La rivolta dei giovani palestinesi – Quale ruolo per i partiti politici?

Un giovane palestinese mascherato durante gli scontri del 21 settembre 2015 a Betlemme. (AFP/Musa al-Shaer, File)
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Parte 6

da Al-Shabaka Ma’an News

di Mjiriam Abu Samra

Al-Shabaka è un’organizzazione indipendente no profit che ha come obiettivo informare e stimolare il dibattito pubblico sui diritti umani e sull’autodeterminazione dei palestinesi nel contesto delle leggi internazionali.

Questa è la sesta parte di una pubblicazione divisa in otto segmenti sull’attuale assenza di un’autentica dirigenza nazionale palestinese e sulla rivolta dei giovani contro la prolungata occupazione militare da parte di Israele e la negazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati (TPO).

Questa parte è stata scritta da Mjiriam Abu Samra, una ricercatrice a livello di dottorato in relazioni internazionali all’università di Oxford, il cui lavoro è incentrato sul movimento transnazionale degli studenti palestinesi ed il loro contributo al più complessivo movimento di liberazione in diversi periodi.

Per affrontare il problema fondamentale sul perché i partiti politici storici non sono riusciti finora a catalizzare l’attuale frustrazione dei giovani bisogna considerare il modo in cui i politici palestinesi sono stati trasformati, e in primo luogo lo spostamento del discorso politico e la strategia dell’OLP [Organizzazione per la Liberazione della Palestina, di cui fanno parte quasi tutti i gruppi politici palestinesi. Ndtr.] dalla lotta per la liberazione alla costruzione di uno Stato. Ciò ha privato la lotta dei suoi principi fondamentali e ha lentamente indebolito la sua strategia: una normalizzazione neocolonialista con l’occupante ha preso il posto dell’originale quadro anticoloniale che aveva modellato la lotta. In conseguenza di ciò, il movimento nazionale è rimasto paralizzato nella sua capacità di mobilitazione della base.

La relazione neocoloniale tra i colonizzatori e i colonizzati ha isolato la dirigenza palestinese dalla sua base popolare e la lotta si è bloccata. La crisi tra Hamas e Fatah è una dimostrazione della complessa condizione coloniale imposta ai palestinesi e dell’incapacità dei partiti politici palestinesi di dare la priorità alla volontà del loro popolo rispetto agli interessi neoliberali. Benché la sua manifestazione più acuta sia la crisi tra Fatah ed Hamas, il progetto neoliberale inaugurato da [gli accordi di] Oslo ha colpito tutti i partiti palestinesi a vario livello e li ha resi incapaci di rappresentare la volontà popolare.

Prendendo in considerazione questo quadro complessivo, è improbabile vedere un ruolo significativo per i partiti politici tradizionali nell’attuale rivolta – a meno che essi riprendano la visione politica e il discorso anticolonialista del movimento palestinese. D’altra parte, un tale cambiamento radicale potrebbe rappresentare la completa estinzione della classe dirigente e lo smantellamento del complesso di interessi economici e politici nei territori palestinesi occupati. E’ un rischio che la leadership palestinese per il momento non sembra intenzionata a prendersi.

Di conseguenza, qualunque altro sforzo per dare una dirigenza solida e duratura ai movimenti spontanei sul terreno ha la necessità di rimettere al centro della lotta la liberazione e la giustizia. E’ più probabile che i giovani palestinesi possano eventualmente giocare un ruolo nella ridefinizione radicale delle politiche palestinesi piuttosto che questi partiti politici tradizionali possano realmente contribuire all’attuale ribellione. A questo proposito, dobbiamo prestare attenzione ai nuovi sforzi da parte dei giovani palestinesi della diaspora (shatat) e nella Palestina storica, che stanno offrendo un solido quadro politico all’attuale rivolta e, in generale, al malcontento palestinese. E’ troppo presto per valutare il potenziale strategico di queste iniziative, comunque è importante mettere in luce il discorso radicale che stanno sostenendo.

E’ anche importante riconoscere, soprattutto, gli strenui sforzi di riunificare -quanto meno simbolicamente, per il momento – il messaggio politico di tutte le componenti della società palestinese: sotto occupazione in Cisgiordania e a Gaza, nella “Palestina del ’48 [cioè in Israele. Ndtr.]” e nella diaspora. Si veda, ad esempio, la mobilitazione transnazionale invocata dai giovani palestinesi da ogni parte del mondo il 29 novembre, che le Nazioni Unite hanno designato come il giorno internazionale di solidarietà con il popolo palestinese.

Simili sforzi rappresentano un nuovo cammino per i politici palestinesi che intendano unificare la società palestinese attorno a una visione condivisa di giustizia, liberazione e ritorno [dei profughi]. Queste incipienti iniziative possono fornire un nuovo spazio per l’emergere di una dirigenza nazionale in grado di elaborare – e sostenere – una strategia innovativa di resistenza per la lotta palestinese.

Questo pezzo è parte della pubblicazione di una tavola rotonda di Al-Shabaka. La versione completa è stata originariamente pubblicata sul sito di Al-Shabaka il 23 novembre 2015.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono agli autori e non riflettono necessariamente la politica editoriale dell’Agenzia Ma’an News.

(Traduzione di Amedeo Rossi)