Muhammad Shehada
7 ottobre 2025 – +972 Magazine
Anche se il piano di Trump ponesse fine alla guerra di Gaza, i palestinesi si troverebbero comunque ad affrontare un vuoto profondo e duraturo: un vuoto di linguaggio, di speranza e di politica, rivelatisi impotenti di fronte al genocidio.
«Le parole non significano più nulla». Questo è uno dei sentimenti più comuni che sento esprimere dai miei familiari, amici e colleghi che vivono ancora a Gaza. A due anni dall’inizio del genocidio perpetrato senza sosta da Israele ciò che resta non è solo una scia di corpi e rovine, ma anche un crollo brutale del significato stesso. Parole come “atrocità”, “assedio”, ‘resistenza’ e persino “genocidio” sono state svuotate dal loro significato attraverso la ripetizione, incapaci di trasmettere il peso di ciò che i palestinesi hanno sopportato giorno dopo giorno, notte dopo notte.
Nel primo periodo dopo il 7 ottobre parlavo al telefono con i miei cari il più possibile, sapendo che ogni conversazione poteva rappresentare l’ultima volta che sentivo le loro voci. Di solito parlavamo della loro angoscia, disperazione e paura che la morte si avvicinasse. Alcuni mi inviavano le loro ultime volontà o testamenti; altri cominciavano persino a desiderare la morte come sollievo da questa apocalisse senza fine.
Ma dopo 24 mesi il silenzio ha preso il sopravvento. Tutto è stato detto, ogni sentimento è stato espresso più e più volte fino a diventare completamente privo di significato. Quando parlo con coloro che sono ancora intrappolati a Gaza il loro silenzio è accompagnato dalla vergogna di chiedere aiuto – per una tenda, cibo, acqua o medicine – e dalla mia vergogna ancora più grande per l’incapacità di procurare loro qualcosa.
I miei cari sono diventati l’ombra di ciò che erano un tempo. Sono stati ridotti in ginocchio più volte dai continui bombardamenti, dalla fame e dagli sfollamenti che hanno caratterizzato questi 730 giorni. Sono costretti a cercare cibo e riparo, mentre vengono attaccati ovunque vadano. Ogni singolo aspetto della loro vita è diventato una lotta straziante per la sopravvivenza.
Coloro che riescono a fuggire da questo campo di concentramento sono fisicamente trasformati. Recentemente ho incontrato mia cugina per le strade del Cairo e non l’ho riconosciuta. Un tempo era una donna alta e in buona salute sulla quarantina inoltrata, ora è pelle e ossa, con il viso rugoso e scuro, gli occhi infossati e pallidi. Anche mia nonna di 77 anni è è diventata uno scheletro e da allora è costretta a letto.
Per coloro che sono ancora intrappolati all’interno [di Gaza] il prezzo fisico da pagare è quasi impossibile da descrivere a parole. Mio cugino Hani è attualmente bloccato nella città di Gaza, non avendo potuto affrontare il costo esorbitante della fuga verso sud prima che i carri armati israeliani circondassero il suo quartiere. Nonostante sia appena prossimo alla cinquantina il deperimento causato dalla strategia della fame di Israele lo ha ridotto allo stesso aspetto che aveva mio nonno poco prima di morire all’età di 107 anni.
E questo senza nemmeno considerare il costo psicologico del genocidio sulla popolazione di Gaza. La portata reale di questo fenomeno sarà chiara solo quando i bombardamenti cesseranno e i sopravvissuti ritroveranno l’energia mentale necessaria per elaborare i ricordi e le emozioni che il loro cervello ha a lungo represso mentre era concentrato sulla sopravvivenza.
Gaza è diventata un luogo in cui la morte è così diffusa e la sopravvivenza così compromessa che persino il silenzio ora parla più forte di qualsiasi appello alla giustizia. E l’eredità di questo genocidio ci accompagnerà per generazioni, perché Israele ha dato a ogni singolo abitante di Gaza un motivo personale di vendetta.
“Nell’aldilà chiederò a Dio una sola cosa: costringere gli israeliani a cercare acqua e cibo sotto i bombardamenti aerei tutto il giorno, tutti i giorni”, diceva il mio compianto amico Ali, prima di essere ucciso in un bombardamento aereo lo scorso anno mentre camminava vicino all’ospedale Al-Aqsa a Deir Al-Balah.
Mutevole sostegno a Hamas
È difficile prevedere come il trauma collettivo derivante dall’annientamento di Gaza influenzerà le convinzioni dei palestinesi nel lungo termine. Ma recentemente sono emerse due tendenze predominanti, che appaiono in qualche modo contraddittorie.
Da un lato c’è un crescente risentimento nei confronti di Hamas per aver lanciato gli attacchi del 7 ottobre, anche tra i membri dell’organizzazione stessa e la sua leadership. Diversi funzionari arabi mi hanno riferito che Khaled Meshaal, uno dei fondatori di Hamas e leader di lunga data del suo comitato politico, e altre figure affini dell’ala moderata dell’organizzazione hanno descritto in privato l’attacco come “avventato” e un “disastro”, criticando anche il modo in cui Hamas ha gestito la guerra.
Questa primavera ha anche visto diversi giorni di proteste popolari spontanee contro Hamas in tutta la Striscia di Gaza, che chiedevano al movimento di porre fine alla guerra a qualsiasi costo prima di lasciare il potere. Ma queste manifestazioni sono state alla fine di breve durata, soprattutto dopo che il governo israeliano ha iniziato a sfruttarle sia per giustificare la sua campagna militare in corso sia per distogliere l’attenzione dalle atrocità commesse sul campo.
Allo stesso tempo però il genocidio perpetrato da Israele e la minaccia esistenziale di un’espulsione di massa da Gaza hanno trasformato alcuni dei più accaniti detrattori di Hamas nei suoi più convinti sostenitori. Anche tra coloro che criticano gli eventi del 7 ottobre è diffusa la paura che, se Hamas venisse schiacciato, Israele occuperebbe Gaza a tempo indeterminato con una esigua opposizione da parte della comunità internazionale. Secondo questa visione, solo una persistente insurrezione militare di Hamas potrebbe impedire la conquista permanente da parte di Israele e la completa pulizia etnica dell’enclave.
Un esempio calzante è quello di una donna di nome Asala, che aveva solo 7 anni quando i miliziani di Hamas uccisero suo padre, un colonnello dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), durante il conflitto tra Hamas e Fatah del 2007. Questa perdita devastante ha lasciato un segno indelebile in lei, alimentando un profondo odio verso Hamas che ha portato con sé fino all’età adulta. Prima del 2023 li criticava costantemente sui social media con toni molto duri, pur rimanendo a Gaza. Ma con l’intensificarsi dell’offensiva israeliana ha iniziato a elogiare i miliziani di Hamas per aver sfidato la presenza dell’esercito israeliano a Gaza ed essersi vendicati.
In effetti gli orrori a cui Asala ha assistito durante i 24 mesi di bombardamenti, sfollamenti e fame l’hanno trasformata. “I massacri hanno aumentato il nostro risentimento verso Israele”, mi ha detto. “[I palestinesi] dovrebbero mettere da parte il risentimento reciproco e dirigere il loro odio solo contro l’occupazione israeliana”.
Allo stesso modo Mohammed, un giornalista investigativo di Gaza che una volta è stato sequestrato e torturato da Hamas, è recentemente diventato un sostenitore dichiarato delle fazioni della resistenza armata a Gaza. Mi ha detto che il genocidio di Israele, pienamente sostenuto dai governi occidentali, ha rafforzato la sua convinzione nella resistenza armata. “Ci sono persone che non si sono mai schierate con Hamas o con la resistenza, ma dopo che le loro famiglie sono state uccise da Israele le loro opinioni sono cambiate e ora cercano giustizia”, ha detto.
Questo sostegno alla resistenza armata persisterà o addirittura aumenterà fintanto che il genocidio continuerà o se l’esercito israeliano rimarrà all’interno di Gaza dopo un cessate il fuoco, impedendo la ricostruzione. Ma se venisse firmato un accordo permanente che includesse il ritiro completo di Israele, la revoca dell’assedio soffocante e un orizzonte politico visibile, ci sarebbero poche ragioni per i gazawi di aggrapparsi alla lotta armata. Infatti, molti di coloro che sostengono l’insurrezione di Hamas saranno i primi a denunciare il movimento non appena la guerra finirà.
‘“La resistenza armata non è riuscita a creare un cambiamento”
Ciò che storicamente ha dato più credito alla strategia di resistenza armata di Hamas tra i palestinesi non è stato l’appello alla violenza o al sacrificio, ma piuttosto il fallimento di tutte le altre alternative. La diplomazia, i negoziati, la difesa negli organismi e nei tribunali internazionali, la persuasione morale e la resistenza non violenta sono stati tutti accolti dal silenzio globale, mentre Israele continua a uccidere i palestinesi e a cacciarli dalla loro terra.
Prima del genocidio ogni volta che chiedevo a un leader di Hamas perché l’organizzazione non riconoscesse formalmente Israele e rinunciasse alla violenza la risposta era sempre la stessa. “Abu Mazen [il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas] ha fatto tutto questo e anche di più: sta collaborando con Israele. Puoi citare una sola cosa positiva che gli hanno dato in cambio?” Continuavano poi descrivendo come Israele non solo ignorasse i compromessi di Abbas, ma umiliasse, privasse di fondi, punisse e demonizzasse l’Autorità Nazionale Palestinese.
Ora però, dopo la guerra più lunga nella storia palestinese, a Hamas verrà posta la stessa domanda: cosa avete ottenuto da tutto questo?
In effetti, gli ultimi due anni hanno minato le ragioni principali che sostenevano l’impegno di Hamas nella resistenza armata. La prima era la convinzione che solo la forza militare potesse sfidare efficacemente il blocco e l’occupazione di Israele. Come sosteneva nel 2018 il giornalista israeliano Gideon Levy, «se i palestinesi di Gaza non sparano, nessuno li ascolta». Quattro anni dopo, un membro della Knesset mi ha detto la stessa cosa: «Non appena Gaza smette di lanciare razzi scompare e nessuno si preoccupa di parlarne».
Ma dopo ogni escalation con Israele dall’ascesa al potere nel 2007 il massimo che Hamas ha ottenuto è stato ciò che i gazawi chiamavano «antidolorifici e anestetici»: un ripristino dello status quo precedente e alcune promesse verbali di allentare il blocco israeliano che non si sono mai concretizzate. Questa era in effetti l’esplicita strategia israeliana di contenimento e pacificazione.
Anni prima di essere assassinato in un attacco israeliano a Beirut nel gennaio 2024, lo stesso Saleh Al-Arouri [uno dei fondatori dell’ala militare ucciso nel 2024 a Beirut, ndt.] di Hamas ha riconosciuto il fallimento di questo approccio in una telefonata intercettata. “Francamente, la resistenza armata non è riuscita a creare un cambiamento”, ha ammesso. “La resistenza ha offerto esempi eroici e ha combattuto guerre onorevoli, ma il blocco non è stato spezzato, la realtà politica non è cambiata e nessuna parte del territorio è stata liberata”.
Hamas ha anche difeso il proprio approccio come forma di deterrenza contro l’escalation israeliana in Cisgiordania o a Gerusalemme. Ciò è stato evidente durante l’“Intifada dell’Unità” del maggio 2021, quando Hamas lanciò dei razzi verso Gerusalemme in risposta al crescente terrorismo dei coloni e all’espulsione forzata delle famiglie palestinesi dalle loro case nel quartiere di Sheikh Jarrah [a Gerusalemme Est occupata, ndt.]. Ma una volta raggiunto il cessate il fuoco dopo 11 giorni Israele non fece altro che intensificare il suo assalto alla Cisgiordania, e i due anni successivi furono i più sanguinosi nel territorio dal 2005.
Sempre nel 2021 i leader di Hamas furono conquistati dall’idea di una grande escalation su più fronti, che avrebbe costretto Israele a soddisfare le richieste palestinesi. Pensavano ad un assalto da Gaza e ad un’intifada in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e all’interno di Israele, insieme ad attacchi dalla Siria, dal Libano, dallo Yemen, dall’Iraq e dall’Iran, mentre la popolazione araba in Giordania ed Egitto si sarebbe sollevata e avrebbe marciato verso i confini con Israele, mettendo così il governo israeliano con le spalle al muro.
Tuttavia dopo il 7 ottobre anche questa strategia è crollata. Quello che era iniziato come un confronto limitato su più fronti si è concluso quando Israele è riuscito a raggiungere un cessate il fuoco con Hezbollah e l’Iran, mentre l’Autorità Nazionale Palestinese e Israele hanno represso ogni tentativo di rivolta popolare. Ora solo gli Houthi dello Yemen rimangono attivi come ultimo fronte di quello che un tempo era
“I palestinesi non possono fare nulla”
Ci sono poche possibilità che Hamas lanci un altro attacco simile a quello del 7 ottobre nel prossimo futuro. Molti analisti concordano sul fatto che ciò che ha permesso il successo dell’assalto è stato cogliere Israele completamente alla sprovvista – un elemento di sorpresa che è ormai scomparso, insieme alla probabilità che Israele ripeta gli stessi errori tattici e di intelligence.
Hamas lo capisce bene, ed è per questo che nei negoziati di questa settimana sull’ultimo piano del presidente degli Stati Uniti Donald Trump per porre fine alla guerra ha segnalato ai mediatori la sua disponibilità a smantellare le “armi offensive” mantenendo però le “armi difensive” leggere, come fucili e missili anticarro. L’enfasi su queste ultime deriva dal timore che Israele possa rinnegare il ritiro da Gaza o effettuare incursioni regolari senza incontrare resistenza, come in Cisgiordania.
Hamas potrebbe anche aver bisogno di quelle armi leggere sia per far rispettare il cessate il fuoco e ottenere il consenso dei propri membri, sia per ottenere l’appoggio di altri gruppi più piccoli ma più intransigenti. Potrebbe anche ritenere che il disarmo completo creerebbe un vuoto di sicurezza a Gaza, che potrebbe essere colmato da gruppi salafiti e jihadisti o da bande criminali, come la milizia di Abu Shabab sostenuta da Israele. E naturalmente c’è il timore di rappresaglie da parte di civili, con attacchi contro i membri di Hamas per le strade.
Ma anche se Hamas riuscisse a raggiungere un accordo per porre fine alla guerra che preveda il ritiro totale di Israele e consenta al movimento di conservare le “armi difensive”, la resistenza armata, un tempo considerata l’ultima carta da giocare dopo il fallimento dei negoziati, della diplomazia e degli appelli morali, giace ora nella stessa tomba delle strategie fallite. A due anni dall’inizio del genocidio ciò che rimane non è una certezza, ma un fallimento: del linguaggio, della speranza, della politica e di ogni appello che i palestinesi hanno lanciato di fronte al loro annientamento.
L’anno scorso ho chiesto a un alto dirigente dell’UE cosa pensasse che i palestinesi dovessero fare di diverso e quali consigli avrebbe dato all’Autorità Nazionale Palestinese, a Hamas e all’opinione pubblica palestinese. Dopo averci riflettuto un po’, si è lasciato cadere sulla sedia sconsolato. “I palestinesi non possono fare nulla”, ha ammesso. “Hanno provato di tutto”.
Nella migliore delle ipotesi l’ultimo piano di Trump porrà fine alla guerra, ma ciò che rimarrà non sarà un percorso per la pace, bensì un vuoto politico. E in quel vuoto i palestinesi saranno costretti a fare i conti con la verità più pesante di tutte: che indipendentemente dalla strada che sceglieranno, la sottomissione silenziosa o la resistenza armata, il mondo ha già fallito nel prevenire il genocidio del loro popolo. Questo è un fatto che non può essere cancellato.
Muhammad Shehada è uno scrittore e analista politico di Gaza, ricercatore ospite presso il Consiglio Europeo per le Relazioni Estere.
(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)


