Sette messaggi che l’accordo di aiuti USA-Israele manda al resto del mondo

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di Zeina Azzam

Middle East Eye – 19 settembre 2016

Dietro alle dimensioni del pacchetto di aiuti di 38 miliardi di dollari ci sono decisioni politiche nascoste che il resto del mondo, e soprattutto i palestinesi, dovrebbero sentire forti e chiare.

Il sito web della Casa Bianca descrive il “Memorandum d’Intesa” (MOU) tra gli Stati Uniti ed Israele, firmato la scorsa settimana, come “il più grande impegno singolo di assistenza militare nella storia degli USA.”

L’impegno di fornire 38 miliardi di dollari in 10 anni (2019-2028) include 33 miliardi in finanziamento militare estero e 5 miliardi in assistenza nella difesa missilistica. Questa dotazione militare senza precedenti e straordinaria, concessa pochi mesi prima che il presidente lasci il suo mandato, sarà una parte significativa dell’eredità di Obama.

Gli obiettivi dichiarati sono il potenziamento della sicurezza di Israele aggiornando la sua flotta aerea, rafforzando la sua difesa missilistica e favorendo l’acquisizione di ulteriori capacità difensive.

Alcuni analisti hanno sottolineato che questo accordo rappresenta un cambiamento nelle relazioni tra Washington e Tel Aviv, o hanno sostenuto che ciò rafforza la sicurezza di Israele mentre contrasta le sue politiche.

Ciononostante l’ampiezza dell’accordo implica certe decisioni politiche ed ipotesi. Quali sono questi messaggi più nascosti – benché globali – per il resto del mondo, e soprattutto per i palestinesi, della generosità senza precedenti di Obama?

1. Forza uguale giustizia. Questa nozione sbagliata informa il pacchetto di aiuti militari che rafforza ulteriormente l’egemonia militare di Israele nella regione, e per molto tempo. Israele è già considerato la potenza militare più forte in Medio Oriente – concedendogli più potere si privilegia il punto di vista di Israele e, in certa misura, si rafforza l’idea fuorviante secondo cui maggiore forza significa maggiore moralità. Ciò rende ogni apertura per la pace, l’imparzialità, o la reale giustizia priva di valore.

2. Un incentivo per la corsa al riarmo del Medio Oriente. Con l’obiettivo dichiarato di garantire la sicurezza di Israele, Washington sta invece garantendo la prosecuzione della guerra nella regione, e soprattutto nei territori palestinesi, dove Israele utilizza armi e una potenza aerea sempre più sofisticate. E’ grottesco il fatto che, mentre l’accordo sul nucleare con l’Iran nel 2015 intendeva ridurre la potenza nucleare del Paese e verificare che il suo uso fosse esclusivamente pacifico, l’accordo con Israele rafforza la conflittualità e spinge tutti i vicini di Israele a spendere di più in armamenti.

3. Israele=Impunità. L’inosservanza da parte di Israele delle politiche sostenute dagli USA, soprattutto riguardo alla costruzione di colonie ed alla creazione dello Stato palestinese, non ha portato nessuna conseguenza concreta nelle relazioni tra Washington e Tel Aviv. Il trattamento sprezzante e disdegnoso del primo ministro Benjamin Netanyahu verso Obama è ora sorprendentemente concretizzato in questo massiccio pacchetto di aiuti militari. Oltretutto il brutale trattamento dei palestinesi in Cisgiordania, Gerusalemme est e Gaza è stato quasi sempre ignorato o giustificato nel consesso internazionale, in quanto gli USA hanno regolarmente posto il veto contro le risoluzioni delle Nazioni Unite che condannavano le azioni di Tel Aviv contro i palestinesi. Il nuovo pacchetto di aiuti è fondamentalmente un premio per Israele, senza che siano state prese in considerazione le sue abituali e massicce violazioni delle leggi internazionali.

4. Le vite dei palestinesi non valgono niente. All’indomani di questo accordo, come è possibile per un palestinese che vive a Hebron o a Gerusalemme est o a Gaza sentire che la propria vita vale qualcosa per il governo americano? L’estensione dell’aiuto militare degli Stati Uniti ad Israele, che continuerà per almeno altri dieci anni a questo livello elevato, non dà nessuna ragione ai palestinesi di pensare che le loro vite contino qualcosa o che i loro diritti nazionali, civili e umani siano importanti.

Oltretutto la militarizzazione di Israele in continuo aumento nega ai palestinesi ogni speranza di un cambiamento, alimentando ulteriore disperazione e marginalizzazione. Infatti un giornalista israeliano [Gideon Levy. Ndtr.] sostiene che questo accordo cementa il ruolo di Obama come “patrono dell’occupazione”. I palestinesi e la comunità internazionale sanno che gli USA sono l’unico attore che può esercitare una reale influenza su Israele; questo accordo, tuttavia, mostra chiaramente che Washington non è amico dei palestinesi e di fatto li vede come gli aggressori impotenti e Israele come vittima potentissima – un punto di vista a parti totalmente invertite.

5. Finanziare l’esercito di Israele è più importante che finanziare i programmi sociali americani. Gli USA hanno parecchie sfide interne urgenti da affrontare, come la fame e la mancanza di case e problemi nell’educazione e nel sistema sanitario. L’ hashtag emerso su Twitter dopo l’accordo, #38billiontoIsrael, elenca parecchie questioni importanti da finanziare al posto dell’aiuto militare a Israele, come ricerche e strategie contro il virus “zika”, l’acqua potabile e la risistemazione di ponti in tutto il Paese. Destinare miliardi di dollari all’aiuto militare a Israele dimostra un palese disinteresse nei confronti di urgenti necessità interne. Si potrebbe anche sostenere che pure l’aiuto ai rifugiati sia una priorità – nazionale e internazionale – che richiederebbe un urgente sostegno finanziario.

6. La distruzione prevale sulla costruzione. Chiunque conosca il conflitto israelo-palestinese si deve chiedere: perché gli USA stanno potenziando un esercito già poderoso invece di destinare più fondi per aiutare Gaza a ricostruire le sue case, scuole, ospedali, fabbriche e sistemi idrici ed igienici che sono stati distrutti dall’attacco israeliano del 2014? Washington ha chiaramente scelto di investire in armi di distruzione invece che in materiale da costruzione e in forze aeree letali piuttosto che nell’attenuazione delle sofferenze umane.

7. L’opinione pubblica degli USA non conta. Un recente sondaggio del 2015 ha rilevato che una sostanziale maggioranza di americani – il 66% – pensa che gli USA non dovrebbero ” propendere per nessuna delle due parti” nel conflitto israelo-palestinese. Questo numero totale comprende democratici, repubblicani e indipendenti. Quando i dati vengono disaggregati, è interessante notare che il 75% dei democratici e l’80% degli indipendenti appoggiano l’imparzialità degli USA, mentre è d’accordo il 45% dei repubblicani. Queste cifre indicano che la politica di Washington verso Israele, che ne fa il Paese più armato e potente in Medio Oriente, non riflette le opinioni e i desideri del popolo americano.

Quanto a un così grande ammontare di aiuti militari per Israele, una ricerca del maggio 2016 ha rilevato che il 40% dei repubblicani, il 57% dei democratici e il 59% degli indipendenti pensava che l’offerta iniziale di aiuti fatta da Obama (40 miliardi di dollari – 2 miliardi in più della cifra finale) fosse “troppo, o decisamente troppo.”

Quest’accordo “favorisce Israele e i venditori di armamenti ma non il contribuente USA e non i palestinesi. Sono loro che ci rimettono,” ha scritto l’analista politico Vijay Prashad [intellettuale marxista di origini indiane che insegna negli USA. Ndtr.]

In effetti bisognerebbe scavare più in profondità nel discorso sulla sicurezza di Israele e nell’ vantaggio qualitativo militare per capire veramente gli sconfortanti messaggi che il pacchetto di aiuti militari USA ad Israele comporta per i palestinesi, per i cittadini americani e per la comunità internazionale.

– Zeina Azzam è direttore esecutivo della “Fondazione Gerusalemme” [associazione non profit statunitense che si occupa di programmi di solidarietà con il popolo palestinese. Ndtr.] e del suo programma educativo, il “Centro Palestina”, che si trova a Washington. Le opinioni espresse sono esclusivamente sue.

Le opinioni espresse in quest’articolo sono dell’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)