L’inconsistenza etica dei progressisti israeliani

una manifestazione di rifugiati africani in Israele AFP PHOTO / GALI TIBBON
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Jonathan Cook

Middle East Eye – 26 gennaio 2018

Quando si tratta di palestinesi, i progressisti israeliani non sembrano molto diversi dai sostenitori di Netanyahu. Entrambi sono preoccupati di conservare Israele come Stato-fortezza ebraico.

Le violazioni dei diritti umani hanno talmente indignato alcuni famosi progressisti israeliani che, con un’iniziativa senza precedenti, hanno lanciato una campagna di disobbedienza civile.

Molte centinaia di loro hanno risposto ad un appello da parte di alcuni rabbini, impegnandosi a nascondere le vittime nelle proprie case per proteggerle dai servizi di sicurezza israeliani.

Preoccupazioni morali

Con uno stato d’animo parecchio amareggiato, accademici e liberi professionisti, compresi medici, piloti, dirigenti scolastici e avvocati, si sono rifiutati di essere complici della politica israeliana di oppressione. Questo mese moltissime personalità letterarie stimate, compresi Amos Oz e David Grossman, hanno ricordato al primo ministro Benjamin Netanyahu come sia fondamentale “agire moralmente, umanamente e con compassione degna del popolo ebraico…Altrimenti non avremmo ragione di esistere.”

All’estero, anche alcune organizzazioni ebraiche hanno stranamente suonato l’allarme, avvertendo che le azioni di Israele “tradiscono i valori fondamentali che noi, in quanto ebrei, condividiamo.”

Ma nessuna di queste manifestazioni di preoccupazione morale è stata espressa a favore dei palestinesi. Invece le coscienze dei progressisti israeliani sono state colpite dal dramma eccezionale di circa 40.000 richiedenti asilo africani, soprattutto sudanesi ed eritrei.

Questo mese il governo israeliano ha avviato un programma per espellere questi rifugiati, che hanno cercato scampo in Israele da zone di guerra prima che nel 2013 Israele riuscisse a completare una barriera lungo il Sinai per non lasciarli entrare.

Profonda vergogna

Ai richiedenti asilo ora viene offerta una “scelta” tra, da una parte, essere deportati di nuovo in Africa, con l’incombente pericolo di essere perseguitati, torturati e forse uccisi, e dall’altra l’incarcerazione a tempo indeterminato in Israele.

Al Paese di destinazione, il Rwanda, vengono versati 5.000 dollari per ogni richiedente asilo che accoglie. Ma le notizie dimostrano che il Rwanda non sta rispettando la promessa di dare loro lo status di residenti, obbligando i rifugiati o a tornare nelle zone da cui sono originariamente scappati o a fare una pericolosa attraversata via mare verso l’Europa.

Il loro trattamento è infatti stato davvero scioccante e viola in modo palese le convenzioni internazionali sui diritti dei rifugiati che Israele ha ratificato.

A indicare quanto scarsa sia la simpatia ufficiale per i rifugiati, solo a 10 di loro è stato concesso l’asilo – una percentuale minima di richieste, rispetto a oltre l’80% di sudanesi ed eritrei che ottengono lo status di rifugiati in molti Paesi europei.

Nel contempo alcuni ministri del governo israeliano hanno ripetutamente aizzato l’odio contro gli africani, chiamandoli “cancro” e “rischio per la salute”, cosa che a sua volta ha alimentato campagne pubbliche di odio e una mentalità da linciaggio.

La ragione per cui i progressisti israeliani provano una profonda vergogna per questo comportamento è comprensibile. Dopo tutto la logica esplicita dietro la creazione di Israele era di essere un luogo sicuro per i rifugiati ebrei che fuggivano dal crescente odio razzista e dalle persecuzioni in Europa, culminate con l’Olocausto. Spesso Israele si descrive come un Paese di rifugiati. Le convenzioni che Israele sta violando furono redatte proprio in base al riconoscimento del dramma degli ebrei che fuggivano dall’Europa.

Una catastrofe nelle pubbliche relazioni

La forte reazione in Israele è stata guidata da capi religiosi. Alcuni rabbini hanno invitato gli israeliani a far sì che il governo si vergogni promettendo di dare rifugio agli africani nelle proprie cantine e soffitte per evitare le deportazioni.

Questo per ricordare il modo in cui all’epoca alcuni europei tentarono coraggiosamente di salvare gli ebrei dai nazisti – il più famoso è il caso della giovane diarista Anna Frank, che in seguito è morta in un campo di concentramento.

Piloti della compagnia di bandiera israeliana El Al e personale aeroportuale si sono pubblicamente rifiutati di riportare i richiedenti asilo in situazioni di pericolo, unendosi alla pubblica ribellione di psicologi, avvocati, professori e molti altri.

Questa settimana un gruppo di 350 medici, compresi primari, ha affermato di far sentire la propria voce perché le deportazioni costituirebbero “un male fra i peggiori noti al genere umano.”

E, con un’iniziativa che è stata una catastrofe per le pubbliche relazioni di Netanyahu e del suo governo, questa settimana anche sopravvissuti dell’Olocausto e loro organizzazioni hanno duramente denunciato questa politica, citando il discorso all’ONU del sopravvissuto all’Olocausto Elie Wiesel nel 2005: “Il mondo avrà imparato?”

Lo shock e l’indignazione dei progressisti israeliani – benché benvenuto e confortante – ha tuttavia messo in evidenza l’inconsistenza etica che sta al centro di questa campagna di disobbedienza civile senza precedenti.

Generosità a buon mercato

Appare sospetto che i progressisti israeliani siano pronti a solidarizzare con i richiedenti asilo solo perché è una generosità relativamente a buon mercato – un atto di umanità che non osano estendere ai palestinesi.

Anche molti palestinesi sono rifugiati, a causa della creazione di Israele come auto-proclamato Stato ebraico nella loro patria e dalla campagna di pulizia etnica del 1948 che lo consentì – quello che i palestinesi chiamano la loro “Nakba”, o catastrofe.

Israele rifiutò di consentire a questi palestinesi di tornare a casa. Molti milioni hanno vissuto per decenni in condizioni miserabili nei campi di rifugiati in tutto il Medio Oriente.

Nel contempo nei territori occupati i palestinesi devono far fronte a terribili violazioni dei diritti umani – nel loro caso non con il tramite di un terzo Paese in Africa, ma direttamente da parte dello Stato di Israele.

Dove sono finite la solidarietà, le campagne di disobbedienza civile a favore di quei palestinesi dopo 70 anni di sofferenze? Solo un esiguo numero di israeliani di estrema sinistra – per lo più anarchici – si sono schierati con i palestinesi.

Per esempio si sono uniti ai palestinesi nelle manifestazioni di comunità rurali della Cisgiordania come Bilin e Nabi Saleh, che lottano contro il furto delle loro terre per alimentare l’espansione delle colonie ebraiche, affrontando soldati israeliani armati e spesso violenti.

Di fatto, lungi dal manifestare solidarietà con i palestinesi, molti progressisti israeliani hanno chiesto un trattamento perfino più duro.

La stragrande maggioranza degli israeliani ha festeggiato la recente incarcerazione di Ahed Tamimi, la ragazza sedicenne di Nabi Saleh che ha schiaffeggiato un soldato dopo che era entrato in casa sua. Poco prima la sua unità aveva sparato in faccia al suo cugino di 15 anni, perché stava sbirciando da un muro.

Ora i ragazzini palestinesi che lanciano pietre rischiano fino a 20 anni di prigione, e i loro genitori rischiano di perdere il lavoro. Due terzi dei minori palestinesi arrestati dalle forze di sicurezza israeliane raccontano di essere stati picchiati o torturati.

Ma agli occhi dei progressisti israeliani Ahed e quegli altri ragazzini non sono Anna Frank palestinesi. Sono terroristi.

Il “momento Trump” di Israele

L’ondata di indignazione contro la difficile situazione dei richiedenti asilo assomiglia in modo sospetto al “momento Trump” israeliano, facendo eco al recente sfogo di rabbia dei liberal americani contro quel facile bersaglio di odio che è il presidente USA Donald Trump.

Quegli stessi americani rimasero in silenzio mentre il predecessore di Trump scatenava guerre aggressive in tutto il mondo facendo a pezzi le leggi internazionali con programmi di esecuzioni extragiudiziarie, consegne di prigionieri e torture.

Allo stesso modo i progressisti israeliani sembrano essersi impegnati in una sorta di attività di diversione: concentrarsi su una grave ma isolata violazione per evitare di prendere in considerazione quella molto maggiore e molto più lunga nel tempo in cui sono personalmente implicati.

Sottolineando questo paradosso, i “Rabbini per i Diritti Umani” hanno chiesto alle comunità agricole, kibbutz [con gestione collettiva della produzione, ndt.] e moshav [con proprietà privata, ndt.] di porsi alla testa della campagna per nascondere i rifugiati africani.

Queste stesse comunità furono fondate sulle case distrutte dei rifugiati palestinesi obbligati all’esilio nel 1948. Queste stesse comunità agricole hanno impedito a qualunque palestinese cittadino dello Stato – uno su cinque della popolazione – di viverci. Tutti sono rimasti etnicamente “puri”.

Nella loro inconsistente difesa morale dei diritti umani, i progressisti israeliani hanno inavvertitamente svelato di non essere così lontani dal governo di destra che pubblicamente detestano.

Molto dell’appoggio ai richiedenti asilo africani, compreso quello dei più famosi scrittori israeliani, ha messo in luce quanto sia insignificante il loro numero, ora che un muro che attraversa il Sinai blocca un ulteriore ingresso di rifugiati. Si continua a dire che, se tutti i 40.000 avessero il permesso di rimanere, rappresenterebbero meno dello 0,5% della popolazione israeliana.

Un demone demografico

Confrontatelo con i palestinesi. Un quinto dei cittadini di Israele è palestinese, quelli che Israele non riuscì ad espellere nel 1948. Insieme ai palestinesi che vivono sotto l’ostile governo militare israeliano nei territori occupati – nel “grande Israele” che Netanyahu sta ritagliando – rappresentano metà della popolazione della regione.

Quando si tratta di palestinesi, i progressisti israeliani non sembrano molto diversi dai sostenitori di Netanyahu. Entrambi sono preoccupati di conservare Israele come uno Stato-fortezza ebraico. Entrambi vogliono muri per tenere fuori i non ebrei, che siano palestinesi nei territori occupati o rifugiati africani.

Entrambi dipingono i palestinesi, siano essi cittadini israeliani o vittime dell’occupazione, come “demoni demografici” e “tallone d’Achille” dello Stato ebraico. Entrambi temono un indebolimento dell’ebraicità di Israele.

In breve, sia i progressisti israeliani che quelli di destra sono ossessionati dalla demografia – il numero degli ebrei rispetto a quello dei non-ebrei – e dal preservare i privilegi degli ebrei. Entrambi stanno gettando le basi per future violazioni contro i palestinesi e ulteriori ondate di pulizia etnica.

Ma certi israeliani istruiti e progressisti di origine europea – quelli che dominano nelle università e nelle professioni che ora guidano la rivolta – possono permettersi di salvare la propria coscienza grazie a una popolazione di africani che rimarrà piccola e marginale. È improbabile che questi rifugiati riescano ad andare oltre la pulizia delle strade o fare i lavapiatti nei ristoranti della Tel Aviv liberal. Netanyahu e la destra, tuttavia, si basano sull’appoggio di molti degli israeliani più poveri, spesso ebrei immigrati in Israele dai Paesi arabi che subiscono evidenti discriminazioni da parte degli israeliani progressisti.

La destra deve costantemente creare un “uomo nero” (non ebreo) per rafforzare il suo potere politico che è basato su di loro. È stato facile per la destra suscitare la paura dei rifugiati africani in quanto parassiti venuti per “rubare il nostro lavoro e le nostre donne”.

Umanitarismo pragmatico

Con una tattica allarmistica che ricorda quella utilizzata contro i palestinesi, Netanyahu nel 2012 ha avvertito che 60.000 africani – il loro numero allora in Israele – “potrebbero diventare 600.000 e forse addirittura mettere a repentaglio la continuità dell’esistenza di Israele come democrazia ebraica”. Il governo di Netanyahu descrive ripetutamente i rifugiati africani come “infiltrati illegali” – un termine molto più sinistro di quanto possa essere “stranieri”.

Infiltrati” è il modo in cui venivano chiamati i palestinesi che cercavano di tornare nelle proprie case dopo la loro espulsione nel 1948. Una delle prime leggi israeliane in effetti dava ai funzionari della sicurezza israeliani carta bianca per sparare a questi “infiltrati”.

Il paragone dei rifugiati africani con quei palestinesi da parte del governo è pensato come una chiara forma di istigazione.

Ciò può non aver avuto corso con i progressisti israeliani, ma non ha neanche aperto loro gli occhi sulla propria ipocrisia. Il loro è un umanitarismo pragmatico, non di principio. La terribile sofferenza che Israele sta ora infliggendo ai rifugiati africani non sarebbe anche l’occasione perché gli israeliani progressisti riconoscano che i palestinesi hanno dovuto sopportare soprusi simili per settant’anni?

Non è finalmente arrivato il tempo in cui i progressisti israeliani debbano organizzare una campagna di disobbedienza civile non solo a favore degli africani, ma anche dei palestinesi?

– Jonathan Cook, giornalista inglese che vive a Nazareth dal 2001, è autore di tre libri sul conflitto israelo-palestinese. Ha vinto il “Martha Gellhorn Special Prize for Journalism”.

Le opinion esposte in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.

(traduzione di Amedeo Rossi)