Annie O’Gara
14 aprile 2026 – The Palestine Chronicle
L’ ‘Atlante della Palestina: il furto della terra da parte del Fondo Nazionale Ebraico’ solleva le problematiche centrali dell’agenzia e del legittimo possesso.
Il dottor Salman Abu Sitta è un’autorevole figura della causa palestinese, non da ultimo perché il lavoro della sua vita dimostra il fatto che la resistenza al sionismo assume diverse forme.
Probabilmente tra i suoi maggiori lavori ci sono gli Atlanti della Palestina. Sono due: ‘Atlante della Palestina, 1871-1877’ e ‘Atlante della Palestina 1917-1967’, che riproducono la mappa della Palestina prima dell’inizio del progetto sionista fino alla pulizia etnica di quella terra e ripercorrono i cambiamenti dopo la Nakba (la ‘catastrofe’ del 1948, ndtr.) fino alla Naksa (lo sfollamento dopo la conquista del 1967, ndtr.). Cosa più importante di tutte, i villaggi, le cittadine e le città sono situati geograficamente, riportano il loro nome arabo corretto e sono ripristinati nella loro legittima posizione sulla terra di Palestina.
Più di recente l’ ‘Atlante della Palestina: il furto della terra da parte del Jewish National Fund (JNF) (Fondo Nazionale Ebraico) affronta le questioni centrali dell’agenzia (chi ha rubato la terra e come il JNF è arrivato a “possederla”?) e la questione della legittima proprietà (a quali villaggi appartengono quelle terre, chi ci viveva e dove sono ora i proprietari sfollati?).
Questo Atlante avrà una particolare rilevanza per i rifugiati palestinesi sfollati dai 372 villaggi la cui terra fu attribuita al JNF/KKL (sigla in ebraico, ndtr.) con una fittizia “vendita” di terreni e successivamente trasformata in parchi e foreste, nascondendo i villaggi demoliti e impedendo qualunque forma di ritorno. Per i palestinesi i nomi dei loro villaggi sono riesumati e registrati sulla mappa.
Le miriadi di espedienti utilizzati nei primi anni dello Stato di Israele per “legittimare” ciò che era palesemente illegittimo sono riportate molto chiaramente in questo Atlante. Modelli esplicativi corredano la mappa di ogni parco del JNF, entrando nei dettagli: la frode territoriale sulla terra palestinese, quanto terreno di ogni villaggio coinvolto è stato rubato, alcuni nomi di famiglie numerose e in quali campi profughi vivono adesso molte di loro.
Se il dottor Abu Sitta fosse uno scienziato forense, questo Atlante sarebbe una registrazione delle scene del crimine del JNF e delle vittime di quei crimini, i rifugiati palestinesi; di certo, finché i parchi continuano ad esistere significano perpetui crimini, e i ladri continuano a godere del loro bottino. Lo Stato di Israele si è spinto molto avanti, soprattutto attraverso il ‘greenwashing’ (la verniciatura verde) del JNF, per coprire il crimine che sta al cuore della fondazione dello Stato, un crimine che costituisce la sfida più importante al suo mito fondante, cioè che la Palestina fosse una terra vuota o trascurata.
Per i palestinesi queste mappe sono uno strumento da usare prima o poi per reclamare il proprio patrimonio. Per i non palestinesi le mappe dei parchi del JNF da cui i loro amici e compagni furono espulsi significano molto: la cattura dei dettagli, la musicalità dei nomi arabi dei villaggi, l’ammirazione per i meticolosi dettagli legali e non da ultimo il poter dare nome alle identità rubate – una forma di resistenza politica di grande significato, più di quanto possa sembrare in un primo momento.
Le società occidentali tendono a considerare la cartografia come un’azione precisa, scientifica e politicamente neutra volta a delineare correttamente la configurazione di una terra, i fiumi, le montagne, le pianure, le strade e, ovviamente, i nomi dei luoghi per orientarsi. Ma un popolo colonizzato sa che la cartografia (come la storiografia) può essere qualcosa di diverso da un’azione neutra, soprattutto quando la lingua nativa è rimpiazzata da quella del colonizzatore, come in Palestina e in Irlanda.
L’ultimo lavoro del dott. Salman ha suscitato in questo scrittore molte riflessioni sulle connessioni tra Irlanda e Palestina. Nel 1883 Lord Salisbury (nobile e politico britannico, ndtr.) disse che “la parte più sgradevole dei tre regni è l’Irlanda e perciò l’Irlanda ha una magnifica mappa.” Il Rapporto di Spring Rice (diplomatico britannico, ex ambasciatore negli USA, ndtr.) del 1824 diede origine a questa “magnifica” mappa identificando la necessità di una “osservazione generale dell’Irlanda” che sarebbe stata “la prova dell’inclinazione della legislatura ad adottare misure calcolate per promuovere gli interessi dell’Irlanda”. Elaborato dal Genio Militare, l’esercizio di mappatura non venne recepito da tutti in termini così benevoli.
Nel 1980, al culmine dei ‘Troubles’ (il conflitto nell’Irlanda del nord, ndtr.), il significato politico della mappatura dell’Irlanda da parte del potere coloniale fu memorabilmente messo in scena dalla Field Day Theatre Company nello spettacolo di Brian Friel “Translations (Traduzioni)”. E’ un’opera di fantasia, ma utilizza la mappatura dell’Irlanda del 19esimo secolo da parte della corona inglese come una piattaforma di lancio per esplorare questioni legate alla colonizzazione: espropriazione culturale, terra, identità e ovviamente lingua, il veicolo del potere che garantisce il predominio del colonizzatore sul colonizzato: “La lingua è sempre stata lo strumento perfetto dell’impero.”
La mappatura dell’Irlanda implicò la standardizzazione o la regolarizzazione dei nomi dei luoghi attraverso la traduzione o traslitterazione dei nomi gaelici in inglese. Un personaggio centrale nella commedia, un individuo del luogo coinvolto nel processo, Owen, descrive il proprio lavoro come “tradurre la bizzarra lingua arcaica in cui voi insistete a parlare nel buon inglese del Re.” Così nello spettacolo vediamo molti esempi di sradicamento dei nomi dei luoghi tramite questo processo di anglicizzazione: ‘Bun na habhann’ diventa ‘Burnfoot’ e ‘Baile Beag’ diventa ‘Bally Beg’
Il processo messo in scena da Friel comporta una metaforica cancellazione della memoria e della tradizione, abilmente sintetizzato in un aneddoto, quello di ‘Tobair Vree’ (tobair è il termine gaelico per ‘pozzo’). I personaggi discutono sulla parola “Vree”: che cosa significa? Uno di loro spiega che “Vree è una modificazione nel tempo di Bhriain (Brian), per cui il nome originale significava “Il pozzo di Brian”.
Ma il nome è collegato a un crocevia, non a un pozzo: l’enigma si infittisce. La storia orale intergenerazionale fornisce la risposta. Decenni prima un vecchio uomo del luogo, l’eponimo Brhiain, soffriva di una deformità facciale che pensava si potesse curare con le acque magiche del pozzo allora esistente. I bagni quotidiani non lo curarono, ma lui annegò tragicamente nel pozzo stesso – di qui il nome.
La tesi di Friel è chiara: i nomi sono più di una denominazione, sono la preservazione di una memoria e in quanto tali la loro apparente stranezza non vuol dire niente, hanno un significato e una forza più profondi. L’azione di sostituire un nome gaelico con una traslitterazione inglesizzata o una traduzione è “una sorta di rimozione”, un atto di imperialismo culturale che cancella la storia e l’identità locali rimpiazzandole con una nuova realtà imposta..
L’ultimo Atlante del dottor Salman assesta un altro colpo alla tirannia culturale della mappatura israeliana della Palestina. La sua rivendicazione dei veri nomi delle città e dei villaggi palestinesi, la sua ostinazione nel dire che i parchi e le foreste del JNF sono una debole (ma enormemente dannosa) sovrapposizione sull’autentica identità araba della Palestina e i loro confini segnano l’estensione del loro furto, hanno un grande significato per i palestinesi. E’ anche un regalo a tutti i popoli colonizzati che hanno bisogno di un Abu Sitta che li sostenga e a tutti noi che lavoriamo per vedere la Palestina reintegrata e il suo popolo ottenere il Diritto al Ritorno.
Per quanto duramente lavorino il JNF e il sionismo, non sconfiggeranno l’affermazione della verità araba incarnata nei nomi, proprio come in Irlanda oggi Doire/Derry ha la meglio su “Londonderry”. E con le parole di Seamus Heaney (poeta nordirlandese, premio Nobel nel ’95, ndtr.):
“Comprenderete- ho detto basta-
Quando mi hanno derubato di ciò che è mio,
La mia patria, il mio profondo desiderio
Di essere a casa
Al mio proprio posto e dimorare
Nel suo vero nome.”
Annie O’Gara è membro attivo della Campagna di Solidarietà con la Palestina e della sezione britannica della campagna mondiale ‘Stop the Jewish National Fund’. E’ impegnata nel movimento BDS ed è tra i fondatori di ‘Donne del nord per la Palestina’. Ha donato questo articolo a The Palestine Chronicle.
Le opinioni espresse in questo articolo non riflettono necessariamente la politica editoriale di The Palestine Chronicle.
(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)


