Hagar Shezafand Nir Hasson
8 ottobre 2026 – Haaretz
Cinque testimonianze di palestinesi lì incarcerati
Da ormai tre anni le carceri israeliane che ospitano detenuti palestinesi funzionano come campi di tortura. Fame, violenze efferate, scabbia e condizioni di vita brutali fanno parte della quotidianità di migliaia di prigionieri. Nulla di tutto ciò avviene nell’ombra; si tratta di una politica dichiarata, ormai centrale nella campagna elettorale del Ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir. I fatti sono stati documentati da inchieste delle principali testate internazionali, da rapporti di organizzazioni per i diritti umani e da ricorsi presentati all’Alta Corte di Giustizia. L’opinione pubblica israeliana è rimasta, in gran parte, indifferente.
Anche i giudici dell’Alta Corte hanno mostrato scarso interesse per la questione. Dopo ripetuti rinvii e notevoli ritardi la Corte Suprema si è pronunciata due volte contro tale politica. Nel settembre 2025 i giudici hanno ordinato che ai detenuti venisse garantita un’alimentazione adeguata. Nel giugno di quest’anno hanno imposto al Servizio Penitenziario Israeliano di ripristinare le visite della Croce Rossa nelle carceri. Nessuna delle due sentenze sembra aver cambiato la situazione nella pratica. A parte alcune lievi modifiche alla composizione dei pasti, la privazione deliberata di cibo prosegue e i rappresentanti della Croce Rossa continuano a non avere accesso alle strutture detentive. In entrambi i casi sono state depositate istanze per inosservanza dell’ordine del tribunale. Un ricorso riguardante il trattamento della scabbia è stato respinto. Violenze e abusi continuano senza freni in ogni aspetto della vita dei detenuti.
A settembre Israele deteneva 9.329 prigionieri per reati di sicurezza, ma solo il 16% era stato formalmente incriminato e condannato in tribunale. I restanti erano detenuti in attesa di giudizio (34%), detenuti in regime amministrativo (34%) e “combattenti illegittimi” (16%): uno status non riconosciuto dal diritto internazionale, utilizzato da Israele per incarcerare gazawi, siriani e libanesi senza garantire loro i diritti spettanti ai prigionieri di guerra o ai detenuti comuni.
Secondo i dati forniti l’anno scorso dall’amministrazione penitenziaria, dall’inizio della guerra a Gaza sono state rilasciate centinaia di detenuti ogni mese, indipendentemente dagli accordi sugli ostaggi. Nel 2024, ad esempio, sono stati scarcerati circa 5.000 detenuti, nonostante in quell’anno non vi sia stato alcuno scambio di ostaggi con prigionieri. Nella maggior parte dei casi il rilascio avviene perché la detenzione, sia essa amministrativa (ovvero senza accuse formali o processo) o di altra natura, è terminata senza che vi siano stati incriminazioni o condanne. La scarcerazione mensile di centinaia di detenuti palestinesi mette in discussione l’affermazione di Ben-Gvir secondo cui si tratterebbe di terroristi o di detenuti pericolosi.
Cinque detenuti rilasciati negli ultimi 18 mesi hanno raccontato a Haaretz cosa accade dietro le sbarre nei campi di tortura gestiti dal Servizio penitenziario israeliano. Altri ex detenuti, in particolare quelli sottoposti a detenzione amministrativa, hanno rifiutato di rilasciare interviste per timore di ritorsioni.
Tutti e cinque hanno perso tra il 15% e il 50% del proprio peso corporeo a causa della malnutrizione. Tutti sono stati picchiati brutalmente; nei casi più gravi le percosse hanno causato fratture ossee. Tutti hanno descritto i detenuti siano devastati dalla scabbia, oltre che dalle inumane punizioni collettive, le umiliazioni quotidiane e il clima di terrore. L’unità tattica di pronto intervento “Keter” del Servizio penitenziario ricorre frequentemente nei loro racconti sugli episodi di violenza più estrema.
Le persone intervistate sono state rilasciate tra l’aprile 2025 e il luglio 2026 dalle carceri di Megiddo, Nafha, Ketziot, Ofer e Damon (che ospita detenute palestinesi). Tutti gli intervistati vivono in Cisgiordania. È opinione diffusa che il trattamento dei detenuti provenienti da Gaza sia ancora peggiore.
“Le guardie hanno fatto irruzione nell’ala del carcere e hanno sparato proiettili di gomma contro i prigionieri nudi sotto la doccia”.
Ali Samoudi, giornalista, 59 anni
È difficile rendere l’idea della differenza tra le fotografie di Ali Samoudi scattate prima e dopo la detenzione. “Sono entrato in prigione con un peso di 120 chilogrammi e con due patologie: diabete e pressione alta”, racconta Samoudi, che ha trascorso un anno in regime di detenzione amministrativa. “Ne sono uscito con 60 chili in meno e 10 patologie. Soffro di forti mal di testa che mi hanno fatto perdere i sensi, dolori intensi alle orecchie, problemi alla vista, dolori allo stomaco e al colon, tachicardia, una grave infezione delle vie urinarie, dolori dovuti a lesioni al braccio e alla schiena, oltre a infiammazioni ai tendini”, ha dichiarato ad Haaretz pochi giorni dopo il suo rilascio.
Samoudi è un noto giornalista di Jenin che nel corso degli anni ha collaborato con testate internazionali, tra cui CNN e Reuters. Fu arrestato alla fine di aprile 2025 e detenuto nelle carceri di Ketziot e Megiddo. Poco dopo l’arresto l’esercito israeliano gli riferì che era sospettato di trasferire denaro alla Jihad Islamica, un’accusa che egli tuttora respinge con forza. Venne rilasciato un anno dopo senza alcuna incriminazione. La detenzione amministrativa non è un caso isolato tra i giornalisti arrestati durante la guerra. Secondo il Committee to Protect Journalists dall’inizio del conflitto sono stati arrestati 110 giornalisti palestinesi, 73 dei quali provenienti dalla Cisgiordania. Tra gli arrestati in Cisgiordania 46 sono stati sottoposti a detenzione amministrativa.
Samoudi trascorse i primi mesi a Ketziot. “Lì ci ammanettavano le mani dietro la schiena, ci incatenavano i piedi, ci costringevano a sdraiarci a terra, ci calpestavano e ci picchiavano. Le guardie a furia di percuotermi mi hanno procurato gravi lesioni alle braccia e alle gambe. Le incursioni dipendevano dal loro umore: a volte avvenivano ogni giorno, altre volte una volta alla settimana. A dicembre una delegazione inviata dal presidente della Corte Suprema venne a Ketziot. Spiegammo loro la situazione e ci promisero che le cose sarebbero migliorate. Una settimana dopo ci trasferirono da Ketziot a Megiddo. Ma la situazione non migliorò, anzi, peggiorò.
A Megiddo ci rasarono a zero la testa e la barba. In ogni cella c’erano dieci persone: sei dormivano sui letti e le altre quattro per terra. Ci davano un solo paio di mutande a testa, per cui quando le lavavamo non avevamo biancheria intima da indossare. Quando volevano punire un detenuto lo costringevano a spogliarsi completamente, giovane o anziano che fosse, e lo picchiavano su tutto il corpo con uno spesso tubo. Ciò accadeva, ad esempio, se un detenuto indugiava per troppo tempo sotto la doccia o parlava con qualcuno di un’altra cella durante l’ora d’aria nel cortile.”
Il terzo giorno del Ramadan le guardie fecero irruzione in armi nel nostro braccio e spararono proiettili di gomma contro i detenuti che erano nudi sotto le docce. Non c’era alcun motivo per farlo. Volevano intimidirci e farci capire che se avessimo pregato in gruppo o ad alta voce saremmo stati puniti.
A colazione ricevevamo un quarto di cucchiaio di marmellata e un cucchiaio di labneh [yogurt tipico dell’Asia Occidentale, ndt.]. A volte meno, ma mai di più. Ogni detenuto aveva diritto a dieci fettine di pane per l’intera giornata. A pranzo: quattro cucchiai di riso, due fettine sottili di cetriolo, due fettine sottili di pomodoro e un cucchiaio di fagioli. A cena: un cucchiaio di tahina [una crema di sesamo, ndt.], due cucchiai di hummus e un uovo sodo. Il sabato niente riso, ma un pezzetto di cotoletta impanata. Il martedì aggiungevano un pezzetto di tacchino e il mercoledì due piccoli würstel. Niente sale, niente zucchero, niente caffè. Meno di un quarto di tazza di tè a testa. A volte portavano hummus scaduto, che gettavamo via. Ovviamente, questo cibo non basterebbe nemmeno a un gatto o a un bambino piccolo. Serve solo a permetterci di alzarci in piedi e sederci durante l’appello. Causa malattie come la mia: svenivo e mi ritrovavo disteso sul pavimento.
La Pasqua ebraica era il periodo peggiore riguardo al cibo. Ricevevamo quattro matzot [pane lievitato rituale, ndt.] al giorno. Al mattino una patata bollita e un uovo sodo; la stessa cosa a pranzo e a cena. Alla fine della festività ci pesavano: ognuno di noi aveva perso tra i due e gli otto chili. Ci pesavano ogni due mesi. I detenuti il cui peso era sceso fino a 30 o 40 chili venivano portati in una stanza speciale e ricevevano una piccola razione extra, ma nulla che compensasse davvero la mancanza di cibo o alleviasse la debolezza. Ho visto persone che pesavano anche 35, 40 o 45 chili.
Le prigioni sono diventate un cimitero per i vivi.” Un detenuto che ha bisogno di andare in infermeria deve insistere ripetutamente e anche quando viene visitato non riceve cure adeguate. I detenuti detestano recarsi in infermeria, in ospedale, in tribunale o agli incontri con l’avvocato perché vengono picchiati lungo il tragitto; è per questo che molti rifiutano di andare in infermeria. Se chiedi di andarci, ti insultano. Ci dicevano: “Vai da Allah o a Gaza, lascia che siano loro a curarti”. Una volta svenni: caddi battendo la testa e mi portarono in infermeria. Mi diedero dell’Acamol [paracetamolo] e mi tamponarono con un po’ di tintura di iodio. L’agente di sicurezza mi disse: ‘Alzati e torna nella sezione. Non possiamo mica darti una testa nuova’.
Una notte sentimmo delle grida. Quando chiedemmo cosa fosse successo ci dissero che un prigioniero stava male e che chiedevano l’intervento di un medico. Ma quando si chiama un medico non arriva nessuno. Al momento dell’appello mattutino chiesero nuovamente a un ufficiale di far venire un medico perché le condizioni del prigioniero erano peggiorate. Continuarono a prendere tempo fino alle 7:30, poi permisero a due prigionieri di portarlo fuori nel cortile su un materasso. Il medico impiegò un’altra mezz’ora o un’ora per arrivare e nel frattempo le condizioni dell’uomo erano peggiorate ulteriormente. Si chiamava Louay Turkman e morì proprio davanti ai loro occhi. Solo dopo lo portarono in ospedale.
Sono un giornalista libero e indipendente. Lavoro sul campo da decenni. Non ho mai rappresentato una minaccia per la sicurezza di Israele, né mai lo sarò. Nei quarant’anni precedenti il mio arresto non sono mai stato convocato per un interrogatorio, né trattenuto o ammonito. Sono stato ferito otto volte dal fuoco dell’esercito. L’ultima volta è accaduto quando ammazzarono la mia collega Shireen Abu Akleh [corrispondente di Al Jazeera uccisa mentre documentava un’incursione militare israeliana a Jenin, l’11 maggio 2022]. Non c’è alcuna giustificazione per la mia detenzione se non il mio lavoro di giornalista. Forse erano irritati dal fatto che fossi andato a Ginevra a testimoniare sull’uccisione di Shireen, o che avessi presentato una denuncia contro di loro presso la Corte Penale Internazionale per quell’episodio. La mia detenzione rientra in un attacco deliberato contro il giornalismo palestinese. Israele non vuole testimoni delle proprie azioni. Non vuole che qualcuno mostri al mondo queste immagini.”
“Eravamo sdraiate a pancia in giù, ammanettate e bendate. Ci hanno picchiate e mi hanno rotto i denti”
Hiba Alawi, 38 anni
Hiba Alawi, madre di cinque figli originaria di Ad-Dhahiriya (in Cisgiordania, a sud di Hebron), ha trascorso cinque mesi e mezzo nella prigione di Damon dopo aver tentato due volte di entrare in Israele per lavorare senza permesso. L’accordo di patteggiamento in base al quale è stata condannata non includeva accuse legate alla sicurezza e riconosceva che la donna era l’unica fonte di reddito della famiglia e non aveva precedenti penali. Inizialmente era stata condannata a quattro mesi di carcere e a una multa; non potendo pagare la sanzione è rimasta detenuta per un altro mese e mezzo. In tribunale ha riferito al giudice di soffrire di una patologia cardiaca e di non ricevere i farmaci in prigione. Al momento del rilascio, avvenuto lo scorso luglio, aveva perso 36 chilogrammi.
“Una delle incursioni peggiori è avvenuta a marzo”, racconta riferendosi a Damon, l’unico carcere che ospita detenute palestinesi. “Hanno lanciato tre granate lacrimogene nel cortile, hanno lasciato che il fumo si diffondesse e ci hanno urlato di sdraiarci a pancia in giù. Sono entrati nella nostra cella, ci hanno calpestato le gambe, picchiato, afferrato le mani e legato i polsi con fascette di plastica, provocandoci dolore di proposito. Ci hanno trascinato nel cortile e bendato gli occhi con una fascia stretta a tal punto da far male. All’inizio hanno provato a mettermi la benda, ma non mi entrava. Alla fine è arrivata un’altra guardia donna: mi ha dato due schiaffi con tutta la forza che aveva, mi ha tirato i capelli con violenza e mi ha messo la benda. Mi ha trascinato fuori a piedi nudi. Se vedevano qualcuna cercare di recuperare le proprie ciabatte, la colpivano alle gambe. Alcune donne sono state colpite violentemente alla testa. Mi hanno picchiato e mi hanno rotto i denti. Una guardia mi ha calpestato le dita dei piedi finché non mi è saltata via un’unghia.
Mentre eravamo lì a terra ero così terrorizzata che ho recitato la shahada [la dichiarazione di fede islamica, pronunciata anche in punto di morte] e una delle guardie mi ha detto: ‘Prega per la tua vita’. Una detenuta era così spaventata che ha iniziato a recitare versetti del Corano e le hanno puntato un fucile alla testa. Ci hanno lasciate stese a terra per circa un’ora. Ci hanno fotografate e coperte di insulti. Poi, mentre eravamo ancora tutte lì distese, hanno lanciato un’altra granata stordente ai nostri piedi. Quel rumore mi ha terrorizzato. Ho ancora paura ogni notte. Anche adesso, se sento un rumore in casa, magari una chiave nella serratura, tutto torna a galla. Non riesco a togliermi dalla testa il modo in cui ci hanno trascinate e quello che ci hanno fatto.
In prigione mi picchiarono altre due volte. Una volta mi colpirono alla testa e spruzzarono addosso del gas; la seconda allo stomaco. Ho sanguinato per 15 giorni. Ho bisogno di un intervento chirurgico perché il mio utero ha subito dei danni.
Per tutti i 170 giorni di detenzione la colazione consisteva in un cucchiaio di labneh e un po’ di marmellata sulla punta del cucchiaio. Ci davano sei fette di pane per l’intera giornata: a volte duro, a volte inzuppato d’acqua, a volte raffermo. A pranzo ricevevamo solitamente due cucchiai di lenticchie, due di hummus e due di riso, a volte cotto e a volte no. Il sabato e il martedì ci davano una cotoletta di pollo che emanava un cattivo odore, a volte era cruda ed era impossibile da mangiare. Due giorni a settimana ricevevamo un cucchiaino di tonno. Ci davano anche un cetriolo e un pomodoro, ma erano completamente marci. Per cena: un cucchiaio di tahina, un cucchiaio di hummus e un uovo che poteva essere crudo, marcio o congelato. Noi buttavamo via le uova, ma alcune detenute erano così affamate da mangiarle.
Conservavamo le razioni della colazione, del pranzo e della cena per poterle mangiare tutte insieme e sentirci sazie. A volte facevano irruzione nella cella e buttavano via tutto: cibo, vestiti e materassi. Alcune donne assumevano farmaci regolarmente, ma durante le perquisizioni glieli portavano via. Non aiutavano nemmeno le detenute incinte, anche se erano esauste, avevano la febbre o soffrivano la fame. Le minorenni erano tenute in una cella a parte e passavano le notti a piangere. Erano gravemente malnutrite e venivano portate a lavarsi solo una volta alla settimana.
Durante il Ramadan le irruzioni erano molto più frequenti e la qualità del cibo peggiorava notevolmente. Ci davano così poco riso che non sarebbe bastato nemmeno per un bambino piccolo. Una sera, mentre mangiavamo e stavamo iniziando a pregare, ci lanciarono contro una granata stordente, ci picchiarono, ci trascinarono nel cortile e fecero camminare i cani sopra le nostre teste. Nel frattempo entravano nelle celle e buttavano via tutto il cibo che avevamo messo da parte per mangiarlo quella sera, prima dell’inizio del digiuno. Riempivamo le bottiglie d’acqua lasciandola decantare affinché il sapore di cloro svanisse e potessimo berla, ma le guardie la versavano tutta sui nostri vestiti. A ogni donna venivano dati tre assorbenti; se le guardie li vedevano, li sparpagliavano ovunque. Poiché non ne avevamo a sufficienza, ne costruivamo di fortuna usando fazzoletti di carta o pezzi di stoffa.
La scabbia si diffuse rapidamente in tutto il reparto. Iniziò con me e un’altra detenuta. In infermeria ci dissero che la causa era la biancheria. Avevamo solo due capi di abbigliamento e non ci portavano a lavarci, quindi era inevitabile contrarre la scabbia. Una volta, senza alcun motivo, ci impedirono di lavarci o di uscire in cortile per otto giorni. Ero molto debole, così, tre settimane prima del mio rilascio, mi trasferirono in una cella con donne incinte.
Una guardia in particolare era molto crudele. Durante le perquisizioni palpeggiava le ragazze e le sottoponeva a perquisizioni corporali integrali. Il giorno in cui tornai a casa mi ordinò di spogliarmi completamente. Voleva anche che mi piegassi in avanti e divaricassi le gambe. Mi sono rifiutata, così lei ha iniziato a urlarmi contro e a colpirmi con il taser. Due detenute hanno sporto denuncia contro delle guardie donne che le avevano molestate. Una delle guardie aveva anche fotografato una detenuta nuda; la donna ne era rimasta profondamente traumatizzata. Quella guardia smise di frequentare la sezione.
Non ho mai provato nulla di così terribile come ciò che ho vissuto in carcere. Nessuno ne esce normale. Faccio ancora fatica a rendermi conto di dove mi trovo. Sono tornata alla vita. Cerco di dimenticare quello che mi è successo, ma ho ancora la sensazione di vivere un incubo. Ogni volta che sento un rumore, che provenga dai miei figli o da qualsiasi altra parte, mi sembra ancora di trovarmi in prigione.”
“Avete mai visto degli scheletri che camminano? Noi li chiamavamo zombie.”
Samer Khuwaira, giornalista, 45 anni
La prima volta che Samer Khuwaira vide dei prigionieri affetti da scabbia ebbe un crollo emotivo: “Hai mai visto degli scheletri che camminano? Hanno le gambe e il petto coperti di sangue. Vesciche e piaghe ovunque. Alcuni camminano con le stampelle, altri con il deambulatore, altri ancora si appoggiano l’uno all’altro. Li chiamavamo zombie. La mente non riesce ad accettarlo: giovani, anziani, incredibilmente magri. Non c’è carne sulle loro braccia. Vedi solo barba e occhi”.
Questo è ciò che Khuwaira vide nella prigione di Megiddo alla fine di maggio del 2025. Non lo sapeva allora, ma nel settembre di quell’anno avrebbe contratto anche lui la scabbia, nella prigione di Nafha. Racconta di aver aspettato tre mesi prima di poter vedere un medico per le cure.
Durante un’intervista rilasciata lo scorso luglio a Radio Hayat, a Nablus, dove lavora, Khuwaira ha mostrato come i prigionieri affetti da scabbia camminassero lentamente tenendo le braccia distanti dal corpo per evitare di toccare le piaghe. Per due ore e mezza ha descritto i nove mesi di terrore vissuti nel campo di detenzione militare di Huwara e nelle prigioni di Megiddo e Nafha, dove è rimasto in detenzione amministrativa. A tutt’oggi non sa perché sia stato arrestato: i detenuti in regime amministrativo vengono trattenuti senza una formale incriminazione.
Quattro giorni dopo l’arresto mi portarono a un interrogatorio. L’agente di polizia chiese se avessi Facebook, poi aprì la mia pagina e disse: ‘Oh-ho! Guarda un po’, stai istigando contro di noi’. Gli risposi: ‘In che senso sarebbe un’istigazione?’. Avevo pubblicato la foto di un giovane ucciso dall’esercito a Nablus e scritto che era stato Israele a ucciderlo. Tutto qui. Un titolo e una notizia. Sono un giornalista che si occupa della Palestina, non del Senegal. Quando succede qualcosa a Nablus ne do notizia”.
Come già accennato, Khuwaira non è stato incriminato e non sono state presentate prove di un suo coinvolgimento in attività illegali. La sua pagina Facebook contiene principalmente notizie, ma include anche scritti difficili da digerire per i lettori israeliani, tra cui elogi funebri per l’ex capo di Hamas Yahya Sinwar, definito da lui un grande leader.
Khuwaira è stato rilasciato dal carcere nel gennaio 2026, dopo aver perso 22 chili. Suo figlio di nove anni non lo ha riconosciuto. Un breve video girato al momento del rilascio, in cui descriveva tra le lacrime le sofferenze patite in prigione, è stato pubblicato sul popolare canale Telegram “Abu Ali Express” e ha ricevuto migliaia di “like”. Israel National News (Arutz Sheva, testata vicina al movimento dei coloni) ha pubblicato il video con un titolo che lo definiva “terrorista”.
“Il giorno in cui arrivammo a Nafha è stato il peggiore della mia vita. Durante il tragitto, hai i piedi incatenati e gli occhi bendati. Mentre ti trasportano, ti schiaffeggiano, ti prendono a calci, ti spintonano. Ti trascinano per le manette come una pecora e le mani iniziano a sanguinare. All’ingresso di Nafha devi spogliarti completamente. Ti pieghi in avanti, controllano che tu non stia nascondendo nulla e poi ti legano le mani dietro la schiena.
Da lì ci portarono uno alla volta dentro una gabbia di metallo. Improvvisamente il suono di una sirena segnalò un attacco dall’Iran; le guardie se ne andarono lasciandoci lì. Resti seduto sui talloni e le manette stringono forte. La circolazione si blocca e le mani si intorpidiscono; non le senti più. Non c’è cibo. Dopo cinque o sei ore nella gabbia, ci fecero alzare in piedi, uno dietro l’altro, in fila indiana. Ognuno appoggiava la testa sulla schiena di chi lo precedeva e a nessuno era permesso alzare lo sguardo. Poi presero una corda e la fecero passare tra di noi. Eravamo come tessere del domino. Un ufficiale diede un calcio alla schiena dell’ultimo prigioniero della fila e cademmo tutti l’uno sull’altro. È così che ci fecero marciare: in trenta. Dovevamo voltarci senza alzare la testa. Sbattevamo la testa contro il muro, contro la porta. Se chi ti stava dietro calpestava la catena, rischiavi di cadere e loro ridevano. Chiunque alzasse la testa veniva colpito con schiaffi o calci. Fu una giornata veramente orribile.
A Nafha ero lo shawish, la persona incaricata di distribuire il cibo. Ogni giorno si ricevevano dieci fette di pane. La colazione consisteva in un cucchiaio di labneh e uno, o mezzo, di marmellata. C’erano dieci piatti di plastica sottile a terra e io mettevo un cucchiaio di labneh su ciascuno. Dosavo la marmellata seguendo le tacche sul bicchiere di plastica: una tacca, due, tre. Dovevi essere preciso al millimetro. Nessuno poteva averne più degli altri. Distribuire il cibo è un compito molto gravoso.
Il pranzo varia. La domenica c’è una tazza, o mezza, di zuppa di lenticchie e due cucchiaiate di riso. Si spezzetta il pane e lo si aggiunge al riso per aumentare la porzione. Il sabato danno mezza patata e una cotoletta; anche in questo caso si spezza tutto, si divide in parti uguali e ciò che resta viene ulteriormente ripartito tra i prigionieri. Per cena ci sono due o tre cucchiaiate di hummus, un uovo e due cucchiaiate di tahina. Due volte a settimana danno una o due cucchiaiate di tonno, e una volta a settimana dei wurstel.
Gli unici oggetti a disposizione sono una tazza e un piatto di plastica sottilissima. Ebbi la mia tazza il 18 giugno e la restituii il 7 gennaio: era esattamente la stessa. L’avrò lavata cento volte. Vuoi sapere una cosa curiosa? Un prigioniero, prima di essere rilasciato, mi regalò la sua tazza. Si era spaccata, così la ripararono cucendola con un pezzo di camicia e del filo, perché non è possibile averne una nuova. Ogni mese vengono consegnati quattro rotoli di carta igienica.
Durante le irruzioni arriva una squadra; noi ci sdraiamo a pancia in giù con le mani legate, mentre loro portano dentro un cane e ci prendono a calci. A volte spruzzano del gas, rendendo impossibile respirare. Altre volte lanciano granate stordenti senza alcun motivo. Succede anche nel cuore della notte, mentre dormiamo: si avvicinano lentamente, spalancano la porta, erogano il gas e ci picchiano. A volte accade ogni giorno, altre volte una volta a settimana; non si sa mai cosa aspettarsi. A volte entrano nella stanza e gettano tutto a terra: shampoo, dentifricio, materassi, coperte. Spremono il tubetto del dentifricio e ne spalmano il contenuto sui materassi.
Per proteggerci a vicenda durante le irruzioni ci stringevamo gli uni agli altri. Essendo il più anziano, i più giovani mi facevano scudo. Durante queste operazioni era presente anche un medico insieme alle guardie; a volte era lui stesso a picchiarci e a insultarci. Anche se tenevamo sempre la testa bassa, spesso riuscivamo a capire, dalle voci, che era lì. A volte arrivava dopo che ci avevano picchiato, chiedeva se qualcuno fosse ferito e portava loro del paracetamolo.
Una volta eravamo nel cortile quando le guardie iniziarono improvvisamente a lanciare granate. Spararono quattro o cinque colpi verso terra e ci trascinarono tutti nei bagni, che erano pieni d’acqua. Eravamo ammanettati. Hanno iniziato a portare via le persone, una a una, verso le docce; le spogliavano, le picchiavano e le fotografavano. Io non sono stato preso. Non so perché. Sentivamo gli spari e le grida. In seguito un detenuto di 21 anni è rientrato nella nostra cella, si è abbassato i pantaloni e ci ha mostrato una ferita sanguinante, larga circa cinque centimetri, su una natica. Non riusciva a camminare, ma lo avevano minacciato di sparargli di nuovo se non fosse rientrato in cella. Per i 10 giorni successivi non riuscì a camminare, mangiare o dormire. Nessun medico è venuto a curarlo. Un altro detenuto, che si trovava nella nostra stessa stanza, venne colpito da un proiettile di gomma a una distanza di due metri durante un’irruzione nella cella perché non si stava muovendo abbastanza in fretta.
Cercare di capire cosa stia succedendo a Nafha in questo momento è come cercare di capire cosa accada su Marte. Non c’è un solo minuto che scorra normalmente. Nemmeno uno. Una delle ragioni per cui mi sono ammalato è stata la paura costante. Quando contrassi la scabbia chiesi di andare in infermeria. Era il 12 settembre, ma mi ci portarono solo il 12 dicembre. Eravamo in dieci in una stanza con sei letti, e tre di noi avevano la scabbia. Non riuscivo nemmeno a sedermi.
Quando mi tolsi le mutande avevo tutto sporco di sangue, pus e secrezioni gialle. Provavo dolore in ogni momento. Di notte non riuscivo a dormire; camminavo avanti e indietro per la stanza perché il dolore era insopportabile e non c’erano medicine. Il contagio era ovunque: sul materasso, sui vestiti, sulla porta, sulle pareti. Era impossibile isolarsi. Verso settembre ho iniziato ad avere anche un forte mal di denti. Non riuscivo né a mangiare né a dormire. Sai come tentai di curarlo? Misi del dentifricio sul dente, una, due, cinque volte, ma non servì a nulla. Dopo due giorni uno degli altri detenuti mi suggerì di sciacquare la bocca con la candeggina. Lo feci due o tre volte. Mi aiutò un po’.
Quando esci nel cortile del carcere c’è un cartello che elenca i diritti dei detenuti secondo il diritto internazionale: “Hai diritto a cibo, acqua, cure mediche”, e così via. A volte i detenuti ridevano e chiedevano a una guardia: “Quando inizierete a rispettare questi diritti?”. La guardia rispondeva: “Quando Ben-Gvir darà l’approvazione”. Se avvisavamo una guardia che un detenuto stava molto male, rispondeva: “Chiamatemi quando muore, così lo metto in un sacco nero”. Ho visto persone svenire per la mancanza di cibo, per lo sfinimento, per la malattia o per la febbre.
In mezzo a tutta questa miseria a volte i prigionieri trovavano qualcosa di cui ridere. Non c’erano mai tè o caffè, per esempio. Così, quando ci alzavamo al mattino alcuni ragazzi andavano al rubinetto dell’acqua calda e dicevano: ‘Facciamo finta che sia tè, o caffè solubile, o cappuccino’.
Ogni tanto ci dicevano che il tribunale aveva deciso questo o quello [in merito al miglioramento delle condizioni], ma non cambiava nulla. So che a tutt’oggi nulla è cambiato, perché, come giornalista, intervisto i detenuti quando vengono rilasciati. Un prigioniero scarcerato tre o quattro giorni fa dal carcere in cui ero detenuto io mi ha detto che la situazione era addirittura peggiorata.
Due settimane prima del mio rilascio mi portarono da un funzionario dello Shin Bet [servizio di sicurezza] per un colloquio. Gli chiesi: ‘Perché mi avete rinchiuso? Ho il diritto di sapere il motivo. Non voglio tornare in prigione, quindi ditemi cosa ho fatto, così non lo ripeterò’. Lui rispose che non c’era un motivo diretto, che io ero di Hamas e i miei amici erano di Hamas. Gli dissi: ‘Io non sono di Hamas, sono un religioso. Se tu sei religioso, dovrei chiamarti Ben-Gvir?’”.
“Mettevamo da parte il cibo per poterci sentire sazi almeno un giorno alla settimana. Lo chiamavamo ‘il giorno della sazietà’.”
Rabie Abu Naim, attivista per i diritti umani, 35 anni
Rabie Abu Naim, originario del villaggio di al-Mughayyir vicino a Ramallah, protegge insieme ad alcuni israeliani i pastori dalle violenze dei coloni. Nel gennaio 2025 dei soldati aggredirono lui e suo fratello, rompendogli un braccio. Uno di loro tentò anche di abbassargli i pantaloni colpendolo e ferendolo ai genitali. Racconta che quando presso la Divisione di indagine criminale della Polizia militare disse di voler sporgere denuncia gli risero in faccia.
Negli ultimi tre anni avamposti coloniali hanno circondato il suo villaggio, che è diventato un obiettivo abituale per le incursioni militari. Venne arrestato un anno fa, la sera prima dell’inizio della raccolta delle olive, mentre alcuni attivisti si preparavano ad aiutare gli agricoltori. In seguito ad un ricorso contro la sua detenzione un giudice militare accolse la tesi del suo avvocato, riconoscendo che l’uomo partecipava ad attività non violente insieme a cittadini israeliani. Ciononostante è rimasto in stato di detenzione per nove mesi, prima nel campo di Ofer, gestito dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF), e successivamente nel carcere di Ofer, amministrato dal servizio penitenziario.
«Rimasi nel campo di Ofer per 70 giorni. Il cibo non bastava: per 20 giorni, a ogni pasto, ci hanno dato solo labneh, un po’ di verdura e quattro fette di pane. Per questo motivo, tutti abbiamo sofferto di disturbi allo stomaco. Non ci fornivano spazzolini da denti. Per lavarci ci davano un po’ di detersivo per i piatti.
Le guardie facevano irruzione nelle celle ogni giorno, ci picchiavano, ci aizzavano contro i cani e ci colpivano al petto con il taser. Quando ricevi una scarica elettrica il corpo si blocca. Ci colpivano alle parti intime, alle costole e al torace. Una volta entrarono nella stanza prima dell’alba. All’improvviso, la porta si spalancò e venne lanciata una granata stordente. Gridarono: ‘Tutti a pancia in giù! Arrendetevi!’. Ci ammanettarono e ci portarono fuori uno a uno. Mi colpirono con il taser mentre ero a terra, a pancia in giù; poi mi fecero alzare, afferrarono le manette e mi torsero le braccia».
Durante quei 70 giorni nel campo persi 15 chili. Quando mi trasferirono nel carcere di Ofer il cibo era migliore. Le porzioni erano ancora molto scarse ma c’era più varietà. Ogni mattina ricevevamo un cucchiaio di labneh e tre fette di pane. Il sabato pomeriggio c’erano una piccola cotoletta e tre patate per 10 persone; a ciascuno spettavano inoltre tra le sette e le dieci olive e tre fette di pane. Il sabato sera, ogni persona riceveva un uovo sodo, tre fette di pane, due cucchiai di tonno e due o tre cucchiai di tahina. C’erano anche due pomodori per 10 persone, che dividevamo in parti uguali. La domenica pomeriggio ci davano una quantità di riso pari a una tazzina da caffè, una tazza di ceci, una tazza di lenticchie e un uovo. La sera portavano la stessa quantità di riso, una tazza di fagioli bianchi e più o meno una tazza di insalata. Il più delle volte il riso non era cotto a dovere: risultava crudo o secco, e le verdure erano marce. Le uova emanavano un cattivo odore ed erano di colore bluastro, ma le mangiavamo comunque.
La sera ricevevamo anche un vasetto di burro d’arachidi mescolato con acqua. Aspettavo quel momento per tutto il giorno. Per festeggiare i compleanni o occasioni simili, preparavamo degli strati alternando pane e burro d’arachidi.
Molti prigionieri mettevano da parte il cibo per quello che chiamavamo “il giorno della sazietà”. Se avevi nove fette di pane, ne nascondevi, diciamo, tre. Accumulavi pane finché non ne avevi 30 o 40 fette, poi iniziavi a fare scambi con gli altri detenuti. Un uovo valeva due fette di pane, l’hummus ne valeva tre. Conservavi tutto per un giorno in cui, magari, avresti avuto cinque o sei uova e un piatto di riso. A quel punto facevi un pasto abbondante, così almeno per un giorno alla settimana potevi sentirti sazio. Di solito lo facevamo il sabato; alcuni lo chiamavano ‘Shabbat shalom’.
Il cibo può andare a male se lo si conserva; per questo i prigionieri creavano una sorta di “frigorifero” usando un sacchetto di plastica, in cui riponevano alimenti come le uova. Avvolgevamo il sacchetto in calzini bagnati e lo appendevamo alla finestra, in modo che il vento, soffiandovi contro, lo mantenesse al fresco. Ma c’erano anche dei rischi: se le guardie trovavano il cibo durante una perquisizione lo buttavano via.
All’inizio ci facevano uscire per fare la doccia una volta ogni tre giorni. A volte passava un’intera settimana senza che lasciassimo la stanza, a seconda dell’umore delle guardie. Quattro uomini nella mia cella avevano una forma molto grave di scabbia. L’umidità causava anche infezioni fungine che lasciavano chiazze sulla pelle. Non potevamo asciugarci né lavarci adeguatamente. Chiesi di vedere un medico per l’infezione fungina; allora una guardia entrò con un cane e mi disse: ‘Ecco il tuo medico. Parlaci’.
Una volta chiesi a una delle guardie se potessi stendere l’asciugamano al sole. Rifiutò, ma io lo stesi comunque. Mi disse: ‘Vedrai cosa succede’. Non ci diedi molto peso. Quella sera, dopo l’appello, le guardie entrarono e ci picchiarono proprio per quel motivo. Mi presero a calci nello stomaco e sul volto con gli scarponi.
Avevo solo una divisa marrone dell’amministrazione penitenziaria, un paio di mutande, oltre a pantaloni della tuta grigi e una maglietta forniti dalla Croce Rossa. Quando volevo fare la doccia li lavavo e li rimettevo il giorno dopo. Circa due mesi prima del mio rilascio, dopo che la scabbia si era diffusa, le autorità carcerarie iniziarono a interessarsi un po’ di più alla situazione. Cominciarono a curare i detenuti, lanciarono una campagna contro la scabbia e il cibo divenne più pulito. Veniva confezionato correttamente e conservato al fresco in modo che non fosse sporco; inoltre, non permettevano ai detenuti di appoggiare i vassoi sul pavimento. Arrivò un nuovo direttore del carcere e ricevemmo vestiti, biancheria intima e prodotti per la pulizia nuovi.
Il 20 aprile 2026 otto detenuti della sezione vennero colpiti da proiettili di gomma. Le autorità carcerarie sostennero che avessero scatenato una rivolta, ma in realtà una guardia era solita fare il giro per le sezioni di notte diffondendo il gas senza motivo. Un uomo con difficoltà respiratorie svenne. I detenuti chiamarono il carceriere dicendogli che l’uomo stava per morire, ma lui li insultò. Le grida nel reparto si fecero più forti. Arrivarono le guardie e spararono a otto persone in due celle adiacenti.
Seppi da un prigioniero del mio villaggio che mio cugino era stato ucciso durante un’incursione dei coloni. Era il mio migliore amico. Sbattei la testa contro il muro, piansi e sussurrai tra me e me: ‘Allahu Akbar’ [‘Dio è il più grande’]. Gli altri prigionieri mi calmarono. Il giorno dopo le guardie dell’unità Keter entrarono in cella. Una mi bloccò la testa tra le gambe mentre le altre mi tenevano le braccia e mi picchiavano sulla schiena. Gridavano: ‘Vuoi creare problemi’. Iniziai ad avere la bava alla bocca. Una guardia mi colpì le costole con una ginocchiata e persi i sensi. Mi si ruppero due costole. Ho sofferto per due mesi senza ricevere cure. Ancora oggi, a volte, ne sento gli effetti.
Durante l’appello mattutino tutti devono dire: ‘Buongiorno, capitano. Grazie mille, capitano’ e inchinarsi. Poi bisogna restare a terra per un’altra mezz’ora, finché non finiscono il conteggio. Una volta le guardie entrarono nei blocchi, ci spinsero nel cortile e ci ammanettarono le mani dietro la schiena. Fecero passare dei cani sopra di noi e spararono in aria. Ci tenevano la testa premuta contro il terreno. Non ci dissero il motivo, ma qualche giorno dopo arrivarono nuovi prigionieri che ci raccontarono di aver visto dei video della visita di Ben-Gvir. È così che capimmo perché lo avessero fatto.
Un giorno avevo un’udienza in tribunale. Mi emozionai tantissimo quando il mio avvocato, durante l’udienza, mi disse che era nata mia figlia. Rimasi detenuto per nove mesi, un periodo relativamente breve, ma una volta uscito vidi quanto la situazione nel villaggio fosse peggiorata. Scoprii che la comunità di mio zio se n’era andata a causa delle violenze dei coloni.
Prima del mio rilascio un agente dello Shin Bet mi fece delle domande sul 7 ottobre. Gli risposi che io lo chiamo ‘il maledetto 7 ottobre’, aggiungendo: ‘Non mi consideri un terrorista. Non c’è nessuno più pacifico di me. Il nostro problema è con i coloni estremisti che hanno sconvolto il mondo’. Se avesse insistito un po’ di più, gli avrei risposto: ‘Ho più amici ebrei di quanti ne abbia lei’. Ho amici ebrei di cui vado davvero fiero, che mi sono stati vicini durante la detenzione, prima e dopo. Non lo dimenticherò.»
«Alcuni prigionieri soffrivano di diarrea. Le guardie scelsero proprio loro per distribuire il cibo a tutti.»
R., 43 anni, residente in Cisgiordania
Quando R., 43 anni, venne rilasciato dalla prigione di Ketziot nell’aprile 2025, i medici gli raccomandarono di non abbracciare i suoi figli. «Ho cinque figli», racconta. «Per due settimane non ho potuto avvicinarmi a loro a causa della scabbia che ho contratto verso la fine della mia detenzione. Ti prude ogni parte del corpo per tutta la notte e non riesci a dormire. Poi compaiono vesciche ovunque. Quando l’ho riferito al medico del carcere mi ha risposto che non aveva nulla da darmi: ‘Quando morirai, riceverai l’unguento da Dio’. Lì non ti danno medicine. A volte, se chiedi dei farmaci, ti puniscono spegnendo la luce nell’intera cella. Passi l’intera giornata al buio.
Eravamo in 15 in una cella prevista per sei persone. Non c’erano abbastanza coperte, né vestiti. Ho passato sei mesi indossando sempre gli stessi pantaloni e la stessa maglietta. Non c’erano cucchiai né tazze, solo un piatto di plastica usa e getta: se provavi a lavarlo, si rompeva. Per tre settimane non ho avuto nemmeno uno spazzolino da denti; poi me ne hanno portato uno piccolo.
Ogni notte le guardie dell’unità Keter entravano, ogni volta in una cella diversa. Arrivavano alle due del mattino, sparavano proiettili di gomma, a volte lanciavano gas lacrimogeni all’interno della cella e chiudevano la porta. Dopo mezz’ora la riaprivano e ci facevano uscire nel cortile. Lì ci picchiavano e lasciavano che i cani girassero in mezzo a noi. A volte permettevano a un cane di graffiarci; se provavi ad allontanarlo, ti saltavano addosso e ti picchiavano.»
Se il tuo avvocato viene a farti visita devi andare nella sala colloqui. Ti picchiano sia all’andata che al ritorno. Devi tenere gli occhi chiusi, le mani ammanettate dietro la schiena e la testa bassa. Se alzi la testa, ti picchiano. Stringevano le manette in modo esagerato, e lo stesso facevano con i ceppi alle caviglie. Se cadi, ti picchiano. Una volta chiesi a una guardia di allentare un po’ le manette perché non riuscivo a muovermi e per tutta risposta iniziò a picchiarmi. Poi si mettono a riderti in faccia. Erano giovani, avranno avuto 25 anni. Tra loro c’erano molti drusi, ed erano ancora più violenti degli ebrei.
Di notte accendevano la radio e una delle guardie iniziava a cantare e a imprecare verso le tre del mattino: “Figli di puttana, vi ammazziamo, vi bruciamo vivi”. Sono stato trasferito in cinque diverse sezioni, e la situazione era la stessa ovunque.
Potevo farmi una doccia una volta ogni 15 giorni. L’acqua era fredda. C’erano sei docce per 150 detenuti e ci davano mezz’ora in tutto. Poi chiudevano l’acqua. Se riuscivi a lavarti, bene; altrimenti, niente. Ci davano un solo bicchiere di plastica pieno di sapone per l’intera cella: doveva bastare per i capelli, per il corpo, per tutto. Non hai nulla con cui lavarti. Per l’intera cella, ci davano mezzo bicchiere di plastica di detersivo in polvere.
Non è permesso pregare insieme, solo individualmente. Se ci sentivano pregare in gruppo interveniva l’unità “Keter” oppure portavano via qualcuno per punirlo. A me non è successo, ma altri mi hanno raccontato di essere stati rinchiusi in una stanzetta con un sacco da usare come gabinetto; di notte, inoltre, gli gettavano addosso dell’acqua. Quando tornavano, dopo tre o quattro giorni, non riuscivano nemmeno a stare in piedi.
Giunsero alcune persone dal carcere di Megiddo. Soffrivano di diarrea e non riuscivano ad arrivare in tempo ai servizi igienici; a volte si sporcavano addosso. Le guardie scelsero proprio questi detenuti per distribuire il cibo».
L’amministrazione penitenziaria israeliana [IPS] ha risposto dichiarando: «Le accuse descritte non corrispondono al vero, sono prive di fondamento fattuale e fanno parte di una campagna volta a screditare lo Stato di Israele e le sue istituzioni legittime in tutto il mondo.
L’IPS opera nel rispetto della legge e sotto un costante controllo giudiziario. Tutti i detenuti presenti nelle strutture dell’IPS sono trattenuti in conformità con la normativa vigente e godono dei diritti e dei trattamenti previsti dalla legge».
L’unità del portavoce delle IDF ha risposto affermando: «Dall’inizio della guerra sono state investite risorse ingenti nella creazione di infrastrutture di detenzione. Le strutture delle IDF garantiscono ai detenuti sistemazioni per dormire, vitto, condizioni igieniche, assistenza medica e altri standard conformi alla legge nazionale e al diritto internazionale.
Le condizioni di detenzione e il trattamento riservato ai prigionieri sono soggetti a meccanismi di monitoraggio e supervisione interni, nonché a controlli esterni e giudiziari.
L’IDF respinge le accuse di abusi sistematici sui detenuti. Qualsiasi abuso costituisce una violazione della legge e degli ordini da parte dell’IDF ed è pertanto severamente proibito. L’IDF dispone di diversi meccanismi di supervisione per garantire che le strutture di detenzione sotto la propria responsabilità operino nel rispetto delle direttive interne e della legge. Tali meccanismi includono il monitoraggio costante tramite telecamere a circuito chiuso, discussioni periodiche all’interno dello Stato Maggiore, la supervisione da parte dei comandanti delle strutture e altre misure.
L’uso di mezzi di contenzione sui detenuti, finalizzato a garantire la sicurezza della struttura, avviene esclusivamente in circostanze eccezionali che ne giustificano l’impiego, nel rispetto della legge israeliana, del diritto internazionale e degli ordini dell’IDF. La detenzione amministrativa viene applicata solo quando le autorità di sicurezza dispongono di informazioni attendibili e comprovate che indicano come il detenuto rappresenti una minaccia concreta per la sicurezza dell’area, e in assenza di misure alternative per eliminare tale rischio.
La detenzione amministrativa è applicata in conformità con la legge e previa valutazione individuale di ogni singolo caso; essa viene disposta solo dopo che un funzionario competente ha esaminato il fascicolo e confermato l’impossibilità di formulare un’incriminazione sulla base delle prove non classificate. I provvedimenti sono soggetti a controllo giurisdizionale da parte del tribunale e vengono periodicamente riesaminati”.
Lo Shin Bet ha rifiutato di rispondere sul perché Samoudi, Abu Naim e Khuwaira fossero stati sottoposti a detenzione amministrativa.
(Traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)
