con Israele nel 2004 e 2008 rafforzavano lo stesso principio.
Cosa più importante per Hamas, lo scambio del 2011 di Gilad Shalit diede come risultato il rilascio di 1027 detenuti palestinesi per un solo soldato israeliano in ostaggio. La conclusione era inequivocabile. I prigionieri erano una leva dove la diplomazia spesso non lo era, quindi catturare soldati israeliani faceva parte di una logica strategica stabilita piuttosto che essere un obiettivo inventato il 7 ottobre.
Il quinto sviluppo, la normalizzazione, potrebbe essere stato il più importante di tutti. Nel 2023 Hamas era sempre più preoccupato di una trasformazione regionale che minacciava di emarginare la questione palestinese nel suo complesso.
Gli accordi di Abramo del 2020 avevano dimostrato che i governi arabi potevano normalizzare i rapporti con Israele senza risolvere la questione palestinese e l’amministrazione Biden ora stava perseguendo l’obiettivo, molto più significativo, della normalizzazione tra l’Arabia saudita e Israele.
Il simbolismo era diventato indubbio il 22 settembre 2023, solo due settimane prima del 7 ottobre. Davanti all’Assemblea Generale dell’ONU Netanyahu aveva presentato la sua visione di un “nuovo Medio Oriente”, centrato sulla normalizzazione e su un corridoio che unisse Asia ed Europa attraverso la regione.
La mappa che aveva esibito di fatto mostrava la Palestina storica come Israele, senza uno Stato palestinese. Per Hamas il pericolo che la Palestina sarebbe stata strategicamente ignorata era ovvio.
Questo era il contesto in cui Hamas ha preso la sua decisione. Gaza continuava ad essere assediata, la Cisgiordania veniva colonizzata, Al-Aqsa sembrava sempre più minacciata, migliaia di prigionieri rimanevano incarcerati e la normalizzazione rischiava di spingere la Palestina ulteriormente ai margini della politica regionale.
Niente di tutto questo dimostra che il 7 ottobre fosse l’unica risposta possibile, ma che l’operazione è stata il prodotto di un preciso calcolo politico e strategico.
Giudicare la razionalità
La razionalità deve essere giudicata ex ante, non ex post. Dopo aver assistito alla devastazione di Gaza si è tentati di ragionare all’indietro e concludere che ogni decisione seguita da una tale distruzione debba essere stata irrazionale. Non è così che le decisioni strategiche possono essere correttamente valutate.
Prima di soppesare la decisione di Hamas deve essere chiaro un distinguo. La responsabilità del genocidio e della distruzione di Gaza ricade sul regime sionista e su quanti li hanno consentiti. La questione qui è se Hamas abbia adeguatamente previsto la risposta e l’abbia inclusa nei suoi calcoli strategici, che è diverso dal fatto che la resistenza palestinese abbia provocato il comportamento di Israele.
Sicuramente Hamas si aspettava un massiccio attacco israeliano. Nessun serio dirigente avrebbe potuto credere che Israele avrebbe incassato un’operazione che comprendeva il superamento del confine di Gaza, lo sfondamento di posizioni militari, l’uccisione di centinaia di soldati e coloni israeliani e la cattura di un gran numero di israeliani senza lanciare una guerra massiccia.
Hamas avrebbe anche dovuto aspettarsi l’ampio appoggio americano, dato che le precedenti guerre israeliane contro Gaza avevano fornito ampie prove di entrambe le cose.
Tuttavia prefigurare un pesante attacco militare è molto diverso dal prevedere la guerra senza precedenti che ne è seguita: una campagna genocida durata anni; lo sfollamento di quasi tutta una popolazione; la distruzione fisica di vaste aree di Gaza; una campagna di fame e privazioni attuata davanti agli occhi del mondo.
Lo stesso appoggio americano era totalmente prevedibile, ma il suo livello e la sua durata sono stati senza precedenti. Washington ha continuato a fornire le armi più sofisticate e le bombe più distruttive, l’intelligence e la protezione diplomatica nonostante il crescente numero di morti palestinesi e la crescente condanna internazionale.
I principali governi europei sono in larga misura rimasti sulle posizioni di Israele e Stati Uniti, mentre la risposta dei governi arabi e musulmani è rimasta straordinariamente debole. Tutti questi aspetti pesano direttamente sull’analisi di Hamas prima del 7 ottobre.
L’Iran, Hezbollah e il più vasto Asse della Resistenza sollevano una questione diversa. Hamas ha passato anni a sviluppare questi rapporti e a cercare un maggiore coordinamento tra i movimenti regionali di resistenza. Dopo Saif al-Quds nel 2021 queste discussioni interne hanno riflesso sempre più un interesse nel legare la lotta palestinese al più vasto confronto regionale con il regime sionista.
Le prove documentarie non supportano l’affermazione semplicistica secondo cui Hamas avrebbe lanciato il 7 ottobre perché Iran o Hezbollah avevano promesso di entrare in una guerra regionale generalizzata.
Hamas ha cercato un coordinamento più profondo, ha discusso di molteplici fronti e una serie di possibili scenari e ha compreso che una pressione dal Libano e altrove avrebbe reso più complicati i calcoli militari di Israele. I suoi dirigenti stavano comunicando attivamente con Iran ed Hezbollah, ma comunicare non è un’alleanza militare vincolante.
Ugualmente, le prove non dimostrano che Iran o Hezbollah conoscessero in anticipo la tempistica e i dettagli operativi del 7 ottobre, ancor meno che Hamas avesse la garanzia che entrambi sarebbero immediatamente entrati in una guerra su larga scala.
Errori di valutazione e alternative
Se Hamas ha scatenato l’operazione aspettandosi che l’Iran ed Hezbollah sarebbero entrati immediatamente in una guerra regionale generalizzata, allora un presupposto fondamentale della sua strategia è fallito quasi subito. Le prove disponibili puntano piuttosto verso la previsione di una graduale pressione regionale nella forma di ulteriori fronti che avrebbero imposto costi militari e strategici a Israele senza produrre necessariamente un’immediata guerra totale.
Cosa che è avvenuta, benché non al livello necessario per impedire la devastazione di Gaza. Hezbollah ha aperto un fronte di supporto dal Libano, gli Houti sono intervenuti dallo Yemen, organizzazioni irachene hanno attaccato le posizioni americane e lo stesso Iran, dopo essere stato attaccato, alla fine si è scontrato direttamente con Israele e gli Stati Uniti.
L’errore strategico, se ce n’è stato uno, riguarda non essere riusciti a prevedere la convergenza di una serie di sviluppi avversi: un attacco israeliano che ha oltrepassato di fatto ogni precedente limite; il massiccio appoggio militare e diplomatico occidentale nonostante le crescenti prove del genocidio; la straordinaria debolezza dei governi arabi e musulmani; la ridotta collaborazione tra l’Asse della resistenza, i cui membri sono stati sorpresi dalla tempistica dell’operazione; la mancanza di una grande sollevazione in Cisgiordania o tra i palestinesi all’interno della Linea Verde [cioè in Israele, ndt.].
Hamas potrebbe ragionevolmente aver previsto vari di questi ostacoli singolarmente. Non aver previsto che sarebbero avvenuti tutti insieme con queste dimensioni si è dimostrato un grave punto debole.
Ogni giudizio sul 7 ottobre deve rispondere a un’altra domanda: comparabile rispetto a cosa?
Hamas aveva alternative e, cosa più importante, Yahya Sinwar ne aveva già tentate varie. Dopo aver assunto la direzione a Gaza nel 2017 aveva perseguito la riconciliazione con il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas e aveva offerto di riconsegnare l’autorità amministrativa di Gaza all’AP cercando di porre fine al blocco e alle sanzioni. Il tentativo alla fine fallì a causa dell’opposizione di Israele e degli USA.
Hamas cercò un accordo di cessate il fuoco di lungo termine attraverso la mediazione di Egitto e Qatar. Nel 2018-19 i palestinesi di Gaza parteciparono a mobilitazioni di massa in larga misura pacifiche partecipando alla Grande Marcia del Ritorno solo per trovarsi davanti una risposta israeliana che uccise più di 200 palestinesi e ne ferì decine di migliaia, tra cui minori.
Hamas avrebbe potuto ancora scegliere la moderazione, ulteriori negoziati, un’escalation ridotta, un continuo rafforzamento militare o la semplice sopravvivenza dell’organizzazione. Il suo Documento dei Principi e Politiche Generali [cioè il nuovo statuto di Hamas, ndt.] aveva già dimostrato una notevole flessibilità politica accettando la costituzione di uno Stato palestinese pienamente sovrano sui confini del 1967 come formula per il consenso nazionale, senza riconoscere la legittimità del progetto sionista.
Nel 2023 i dirigenti di Hamas avevano anni di esperienza proprio con questi approcci e nessuno di questi aveva posto fine all’assedio, aveva bloccato l’espansione delle colonie, protetto Al-Aqsa, liberato migliaia di prigionieri o invertito il processo di normalizzazione regionale.
Questa è la debolezza di molte critiche retrospettive al 7 ottobre. Per dimostrare che la decisione è stata un errore strategico o irrazionale non è sufficiente sottolineare la catastrofe che ne è seguita. Si deve identificare l’alternativa realistica a disposizione il 6 ottobre e chiedersi dove avrebbe probabilmente portato quella alternativa.
Anche aspettare sarebbe stata una decisione e Hamas ha concluso che l’attesa significava lasciare che il contesto strategico si deteriorasse finché la resistenza palestinese avrebbe dovuto affrontare circostanze ancora peggiori. Se quella conclusione fosse corretta è un’altra questione, ma non era irrazionale.
Costi e conseguenze
Quindi dal punto di vista di Hamas il 7 ottobre è stata la decisione corretta? Questa è la domanda più difficile e non credo che si possa ancora dare una risposta definitiva.
Il costo umano è stato sconvolgente. Almeno 74.000 palestinesi, e probabilmente altre migliaia in più, sono stati uccisi, mentre più di 175.000 sono stati feriti. La maggioranza della popolazione di Gaza è stata sfollata, molti più di una volta.
Famiglie, quartieri, università, scuole, ospedali, moschee, chiese e la maggior parte delle infrastrutture civili del territorio sono stati distrutti. Nessuna analisi strategica può evitare di vedere questa realtà e nessuno può rinunciare a un principio altrettanto importante. La responsabilità della condotta di Israele a Gaza è del regime sionista e di quelli che gliel’hanno consentito e l’hanno appoggiato. La resistenza non può essere considerata responsabile dei crimini commessi dal potere contro al quale resiste.
Altrimenti la parte più forte acquisisce un potere di veto straordinario, dato che gli basta anche solo minacciare una sufficiente brutalità contro la popolazione civile perché ogni azione di resistenza diventi strategicamente o moralmente illegittimo a causa della punizione imposta in seguito ad essa. Il principio non può essere questo.
Tuttavia attribuire la responsabilità del genocidio a chi ce l’ha non esenta la dirigenza palestinese dall’esaminare le proprie scelte strategiche. Un movimento di resistenza ha l’obbligo di valutare le possibilità, conseguenze, alternative e il probabile comportamento degli alleati e dei nemici. Per questo il 7 ottobre richiede un’analisi piuttosto che slogan. Indubbiamente gli attacchi del 7 ottobre hanno trasformato la questione palestinese. Prima di quel giorno la Palestina sembrava andare verso l’emarginazione internazionale.
Gli accordi di Abramo avevano stabilito un modello regionale in cui i governi arabi potessero normalizzare i rapporti con il regime sionista senza risolvere la questione dei diritti dei palestinesi. La normalizzazione tra Arabia saudita e Israele stava avanzando e Netanyahu poteva andare alle Nazioni Unite e mostrare una cartina di un nuovo Medio Oriente in cui la Palestina era di fatto sparita.
Quel giorno ha infranto quel percorso e ha rimesso la Palestina al centro della politica internazionale.
L’occupazione israeliana, le colonie e il trattamento dei palestinesi sono venuti alla luce a un livello mai visto da decenni e una nuova generazione in tutto il mondo ha iniziato a fare domande non solo sulle politiche israeliane ma sul sionismo, sul colonialismo di insediamento, sulla Nakba e sul sistema politico imposto ai palestinesi.
La guerra ha evidenziato anche profonde contraddizioni all’interno dell’ordine internazionale occidentale. Istituzioni create per difendere le leggi internazionali hanno affrontato un test le cui conseguenze per la loro legittimità vanno ben oltre la Palestina. La normalizzazione regionale è stata distrutta e il discorso globale è significativamente cambiato, benché le politiche dei governi siano rimaste molto indietro.
La trasformazione non garantisce la vittoria.
Gaza ha pagato un prezzo quasi inimmaginabile. La società palestinese ha sofferto perdite enormi, l’equilibrio regionale rimane instabile e le conseguenze per Hamas, il movimento nazionale palestinese, lo Stato sionista e il Medio Oriente nel suo complesso sono ancora in via di definizione.
Perciò è prematuro giudicare il 7 ottobre sia come una storica vittoria strategica sia come un catastrofico fallimento strategico. Raramente la storia pronuncia giudizi su eventi di questa portata mentre le loro conseguenze si stanno ancora dispiegando.
Il verdetto della storia
La rivolta palestinese del 1936 sembrò sconfitta nel 1939. La Prima Intifada alla fine produsse [gli accordi di] Oslo, inizialmente festeggiati da molti come una svolta storica, ma in seguito associata a frammentazione, coordinamento per la sicurezza [tra AP e Israele, ndt.], espansione delle colonie e un processo politico fallito. Avvenimenti storici acquisiscono il loro significato compiuto attraverso conseguenze che possono durare anni, a volte decenni, prima di evidenziarsi.
La storia offre molti esempi di Nazioni che sopportano sofferenze straordinarie nella lotta contro invasioni, occupazioni e dominazioni straniere senza che esse determinino il risultato storico finale.
L’Unione Sovietica perse più di 20 milioni di persone per sconfiggere la Germania nazista. Prima di raggiungere la riunificazione e l’indipendenza il Vietnam perse milioni di persone durante decenni di guerra contro il colonialismo francese e l’intervento americano.
Allo stesso modo l’Afghanistan ha sopportato vent’anni di occupazione americana a un costo umano enorme prima che le forze USA alla fine si ritirassero nel 2021.
Nessuna di queste esperienze corrisponde alla Palestina e nessuna dovrebbe esserle paragonata meccanicamente. Quello che dimostrano è che il livello di sofferenza di un popolo non può in sé determinare se la decisione di resistere era strategicamente sbagliata. Alla fine questo giudizio dipende da quello che la lotta ottiene, quali alternative esistevano e come le sue conseguenze si sviluppano nel tempo.
In definitiva l’operazione potrebbe essere giudicata un errore di valutazione strategica devastante o invece essere ricordata come un momento in cui un ordine politico e regionale insostenibile è stato spezzato e la questione palestinese è stata riportata a forza nello scenario storico.
Si può già dire con certezza che la decisione è sorta da un’analisi strategica coerente. Hamas ha concluso che lo status quo non era sostenibile perché il tempo stava costantemente restringendo le opzioni palestinesi e i suoi dirigenti hanno scelto di interompere quel percorso.
Che ne abbiano calcolato correttamente il prezzo è un’altra questione. Aspettarsi una durissima risposta militare non significava aspettarsi una campagna genocida che ha oltrepassato ogni limite storico di distruzione.
Non è neanche chiaro se abbiano correttamente previsto il livello di sostegno continuo dell’Occidente a Israele, la debolezza della risposta dei governi arabi e musulmani, i limiti dell’intervento militare regionale o la limitata rivolta della Cisgiordania e tra i palestinesi all’interno dei territori del 1948.
La decisione di scatenare gli attacchi del 7 ottobre richiede un esame serio come scelta strategica. Non può essere ridotta a un inesplicabile scoppio di violenza, ma neppure dovrebbe essere esclusa dalle critiche.
Il compito richiede la ricostruzione di quello che Hamas sapeva, cosa temeva, quali alternative rimanessero e quello che si aspettava da Israele, dal popolo palestinese, dall’Asse della Resistenza, dal mondo arabo e musulmano e dal sistema internazionale, e poi confrontare queste attese con quello che è realmente successo.
Ciò è sufficiente per iniziare a giudicare se la decisione sia stata razionale. Giudicare se sia stata alla fine corretta richiede sapere a che punto si troverà la lotta palestinese dopo che le conseguenze storiche del 7 ottobre saranno pienamente svelate.
Non siamo ancora a questo punto. Il verdetto della storia rimane aperto.
Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.
Sami Al-Arian è il direttore del Center for Islam and Global Affairs [Centro per le Questioni dell’Islam e Globali] (CIGA) presso l’università Zaim di Istanbul. Originario della Palestina, ha vissuto negli USA per 40 anni (1975-2015) dove, prima di spostarsi in Turchia, è stato un accademico di ruolo, un illustre conferenziere e attivista per i diritti umani. È autore di vari studi e libri.
(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)
