‘Citizen Osama’ trasforma la vita sotto i bombardamenti in un’opera intima, incalzante

Un fermo immagine dal documentario Citizen Osama di Ahmed Hassouna. Foto: Coorigines Production

Davide Abbatescianni

11 ottobre 2026 – Mondoweiss

Mentre NAZA sta attirando l’attenzione globale sul genocidio a Gaza dal punto di vista dei genocidari israeliani, un documentario palestinese meno noto guarda attraverso le lenti di un giornalista palestinese che documenta la devastazione mentre cerca di proteggere la propria famiglia.

Citizen Osama di Ahmed Hassouna in appena 70 minuti va ben oltre la sua durata. Non perché si dilunga, ma per come è riuscito a comprimere in poco tempo così tanta vita, morte e incertezza. Gli eventi arrivano con l’inesorabilità di un’emergenza permanente. Edifici bombardati, gente estratta dalle macerie, colleghi ammazzati, cibo sempre più difficile da reperire mentre gli aiuti umanitari sembrano solo penosamente insufficienti. Tra un episodio e l’altro Osama Al-Ashi va a casa dalla moglie, dal loro piccolo e dai suoi genitori in ansia.

Ne risulta un film in cui catastrofe pubblica e vita privata non possono più essere tenute separate.

Questa prospettiva dà a Citizen Osama una posizione straordinaria accanto a NAZA, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor che ha recentemente attirato notevole attenzione internazionale. Se NAZA esamina i sistemi militari israeliani attraverso le testimonianze del personale israeliano, Hassouna resta sul luogo con chi convive con le conseguenze delle loro azioni. Il film affronta lo stesso momento storico da posizioni radicalmente diverse.

Presentato quest’anno alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia Citizen Osama segue Al-Ashi, un tempo fotografo d’arte e ora documentarista di guerra che vive nel nord di Gaza. Hassouna l’ha girato, Denis Le Paven ha fatto il montaggio e Rasmus Steen ha composto una sobria colonna sonora. Il documentario è anche stato scelto per rappresentare la Palestina agli Academy Awards del 2027.

C’è poca distanza qui tra giornalismo e cinema. La macchina da presa di Osama esiste soprattutto perché c’è qualcosa che deve essere urgentemente documentato. Tuttavia l’accumulazione di queste immagini e la forma che Hassouna dà loro gradualmente trasformano il reportage in cinema. La distinzione diventa quasi irrilevante. Registrare gli eventi è un dovere professionale, un modo per raccogliere prove, un atto di memoria e in ultimo una narrazione.

Alcuni dei momenti più duri mostrano persone intrappolate sotto gli edifici distrutti e i disperati sforzi di tutti per raggiungerle. Altrove le morti dei giornalisti dissipano ogni illusione che la parola “PRESS” sui giubbotti antiproiettile riesca a dare una vera sicurezza. L’uccisione del giornalista di Al Jazeera Ismail al-Ghoul, uno dei colleghi pianto nel film, serve solo a ricordare che Osama potrebbe uscire di casa per andare a lavorare e semplicemente non farci mai più ritorno. Al-Ghoul e il cameraman Ramy El Rify sono stati ammazzati in un raid aerei israeliano su Gaza City nel luglio 2024.



Ma Citizen Osama coglie che la catastrofe si prova non solo attraverso esplosioni e morte. Talvolta si misura in farina.

Osama cerca generi alimentari di base per la famiglia e trova farina avariata, con muffa e vermi: tecnicamente disponibile ma appena idonea al consumo. Il diesel è un altro problema costante. Questi sono piccoli dettagli paragonati alla portata della distruzione ed è proprio questo il motivo per cui sono importanti. Hassouna ci fa vedere cosa succede quando gli impegni che normalmente scandiscono la vita quotidiana, come comprare da mangiare, spostarsi e prendersi cura di un neonato, diventano attività logistiche precarie.

In un’altra sequenza ugualmente memorabile si vedono gli aiuti umanitari lanciati dagli areoplani: alcuni pacchi sembrano cadere in mare, incoraggiando la gente a buttarsi in acqua per recuperarli, quelli che arrivano a terra sono immediatamente circondati da assembramenti di persone. Hassouna non deve fermarsi a spiegare l’assurdità di queste immagini. Gli aiuti sono tangibili, ce n’è un disperato bisogno, e allo stesso tempo sono chiaramente inadeguati alle necessità.

Il montaggio serrato del film è essenziale. Citizen Osama avrebbe facilmente potuto diventare una sequenza di orrori, ogni immagine un tentativo di superare la precedente. Invece Le Paven ritorna ripetutamente alla famiglia e ai colleghi di Osama. I suoi genitori si preoccupano sia del futuro di Gaza che dell’immediata possibilità che il figlio possa non tornare a casa. Sua moglie e il bambino incarnano un’altra responsabilità che esiste scomodamente accanto alla sua determinazione di continuare a lavorare.

E poi, sorprendentemente, la gente ride.

In una scena in apparenza minore Osama e altri giornalisti si raccontano delle barzellette terribili, non particolarmente divertenti, cosa che rende il momento così toccante. L’umorismo diventa meno una fuga dalla realtà che un altro modo per continuare a esistere dentro di essa. Citizen Osama coglie ripetutamente questi frammenti di comportamento normale senza renderli melensi.

“Resilienza” è una parola che si applica così spesso ai palestinesi che rischia di diventare un concetto astratto. Hassouna la rende fisica: scavare tra le macerie per aiutare un’altra persona, trovare qualcosa da mangiare, tornare al lavoro o anche raccontare una stupida barzelletta quando quasi niente intorno a te offre un motivo per ridere.

È questo a creare la tensione centrale del film: tra azione e inevitabilità. Osama sta sempre agendo: filma, si sposta, organizza, aiuta, protegge, in circostanze sulle quali non ha quasi alcun controllo. Perciò la speranza non emerge da nessun indizio che le condizioni stiano per migliorare. Citizen Osama non offre quasi nessun motivo per questo tipo di ottimismo. Ciò che invece sopravvive è il rifiuto di rinunciare a ogni forma rimanente di azione.

Hassouna evita quasi sempre di trasformare il documentario in un esercizio di descrizione politica. Non ci sono lunghi passaggi esplicativi che insegnino agli spettatori come elaborare quello che stanno vedendo. Le immagini e le circostanze di Osama trasmettono il messaggio. I suoi momenti più crudi possono essere estremamente difficili da guardare, sterilizzarli produrrebbe un film diverso e notevolmente meno veritiero. L’uso moderato della musica funziona per la stessa ragione: raramente il film deve spiegarci quando un’immagine è sconvolgente.

Nei comunicati stampa del film, Hassouna descrive Osama come più di un unico protagonista, qualcuno tramite cui ha potuto esprimere qualcosa della propria esperienza e quella di altri che hanno vissuto la guerra. Egli ha definito il film un tentativo di salvaguardare quello che hanno passato e la loro umanità. Nello stesso comunicato descrive Venezia come un’opportunità per raccontare la loro storia con “la nostra voce e le nostre immagini.”

Questa frase forse offe la chiave più chiara per Citizen Osama. La telecamera non può fermare la distruzione che circonda Osama. Non può garantirgli sicurezza, cibo per la sua famiglia o riportare in vita i suoi colleghi. Ciò che può fare è trasmettere le prove che queste vite sono esistite con tutte le loro paure, stanchezza, affetti, assurdità e testarda umanità.

Ecco perché è importante il confronto con NAZA. Un film si interroga sul sistema militare dall’interno della società israeliana, l’altro ne registra le conseguenze. Citizen Osama forse non ha ancora ricevuto la stessa attenzione ma appartiene totalmente allo stesso rendiconto cinematografico dei fatti: non un documento di contorno, ma un lavoro a pieno titolo.

In tutta la sua breve durata trasforma l’atto di guardare in un atto di sopravvivenza.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)