Naama Blatman, Neve Gordon
5 febbraio 2025-Al Jazeera
Gli ultimi commenti del presidente degli Stati Uniti confermano che la distruzione totale di Gaza da parte di Israele mira a rimuovere definitivamente la popolazione palestinese.
Prima della visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto che i palestinesi non hanno “altra alternativa” che lasciare Gaza. Quando i due leader si sono incontrati nello Studio Ovale Trump ha dichiarato che, dopo che i palestinesi della Striscia di Gaza saranno trasferiti altrove, gli Stati Uniti “ne prenderanno il controllo”. Il presidente ha anche espresso il desiderio di trasformare il territorio occupato da Israele nella “Riviera del Medio Oriente”.
Queste dichiarazioni surreali sono state pronunciate martedì mentre i palestinesi in tutta la Striscia di Gaza stanno affrontando la distruzione senza precedenti lasciata dall’esercito israeliano. Molti di coloro che sono stati sfollati e sono riusciti a tornare alle loro case nelle ultime due settimane hanno trovato solo rovine. Secondo le Nazioni Unite, l’esercito israeliano ha bombardato il 90% di tutte le unità abitative nella Striscia di Gaza, lasciando 160.000 unità distrutte e 276.000 gravemente o parzialmente danneggiate.
Mentre la polvere si deposita e le immagini dell’entità della devastazione circolano sui media mainstream è diventato chiaro che la violenza genocida che Israele ha scatenato a Gaza non è stata usata solo per uccidere, sfollare e distruggere, ma anche per minare il diritto della popolazione palestinese a rimanere. Ed è proprio la possibilità di garantire questo diritto che il duo Trump-Netanyahu è ora deciso a impedire.
Rimanere come diritto
Il diritto di rimanere non è formalmente riconosciuto all’interno del canone dei diritti umani ed è solitamente associato ai rifugiati che sono fuggiti dal loro paese e sono autorizzati a rimanere in un paese ospitante mentre cercano asilo. È stato anche invocato nel contesto dei cosiddetti progetti di rinnovamento urbano in cui i residenti urbani, in gran parte emarginati e alloggiati in modo insicuro, rivendicano il loro diritto di rimanere nelle loro case e nella loro comunità di fronte alle pressioni di attori potenti che spingono per la riqualificazione e la gentrificazione. Il diritto di rimanere è particolarmente urgente nelle situazioni di insediamento coloniale in cui i colonizzatori spostano attivamente la popolazione indigena e cercano di sostituirla con coloni. Dalle Prime Nazioni in Nord America agli aborigeni e agli isolani dello Stretto di Torres in Australia, i coloni hanno usato la violenza genocida per negare agli indigeni questo diritto.
Il diritto di rimanere, tuttavia, non è semplicemente il diritto di “restare lì”. Piuttosto, per godere di questo diritto, le persone devono poter rimanere all’interno della loro comunità e avere accesso alle “infrastrutture dell’esistenza”, sia materiali che sociali, tra cui l’acqua e il cibo, gli ospedali, le scuole, i luoghi di culto e i mezzi per il sostentamento. Senza queste infrastrutture, il diritto di rimanere diventa impossibile.
Al di là della mera presenza fisica, il diritto di rimanere comprende anche il diritto di mantenere le narrative storiche e contemporanee e le reti di relazioni che tengono insieme le persone e le comunità nello spazio e nel tempo. Questo è un aspetto cruciale di questo diritto perché il progetto coloniale non mira solo alla rimozione fisica e alla sostituzione dei popoli indigeni, ma cerca anche di cancellare le culture, le narrazioni e le identità indigene, così come qualsiasi attaccamento alla terra. Infine non può essere sufficiente essere autorizzati a rimanere come abitante occupato all’interno di un territorio assediato. Il diritto di rimanere include la capacità di un popolo di determinare il proprio destino.
Una storia di continui sfollamenti
Durante la guerra del 1948, le città palestinesi furono spopolate e circa 500 villaggi palestinesi furono distrutti quando la maggior parte dei loro abitanti divenne rifugiata nei paesi vicini. In totale, circa 750.000 palestinesi su una popolazione di 900.000 sono stati sfollati dalle loro case e dalle loro terre ancestrali e non sono mai stati autorizzati a tornare. Da allora, lo sfollamento o la minaccia di sfollamento ha fatto parte dell’esperienza quotidiana palestinese. Infatti, in tutta la Cisgiordania occupata e persino all’interno di Israele, in luoghi come Umm al Hiran, le comunità palestinesi continuano ad essere sradicate con la forza e rimosse dalle loro terre.
La negazione da parte di Israele, sostenuta dagli Stati Uniti, del diritto di rimanere nella Striscia di Gaza è di gran lunga peggiore – non solo perché molte comunità sono composte da rifugiati e questo è il loro secondo, terzo o quarto sfollamento – ma anche perché lo sfollamento è ora diventato uno strumento di genocidio. Già il 13 ottobre 2023 Israele ha emesso un ordine di evacuazione collettiva per 1,1 milioni di palestinesi che vivono a nord di Wadi Gaza (corso d’acqua che divide il sud e il nord della Striscia, n.d.t.) e nei mesi successivi ordini simili sono stati emessi più volte fino a sfollare il 90% della popolazione della Striscia.
In verità il diritto internazionale umanitario obbliga le parti in conflitto a proteggere le popolazioni civili, il che include anche permettere loro di spostarsi dalle zone di combattimento ad aree sicure. Tuttavia, queste disposizioni hanno come presupposto che le popolazioni abbiano il diritto di rimanere nelle loro case e, quindi, stabiliscono che gli evacuati debbano essere autorizzati a tornare quando i combattimenti finiscono, rendendo illegale qualsiasi forma di sfollamento permanente. Il trasferimento della popolazione deve essere temporaneo e può essere utilizzato solo per la protezione e gli aiuti umanitari e non, come Israele ha fatto e i recenti commenti di Trump confermano, come un “camuffamento umanitario” per coprire la totale distruzione e disgregazione degli spazi palestinesi.
Il diritto di rimanere e l’autodeterminazione
Ora che è stato dichiarato un cessate il fuoco gli sfollati palestinesi sono in grado di tornare dove vivevano. Eppure questo movimento di ritorno non soddisfa in alcun modo il loro diritto di rimanere. Non è una coincidenza: la capacità di rimanere è esattamente ciò che Israele ha cercato di sradicare in 15 mesi di guerra.
La distruzione di ospedali, scuole, università, moschee, negozi e mercati, cimiteri e biblioteche insieme alla distruzione di strade, pozzi, reti elettriche, serre e pescherecci non è stata effettuata solo al servizio di uccisioni di massa e della pulizia temporanea delle aree dei loro abitanti, ma anche per creare una nuova realtà sul terreno, in particolare nel nord di Gaza. Quindi non sono solo le case palestinesi ad essere state distrutte, ma l’esistenza stessa della popolazione è stata compromessa per gli anni a venire.
Non si tratta di una novità. Abbiamo visto nel corso della storia come i coloni agiscano per spostare ed eliminare permanentemente le popolazioni indigene dai loro territori. Come queste storie ci insegnano, l’investimento finanziario nella ricostruzione di case e infrastrutture non garantirà – di per sé – il diritto della popolazione a rimanere. Rimanere richiede l’autodeterminazione. Per attuare il loro diritto a rimanere, i palestinesi devono finalmente ottenere la loro libertà come popolo che si autodetermina.
Israele ha negato ai palestinesi il diritto di rimanere per più di 75 anni. E’ giunto il momento di mettere le cose a posto. Qualsiasi discussione sul futuro di Gaza deve essere guidata dalle rivendicazioni e dalle aspirazioni del popolo palestinese. Le promesse di ricostruzione e prosperità economica da parte di paesi stranieri sono irrilevanti a meno che non siano esplicitamente legate all’autodeterminazione palestinese. Il diritto di rimanere può essere garantito solo attraverso la decolonizzazione e la liberazione palestinese.
Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Al Jazeera.
Naama Blatman è un’accademica di scienza e geografa politica e urbana presso l’Università del New South Wales, a Sydney. È membro esecutivo del Jewish Council of Australia.
Neve Gordon è professore di diritto internazionale presso la Queen Mary University di Londra.
(traduzione dall’inglese di Giuseppe Ponsetti)


