Rovesciamento della politica di Obama? La dichiarazione di Pompeo sulle colonie israeliane è un fatto già noto

Mike Pompeo Segretario di Stato degli USA. AFP
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Dania Akkad

19 novembre 2019 – Middle East Eye

Middle East Eye prende in esame le affermazioni del Segretario di Stato USA per separare i fatti dalle interpretazioni

Lunedì il Segretario di Stato USA Mike Pompeo ha annunciato che, dopo quello che ha descritto come un’analisi accurata, l’amministrazione Trump ritiene che le colonie israeliane costruite nella Cisgiordania occupata non siano una violazione delle leggi internazionali.

Come hanno rilevato gli osservatori, non è mai stato precisato chi abbia effettuato lo studio, quanto tempo ci sia voluto e se ci siano stati dissensi; né lo è stata l’esatta motivazione dei tempi dell’annuncio – solo due giorni prima del termine ultimo entro il quale il premier israeliano incaricato Benny Gantz doveva formare una coalizione di governo.

Nella dichiarazione durata 15 minuti, Pompeo ha proceduto a esporre il nuovo corso della politica USA riguardo alle colonie israeliane, che, ha affermato, è “il rovesciamento dell’approccio dell’amministrazione Obama” e l’allineamento a quello dell’amministrazione di Ronald Reagan.

Ma è vero? Middle East Eye riflette su questi punti ed una serie di altri presentati dal Segretario per separare i fatti dalle interpretazioni.

L’amministrazione Trump sta invertendo l’approccio di quella di Obama nei confronti delle colonie israeliane.”

Pompeo ha dato il via alla sua dichiarazione affermando che l’amministrazione Trump sta “invertendo” l’approccio dell’amministrazione Obama nei confronti delle colonie, una linea che molte agenzie di stampa USA hanno preso per buona ed hanno accolto. Ma qual è stato esattamente il punto di vista di Obama sulle colonie?

Verso la fine della sua presidenza, poche settimane prima che Trump assumesse l’incarico, la sua [di Obama, ndtr.] amministrazione si astenne – tra molti applausi – su una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che chiedeva il blocco di tutti gli insediamenti israeliani nei territori occupati. Come dissero i suoi collaboratori al Washington Post, Obama non doveva più presentarsi alle elezioni, e non aveva quindi niente da perdere.

Cinque anni prima, ha raccontato martedì a Democracy Now [rete di notizie e commenti progressista USA, ndtr.] Noura Erakat, avvocato per i diritti umani e giurista palestinese, la storia era stata diversa. Nel febbraio 2011 l’amministrazione Obama fece uso del suo primo veto al Consiglio di Sicurezza ONU contro una risoluzione che condannava le colonie israeliane.

Sì, disse all’epoca l’ambasciatrice all’ONU Susan Rice, gli USA rifiutano “nei termini più decisi” la legittimità della continua costruzione di colonie israeliane, ma la risoluzione rischiava di “rendere più intransigenti le posizioni di entrambe le parti.”

Sicuramente l’amministrazione Obama fece sì che Israele ci pensasse due volte prima di costruire colonie. Basta vedere l’incremento nell’edificazione dopo che Trump ha assunto la presidenza, descritto come potenzialmente “la maggior valanga di costruzioni da anni.”

Ma, come evidenzia Erakat, come tutte le amministrazioni USA negli ultimi 50 anni, quella di Obama ha detto cose contraddittorie. Mentre si è astenuto sulla risoluzione del 2016, solo pochi mesi prima Obama ha accettato di concedere a Israele una cifra record di 3,8 miliardi di dollari di aiuti all’anno per dieci anni – il più grande accordo di questo tipo tra gli Usa e qualunque altro Paese.

Quindi quello che ora stiamo vedendo non è un radicale stravolgimento della politica estera USA sulla questione delle colonie e sulla Palestina, ma piuttosto il suo culmine,” ha detto Erakat martedì.

Tuttavia nel 1981 il presidente Reagan dissentì da questa conclusione e affermò di non credere che le colonie fossero intrinsecamente illegali…Dopo aver attentamente studiato ogni aspetto del dibattito giuridico, questa amministrazione è d’accordo con il presidente Reagan.”

Durante un’intervista con il New York Times nel febbraio 1981, in effetti Ronald Reagan disse di non credere che le colonie fossero illegali, ma affermò anche qualcosa di più in seguito – e le azioni della sua amministrazione furono qualcosa di completamente diverso.

Un giornalista disse che sembrava ci fosse un’accelerazione nella costruzione di colonie in Cisgiordania: “Lei è d’accordo? E, in secondo luogo, la vostra è una politica equilibrata in Medio Oriente?”, chiese il giornalista a Reagan.

Reagan disse che, mentre era in disaccordo quando l’amministrazione del suo predecessore Jimmy Carter aveva definito le colonie come illegali perché, in base a una risoluzione ONU che lasciava la Cisgiordania aperta a tutti, “non sono illegali”, egli riteneva che costruirle fosse “una pessima idea”.

Venne così citato: “Penso che forse ora con questa corsa a edificarle e il fatto di spostarsi all’interno [della Cisgiordania] nel modo in cui lo fanno sia una pessima idea, perché, se continuiamo con lo spirito di Camp David per cercare di arrivare a una pace, forse questo, in questo momento, è inutilmente provocatorio.”

Martedì un ex- consigliere giuridico del ministero degli Esteri israeliano ha detto a Times of Israel [giornale israeliano indipendente in lingua inglese, ndtr.] che, nonostante le sue considerazioni e altre dichiarazioni pubbliche di fonti ufficiali, che si rifiutarono di prendere posizioni giuridiche sulle colonie, durante la sua [di Reagan, ndtr.] amministrazione a porte chiuse i funzionari USA continuarono a dire che le colonie erano illegali.

La stessa proposta di pace di Reagan nel 1982 chiedeva il congelamento [delle costruzioni] sia nelle colonie esistenti che di nuove colonie. La proposta – presentata in una lettera – venne subito respinta da una risoluzione adottata all’unanimità dal governo del primo ministro israeliano Menachem Begin. Begin disse alla radio israeliana che era il suo “giorno più triste come primo ministro”.

La costruzione di colonie civili israeliane in Cisgiordania non è di per sé incompatibile con le leggi internazionali.”

Mentre Pompeo insiste che la legalità delle colonie israeliane è stata attentamente studiata e che, dopo aver esaminato “tutti gli aspetti della discussione giuridica”, l’amministrazione ha concluso che le colonie non sono “incompatibili con le leggi internazionali”, egli non spiega mai davvero esattamente come.

Evidenzia le differenze tra le posizioni dell’amministrazione Trump e le precedenti presidenze, sostiene che il sistema legale israeliano “offre la possibilità di opporsi alle attività di colonizzazione” (asserzioni che un palestinese potrebbe trovare gravemente fuorvianti) e afferma che prendersela con le colonie non ha contribuito agli sforzi per la pace. Ma nelle dichiarazioni di Pompeo non viene mai pienamente chiarito in che modo le colonie non violerebbero più le leggi internazionali, soprattutto le Convenzioni di Ginevra – definite dopo la Seconda Guerra Mondiale per garantire un trattamento umano ai civili durante un conflitto.

In particolare, secondo la Quarta Convenzione di Ginevra, una potenza occupante “non deve deportare o trasferire parti della propria popolazione civile nel territorio che occupa.” L’Assemblea Generale dell’ONU, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e la Corte Internazionale di Giustizia hanno affermato che le colonie israeliane violano la convenzione che sia gli USA che Israele hanno ratificato. Quindi, cos’è cambiato ora?

E quali sono le conseguenze se le leggi internazionali non contano più? Martedì il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem ha affermato che il “farsesco annuncio” di Pompeo darà via libera non solo al progetto di colonizzazione illegale di Israele, ma aprirà la via ad altre violazioni dei diritti umani in tutto il mondo.

E infine – in conclusione – definire la costruzione di insediamenti civili incompatibile con le leggi internazionali non ha funzionato. Non ha fatto progredire la causa della pace.”

Forse, come ha detto Pompeo, definire le colonie come illegali non ha fatto avanzare la causa della pace. Ma indiscutibilmente non lo hanno fatto neppure il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e la sovranità israeliana sulle Alture del Golan; il taglio ai fondi destinati all’agenzia delle Nazioni Unite per l’Aiuto e il Lavoro (UNRWA), l’ente dell’ONU che fornisce aiuto a più di cinque milioni di rifugiati palestinesi; la chiusura dell’ufficio dell’OLP a Washington; il sostegno a un “accordo del secolo” che marginalizza una delle due parti per la quale è stata pensata come una soluzione.

Nel solo giorno in cui l’amministrazione Trump ha aperto la sua nuova ambasciata a Gerusalemme, il 14 maggio 2018, 68 persone di Gaza sono state uccise o hanno subito ferite letali a causa delle quali sono in seguito morte, mentre protestavano contro l’iniziativa durante la Grande Marcia del Ritorno.

È stata una giornata nera nel ricordo dei palestinesi,” ha detto a Middle East Eye il direttore dell’ospedale Al-Shifa di Gaza City, il dottor Medhat Abbas, che quel giorno ha curato circa 500 feriti.

In che modo le iniziative che l’amministrazione Trump ha preso dal giorno del suo insediamento abbiano protetto “la sicurezza e il benessere di palestinesi e israeliani,” come Pompeo invita le due parti a fare, è un’altra delle cose che non ha chiarito.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)