Eden Solomon
12 ottobre 2026 – Haaretz
Il clan beduino arabo si era offerto di rinunciare alle proprie rivendicazioni su 600 dunam di terreno vicino a Rahat in cambio di una sistemazione abitativa. “È il giorno più difficile della mia vita”, ha dichiarato un abitante mentre le famiglie si preparavano a perdere le proprie case.
Lunedì le forze israeliane hanno iniziato a demolire le abitazioni situate nei pressi di Rahat, città arabo-israeliana del sud, nonostante gli abitanti avessero segnalato la mancata predisposizione di alloggi alternativi.
Le case oggetto di demolizione appartengono a circa 250 membri del clan beduino Abu Wadi. Le operazioni di demolizione sono proseguite malgrado fossero in corso trattative tra gli abitanti e l’autorità statale competente per i beduini del Negev (regione in cui sorge Rahat) riguardo a soluzioni abitative alternative.
Il Tribunale distrettuale di Be’er Sheva ha respinto la richiesta dei membri del clan di posticipare le demolizioni. Domenica, gli abitanti hanno iniziato a sgomberare i propri beni e a demolire autonomamente le abitazioni per evitare di dover sostenere i costi dell’abbattimento forzato.
Dall’insediamento dell’attuale governo, nel 2022, Israele ha demolito villaggi beduini non riconosciuti a un ritmo senza precedenti. Negli ultimi anni centinaia di abitanti dei villaggi demoliti hanno vissuto in tende accanto alle macerie delle loro ex abitazioni. Molti non hanno ancora raggiunto un accordo con l’Autorità per lo sviluppo e l’insediamento dei beduini nel Negev, ente responsabile della predisposizione di alloggi alternativi.
I circa 250 membri del clan, appartenenti a una cinquantina di nuclei familiari, risiedono nell’area da decenni. In precedenza, avevano avanzato una rivendicazione di proprietà su circa 600 dunam (pari a circa 150 acri) di terreno nella zona; tale istanza è tuttora al vaglio del Ministero della Giustizia.
L’anno scorso, il Tribunale di primo grado di Be’er Sheva aveva accolto la richiesta dello Stato di emettere ordinanze di demolizione per le loro abitazioni, stabilendo che i provvedimenti sarebbero entrati in vigore nell’ottobre 2026. A settembre, i membri del clan avevano chiesto al tribunale di rinviare le demolizioni, sostenendo che non fosse stata individuata alcuna soluzione abitativa praticabile per loro. Negli ultimi anni Israele ha demolito abitazioni in diversi villaggi beduini non riconosciuti i cui residenti non sono ancora riusciti a trovare una sistemazione alternativa.
Secondo gli abitanti, alcuni dei lotti offerti dallo Stato a Rahat sono stati occupati da un altro clan, che ha intimato loro di non avvicinarsi all’area. Gli abitanti sostengono che un eventuale trasferimento potrebbe sfociare in spargimenti di sangue. Affermano inoltre che le infrastrutture sono incomplete, che l’amministrazione comunale di Rahat si oppone al loro insediamento e che il numero di lotti disponibili non è sufficiente per tutti gli aventi diritto.
L’Autorità per lo sviluppo e l’insediamento dei beduini nel Negev sostiene, al contrario, che i lotti siano dotati di infrastrutture e pronti per l’assegnazione, e che il numero di abitanti aventi diritto sia inferiore a quanto dichiarato dal clan.
I membri del clan avevano proposto di trasferirsi in un quartiere vicino alle loro attuali abitazioni, offrendosi persino di rinunciare alle pretese di proprietà sui terreni in cambio di un accordo che garantisse loro una sistemazione. L’Autorità ha respinto la proposta, spiegando che quel quartiere è destinato ad altri residenti e che il relativo piano di sviluppo non è ancora stato approvato.
«Il giorno più difficile della mia vita»
Ahmed Abu Wadi, nato e cresciuto nel villaggio di Dahaya, ha parlato domenica sera, poco prima dell’inizio delle demolizioni, mentre gli abitanti trasferivano i propri averi presso le abitazioni di amici a Rahat.
«Pensare di dover demolire la propria casa con le proprie mani… è una catastrofe, qualcosa di indescrivibile. È il giorno più difficile della mia vita», ha dichiarato.
Secondo Abu Wadi anche la moschea del villaggio, costruita nel 2000, è destinata alla demolizione. Ha raccontato che lo Stato ha impedito agli abitanti di accedere all’acqua e di sviluppare attività agricole per poi sostenere, in seguito, che quelle terre non appartenevano a loro.
«Non ho più un tetto sopra la testa. Non so dove sarò domani; non ci sono piani, non c’è nulla», ha affermato. Ha aggiunto di aver tentato invano di trovare un appartamento in affitto a Rahat, mentre a Be’er Sheva i canoni di locazione raggiungono gli 8.000-9.000 shekel [2.300-2.500 € circa, ndt] al mese. «Qui la gente vive sotto la soglia di povertà; non si tratta di persone ricche, con molto denaro. Tutti riusciranno a sopravvivere; cercheranno una baracca o un qualche rifugio precario in cui ripararsi», ha affermato.
Abu Wadi, padre di due gemelle di 7 anni, ha raccontato che le figlie gli hanno chiesto perché la loro casa venisse demolita e se non sarebbe stato possibile raggiungere un accordo con le autorità.
«Non ho risposto; non avevo nulla da dire loro», ha spiegato. «Non riesco a spiegare la situazione, e domani sarà durissima per me quando vedranno la demolizione della casa».
«Scenari di guerra, di un terremoto»
Taleb al-Sana, presidente dell’Alto Comitato Direttivo degli Arabi del Negev, ha criticato le demolizioni. «Sembrano scene di guerra, di un terremoto. Un villaggio colpito da un disastro; solo che in questo caso si tratta di un disastro causato dal razzismo. Invece di investire tutto questo denaro nelle demolizioni, avrebbero dovuto sviluppare infrastrutture e strade e offrire una speranza ai bambini. Cosa stanno seminando qui, quando un bambino vede dei bulldozer distruggere la propria casa? Qual è la logica in tutto questo?», ha dichiarato.
«Sembra che, in vista delle elezioni, questo governo abbia trasformato le demolizioni di abitazioni in parte della propria campagna elettorale. Invece di celebrare il riconoscimento delle comunità, inaugura la demolizione di un altro villaggio, lasciando altre famiglie senza una casa. Vergogna», ha aggiunto.
Al-Sana ha affermato che le demolizioni rafforzeranno la determinazione della comunità a lottare per l’uguaglianza e la giustizia.
«Questo non farà che rafforzare la nostra convinzione nella lotta per una piena uguaglianza e giustizia. Non ci lasceremo andare alla disperazione, né perderemo la speranza in una vita condivisa e nello sviluppo del Negev. Anche di fronte a scene come queste c’è ancora speranza», ha dichiarato.
Hanan (pseudonimo), una abitante di 55 anni nata e cresciuta nel villaggio, ha assistito alle demolizioni stando sotto un albero insieme ad altre donne e bambini.
«Ieri, all’una del pomeriggio, ho finalmente capito che stavano demolendo la nostra casa», ha raccontato. «È una sensazione terribile; non riesco nemmeno a stare in piedi. Mi sento completamente annientata. Anche i miei medicinali sono rimasti dentro; non siamo riusciti a portare via tutto».
Ha spiegato di aver cercato un appartamento in affitto a Rahat, ma di non averne trovato uno adatto alle sue esigenze, aggiungendo inoltre che i canoni di locazione sono troppo elevati.
«Sono una donna malata e percepisco un sussidio di sostegno al reddito. Come ci si può sentire quando la propria casa viene demolita? Non so dove passeremo la notte. Probabilmente dormiremo sotto un albero», ha detto.
Hanan ha aggiunto che sul posto erano presenti numerosi agenti di polizia e ruspe per eseguire e mettere in sicurezza le operazioni di demolizione.
L’avvocato Ben Zaken, che rappresenta i membri del clan, ha sottolineato come la soluzione abitativa proposta dallo Stato presenti diverse criticità.
«Hanno offerto agli abitanti 47 lotti a fronte di circa 130 persone aventi diritto. Ciò significa che circa 80 persone rimarranno senza alcuna soluzione», ha affermato. Ha aggiunto che il comune di Rahat ha comunicato a diverse famiglie che i lotti erano destinati a far fronte al loro naturale incremento demografico e che non avrebbero acconsentito all’insediamento di persone esterne.
«La famiglia Abu Wadi non è benvenuta lì, e la situazione potrebbe degenerare in spargimenti di sangue», ha affermato. «Inoltre, il comune di Rahat non rilascia licenze edilizie nell’area, poiché le infrastrutture non sono ancora state realizzate».
(traduzione dall’Inglese se di Giuseppe Ponsetti)
