L’alleanza in declino: quando gli interessi di Israele confliggono con quelli degli Stati Uniti

foto: GPO)/Handout – Anadolu Agency

 Ranjan Solomon

20 ottobre 2026 – Middle East Monitor

Il rapporto tra gli Stati Uniti e Israele è stato a lungo presentato come un’alleanza fondata su valori democratici e interessi strategici condivisi e un costante impegno per la sicurezza nella regione. Ma

dietro questa ben nota narrazione sta emergendo una questione più difficile: cosa succede quando le ambizioni regionali di un alleato iniziano a minacciare gli interessi più complessivi della superpotenza che lo sostiene?

Gli Stati Uniti sono una potenza globale con responsabilità che vanno ben oltre Israele. Deve proteggere il commercio marittimo, mantenere la sicurezza energetica, gestire i rapporti con le principali potenze, rassicurare i suoi partner regionali e impedire che dei conflitti precipitino in guerre più ampie. Nel contempo Israele sta perseguendo sempre più una dottrina della sicurezza centrata su predominio militare, azioni preventive e persistente neutralizzazione di minacce percepite. Questi obiettivi possono sovrapporsi, ma non sono identici. Quando divergono l’alleanza deve affrontare un test che i rapporti personali tra i dirigenti politici non possono rinviare all’infinito.

Il prezzo di un appoggio incondizionato

L’appoggio americano a Israele ha fornito protezione diplomatica, assistenza militare e formidabili vantaggi strategici. Però un appoggio senza condizioni significative porta con sé dei costi.

Quando Washington è vista come un sostegno alle azioni militari israeliane indipendentemente dalle loro conseguenze rischia di rinunciare all’autorità morale che essa invoca in difesa delle leggi internazionali, della protezione dei civili e di un ordine internazionale basato sulle regole.

Non è solo una questione di pubbliche relazioni. Ciò pregiudica la credibilità degli Stati Uniti con Paesi della cui collaborazione ha bisogno altrove. Una superpotenza non può chiedere in modo convincente che gli avversari si moderino mentre appare non voler esercitare un’influenza paragonabile sui suoi alleati più stretti. Né può aspettarsi che il mondo faccia indefinitamente una distinzione tra le dichiarazioni di principio americane e le conseguenze della politica americana.

Il danno è sempre più visibile nell’opinione pubblica. Un sondaggio del Pew Research Center [centro studi statunitense, ndt.] pubblicato nell’aprile 2026 ha rilevato che il 60% degli adulti statunitensi ha un’opinione sfavorevole su Israele, rispetto al 53% di un anno prima. Le opinioni negative sono cresciute trasversalmente tra gli elettori dei partiti, in particolare tra i giovani americani. Questi dati non significano che l’appoggio statunitense a Israele sia sparito, ma suggeriscono che i fondamenti politici del rapporto stanno cambiando.

Un rapporto che una volta godeva di un’ampio consenso politico sta diventando più controverso. Per Israele dovrebbe essere un’allerta. Per Washington dovrebbe promuovere un serio riesame su quanto questa alleanza venga gestita in modo utile agli interessi statunitensi o ne vincoli sempre più le scelte.

L’Iran illustra il crescente pericolo di priorità divergenti. Washington deve prendere in considerazione non solo le capacità militari dell’Iran e i rapporti regionali, ma anche le conseguenze di uno scontro prolungato sui trasporti, sui prezzi dell’energia, sulle forze statunitensi e sulla stabilità degli Stati vicini. La dirigenza israeliana, al contrario, può considerare la continua pressione militare come indispensabile per impedire che l’Iran ricostruisca le proprie capacità e la propria influenza.

La differenza è fondamentale. Un’operazione militare può indebolire un avversario senza risolvere le condizioni politiche che hanno sostenuto il conflitto. Può anche provocare rappresaglie, ampliare il teatro di guerra e imporre costi a Paesi che non hanno iniziato lo scontro né desiderano parteciparvi.

La questione non è se Washington e Tel Aviv dovrebbero fare le stesse valutazioni sull’Iran. Gli alleati avranno inevitabilmente delle differenze. La vera questione è se Israele si aspetta che gli Stati Uniti sottoscrivano un conflitto illimitato anche se Washington conclude che i costi strategici, economici e umani superano i probabili vantaggi.

Se Israele rifiuta di cambiare idea su questioni fondamentali potrebbe scoprire che l’appoggio statunitense ha dei limiti. Gli Stati Uniti potrebbero eventualmente decidere che contenere un conflitto, assicurare le rotte marittime e conservare la stabilità regionale sia più importante che accondiscendere ad ogni richiesta israeliana. Ciò non significherebbe necessariamente abbandonare Israele, ma affermare che un’alleanza non può conferire un diritto illimitato di determinare la politica estera di un altro Paese.

L’India non può sostituire gli USA

È comprensibile che Israele cerchi una rete più vasta di partner strategici. Pare che il primo ministro Benjamin Netanyahu abbia sostenuto di diversificare le alleanze, anche con rapporti più stretti con l’India e Nazioni latinoamericane, in parte in previsione di una futura amministrazione statunitense meno favorevole.

India e Israele hanno sviluppato una collaborazione significativa negli ambiti della difesa, della tecnologia, dell’agricoltura e dell’intelligence. Il loro rapporto è importante per entrambi i Paesi. Ma sarebbe un errore ritenere che l’India possa semplicemente assumere il ruolo occupato dagli Stati Uniti. L’assistenza militare, l’influenza diplomatica, le capacità dell’intelligence e la dimensione globale americane agiscono su un livello che nessun alleato emergente può facilmente replicare.

Anche l’India ha i suoi interessi nazionali. Deve equilibrare i rapporti nell’Asia occidentale, proteggere le sue forniture energetiche, salvaguardare nel Golfo la sua grande comunità di espatriati e conservare uno spazio diplomatico con Paesi che hanno posizioni nettamente diverse su Israele e Iran. La sua politica estera non può essere ridotta a un’estensione delle priorità strategiche israeliane.

La stessa cautela riguarda l’America latina. Nuove alleanze possono ampliare le alternative diplomatiche di Israele, ma non possono riprodurre automaticamente l’influenza di Washington o proteggere Israele dalle conseguenze di un’escalation regionale.

Il Golfo sta tergiversando e così stanno facendo i suoi vicini

Gli Stati del Golfo hanno le loro ragioni per mettere in discussione una strategia che lascia la regione vulnerabile a ripetute crisi militari. Devono proteggere le infrastrutture energetiche, le vie commerciali, gli investimenti, la diversificazione economica e la stabilità interna. Persino quando i governi condividono le preoccupazioni sull’Iran ciò non significa che approvino ogni decisione israeliana o americana che rischi di innescare una rappresaglia.

Giordania ed Egitto fanno i loro calcoli. Entrambi hanno relazioni permanenti sulla sicurezza con Washington e hanno stipulato accordi di pace con Israele, ma non ignorano neppure le conseguenze interne e regionali di un conflitto che intensifica la rabbia popolare o minaccia la stabilità regionale. Non si può semplicemente presumere che la loro cooperazione equivalga a un appoggio incondizionato alla politica di Israele.

Recenti sviluppi evidenziano la complessità di questi calcoli. Le presunte considerazioni dell’Egitto riguardo a un possibile appoggio militare all’Arabia Saudita nel contesto delle crescenti tensioni regionali dimostrano come i governi possano adeguare le proprie posizioni in risposta a immediate pressioni securitarie o economiche. Non devono essere confuse come un semplice allineamento dietro a Israele o Washington.

Questa è la situazione strategica con cui Israele deve confrontarsi: governi regionali possono collaborare su specifici problemi e nel contempo resistere contro le sue ambizioni più ampie. Possono dipendere dalle garanzie americane per la sicurezza cercando nel contempo di evitare di diventare ostaggi delle decisioni degli USA o di Israele. Tergiversare non è necessariamente un segno di ostilità, è una risposta razionale all’incertezza.

Un’alleanza non può sopravvivere solo in base a legami storici

Gli Stati Uniti e Israele rimangono strettamente legati e per nessuno è facile trovare un sostituto a questa relazione. Ma la storia, interessi condivisi e una consolidata cooperazione militare non possono eliminare la necessità di una resa dei conti strategica. Washington deve chiedersi se il suo appoggio rafforzi la sicurezza regionale o consenta politiche che mettono ripetutamente a rischio questa sicurezza. Israele, in cambio, deve riconoscere che la potenza di un alleato non può essere trattata come una risorsa permanentemente a disposizione senza riguardi per gli interessi più generali dell’alleato.

C’è il pericolo che il perseguimento israeliano della sicurezza attraverso una pressione militare in continua espansione produca il risultato opposto: maggiore incertezza regionale, isolamento diplomatico sempre più profondo e una crescente riluttanza degli alleati a identificarsi troppo strettamente con le sue azioni. Uno Stato può possedere capacità militari formidabili eppure perdere spazi di manovra politici.

Una superpotenza che non può distinguere tra gli interessi nazionali di un alleato e le proprie responsabilità globali rischia di consentire ai primi di imporsi su queste ultime. La questione centrale non è più se gli Stati Uniti e Israele sono alleati, ma se la loro alleanza può adattarsi ai limiti degli interessi condivisi. Se Israele rifiuta di riconoscere questi limiti potrebbe scoprire che la ricerca di alleati alternativi offre meno protezione di quanto immagini. E se Washington rifiuta di agire con discernimento autonomo potrebbe scoprire che la lealtà nei confronti di un alleato va a scapito della sua libertà strategica e della sua credibilità internazionale.

In definitiva il maggior pericolo per Israele potrebbe non essere solo la perdita dell’assistenza statunitense, ma la graduale erosione dell’intesa politica che ha reso possibile tale assistenza. Nessun Paese, per quanto strategicamente importante, può aspettarsi che una superpotenza si faccia carico indefinitamente del danno diplomatico, del disordine economico e delle conseguenze morali di decisioni sulle quali ha un’influenza sempre minore. Né Israele può ritenere che gli Stati della regione continuino ad adeguarsi alle sue richieste di sicurezza mentre la loro popolazione, le loro economie e i loro interessi nazionali sopportano il costo dello scontro permanente. Gli Stati Uniti devono ritrovare l’indipendenza di dire no quando le azioni di un alleato minacciano la pace generale, così come Israele deve riconoscere che la sicurezza non può basarsi sulla perpetua insicurezza dei suoi vicini. Un’alleanza non è un assegno in bianco e l’amicizia tra Nazioni non può significare la resa alle decisioni altrui.

Se Washington non farà questa distinzione si indebolirà per proteggere Israele; se Israele rifiuta di capirlo potrebbe scoprire che quell’alleanza su cui ha contato non intende più seguirlo fin dove la conduce.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Monitor.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)