Sarah Agha, Bristol, Regno Unito
2 dicembre 2024 – Middle East Eye
Il famoso regista palestinese Rashid Masharawi ha riunito i film realizzati da palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza assediata sotto gli attacchi israeliani
È difficile immaginare un ambiente più difficile della Striscia di Gaza assediata e devastata per girare un film nel 2024. Ma questa è l’ambientazione della nuova e rivoluzionaria antologia di cineasti palestinesi.
From Ground Zero, una raccolta di 22 cortometraggi di artisti che vivono a Gaza, è una pietra miliare nella cinematografia palestinese, una testimonianza della vita durante l’incessante campagna militare israeliana nel territorio assediato iniziata nell’ottobre 2023.
Curata dal famoso regista palestinese Rashid Masharawi il documentario collettivo ha ottenuto un successo internazionale ed è stata selezionata come film di apertura del Film Festival Palestinese di Bristol di quest’anno che inizia il 30 novembre.
Haifa, il film di Masharawi del 1996, era stata la prima produzione palestinese ad essere ufficialmente selezionata al Festival Internazionale di Cannes.
Il regista ha poi fondato a Ramallah il Centro di Produzione e Distribuzione Cinematografica, dedicando anni ad organizzare cinema e laboratori itineranti.
“Questa volta non ho fatto un film. Questa volta ho dato la possibilità ai cineasti che vivono a Gaza – uomini e donne – di fare i loro film: la storia sono loro.” dice Masharawi a Middle East Eye del film collettivo in mostra al festival di Bristol.
Nel novembre 2023, a un mese dall’inizio della guerra di Israele a Gaza, ha istituito il Fondo Masharawi per sostenere artisti e troupe nella Striscia assediata.
“Tutti lo vedono: è cruento, un vero genocidio. Da gazawi, da regista ed essere umano, mi sono chiesto cosa potevo fare. La risposta è arrivata dal cinema.”
‘Vicinanza’
Masharawi dice che voleva concentrarsi sulle “storie personali non dette” di coloro che vivono sotto i bombardamenti e l’assedio israeliano.
Per alcuni era il loro primo film, ma prima del progetto tutti avevano avuto un rapporto con il mondo dell’arte, della musica o del racconto.
Masharawi ha formato un gruppo di consulenti sul posto per trovare nuove voci e collaboratori, coinvolgendo anche cineasti che conosceva di persona.
Molti dei corti sono documentari e interviste, mentre altri utilizzano generi e strutture diverse.
“Abbiamo film sperimentali, di animazione e video art,” spiega Masharawi.
“Ogni regista pensa e sente in modo diverso, ognuno ha avuto una possibilità non solo di fare un film, ma anche di esprimersi.
“Cercano di sopravvivere, di trovare da mangiare e di vivere da rifugiati spostandosi da un posto all’altro. Ecco perché l’abbiamo intitolato From Ground Zero, perché non c’è distanza fra regista e azione.”
L’uso dell’arte e dell’immaginazione per rappresentare la propria realtà mentre si stanno affrontando delle avversità è da tempo un modo per affrontare il trauma.
Per esempio, Soft Skin di Khamis Masharawi segue un laboratorio di animazione dove 14 bambini imparano a creare film con la tecnica stop motion usando ritagli di disegni colorati.
Awakening di Mahdi Kreirah è realizzato con straordinarie marionette fatte in modo molto creativo con lattine vuote che contenevano aiuti alimentari.
L’esecuzione e il completamento di From Ground Zero è un risultato enorme dati le evidenti difficoltà e sfide.
“Non è stato facile, è stato incredibilmente complicato far uscire il materiale da Gaza. Il nostro problema principale è stata la corrente elettrica perché senza non si possono caricare i telefonini, i laptop o le batterie delle macchine da presa.
“Qualche volta la gente ha rischiato la vita per andare con un hard disk dalla parte centrale di Gaza o da Deir al-Balah a Rafah, sul confine con l’Egitto.”
Vicino al confine qualcuno della troupe è riuscito a usare le SIM egiziane per caricare e mandare il proprio materiale.
Altri hanno trovato soluzioni ingegnose per generare elettricità usando pannelli solari.
A un certo punto, durante i cinque mesi delle riprese, il team di Masharawi ha trovato un posto vicino all’ospedale di Al Aqsa, dove è riuscito ad accedere all’internet.
Hanno montato una tenda e l’hanno dichiarata la tenda per la produzione di From Ground Zero.
“È stato molto rischioso,” ha detto Masharawi a proposito di un momento particolarmente scioccante.
“Sono stato fortunato. Quando hanno bombardato tutta l’area, inclusa la nostra tenda, il mio gruppo non c’era, se n’erano andati alle tre di notte e hanno bombardato alle 6 e un quarto.”
‘È ancora vivo?’
Parlando con Masharawi è impossibile non notare l’enorme peso della responsabilità che ha sentito lavorando con registi che erano in condizioni fisicamente vulnerabili e pericolose.
Qualche volta poteva passare una settimana senza contatti con nessuno del suo team sul posto. Allora tentava di contattare dei giornalisti o chiunque avesse una connessione: “È ancora vivo? Si è spostato? Cosa gli è successo?”
Queste erano le domande che faceva prima di continuare con il progetto, “per essere sicuro che stessero bene “.
Naturalmente star “bene” ha assunto un nuovo significato a Gaza. Diana al-Shinawy, nel film Offerings, dice: “Non so quando questa guerra finirà, avremo tutti bisogno di andare in terapia per sopportare la sofferenza.”
“È stato molto difficile per me come gazawi,” dice Masharawi, “ma è stata una decisione per aiutare anche me stesso, per far qualcosa condividendo, partecipando. Mi ha salvato.”
La rapidità dell’esecuzione, dalle riprese alla fine del film, è stata notevole per gli standard del settore.
Gli artisti sul posto hanno filmato i loro corti dal gennaio al giugno 2024 e a luglio c’è stata la prima della versione lunga al Film Festival Internazionale di Amman.
A maggio Masharawi aveva anche proiettato sezioni più brevi a un evento speciale organizzato da lui stesso a Cannes per suscitare interesse sul progetto e sulla continua persecuzione del suo popolo.
La prima edizione di alcuni dei film è stata realizzata a Gaza mentre il montaggio finale e minori modifiche sono state realizzate dal suo team in Francia.
“Abbiamo avuto un sacco di problemi con il sonoro perché a Gaza ci sono ‘zanana’ 24 ore su 24, tutto il giorno.”
Il termine arabo “zanana” è usato dai palestinesi nella Striscia di Gaza per riferirsi al ronzio prodotto dai droni israeliani.
“Così abbiamo dovuto fare i conti con ‘zanana’ per tutti i film! Abbiamo avuto bisogno di un sound editor speciale per il missaggio, di filtri e programmi per risolvere questi problemi… ma ci siamo riusciti.”
Masharawi spiega come sia stato essenziale ridurre il rumore per sentire con chiarezza le parole dei partecipanti, ma senza toglierlo del tutto, “perché questa è la realtà”.
Ora il dialogo è perfettamente chiaro e udibile, ma i droni sono uno sfondo costante in quasi tutti i film, un ricordo agghiacciante della vita quotidiana sotto la minaccia dei bombardamenti.
Il team in Francia è anche intervenuto sulla correzione del colore e per le traduzioni: “Adesso abbiamo i sottotitoli in 11 lingue.”
Rashid ha fatto i complimenti a Laura Nikolov che è intervenuta alla serata di apertura del Film Festival Palestinese a Bristol per i suoi sforzi per coordinare gli eventi in tutto il mondo e in lingue diverse.
From Ground Zero è presentato in due sezioni: Parte I e Parte II. Ogni parte dura poco meno di un’ora e presenta 11 corti con una varietà di voci e creatori diversi.
La breve pausa intermedia serve per dare al pubblico il tempo di tirare il fiato prima di guardare la Parte II, data l’intensità delle riprese e la natura sconvolgente delle storie.
Interrogato sul benessere e la sicurezza dei registi ora Masharawi risponde con gravità:
“Due settimane fa uno dei cineasti ha perso otto familiari, lui è ancora vivo. Si chiama Wissam Moussa.”
Il commuovente corto di Moussa Farah and Miriam, rivela le esperienze di due ragazzine, una di loro rimasta intrappolata sotto le macerie per sei ore prima di essere salvata.
Un momento particolarmente toccante nel film è durante il corto di Etimad Washah, che segue un carretto tirato da una mula, simpaticamente soprannominato Taxi Wannisa, dal nome dell’animale che trasporta passeggeri in giro per Gaza.
Improvvisamente il film si interrompe e la regista si rivolge direttamente al pubblico: mentre era sul set ha ricevuto la notizia che il suo amato fratello Nassem era stato ucciso insieme a tutti i suoi figli.
Senza alcun motivo oramai di terminare il film con un finale di finzione, guarda direttamente nell’obiettivo e dice: “Posso solo finirlo con la mia testimonianza.” È un finale coraggioso, onesto e sorprendente.
L’ordine attentamente pensato e la cura dei film ti portano in un viaggio. Intervallati a profondo dolore e tristezza ci sono piccoli ma memorabili sprazzi di luce che nulla tolgono alla cupa realtà delle tenebre.
Resilienza, determinazione e risolutezza traspaiono in varie storie. Nidal Damo, uno stand-up comedian che ha fatto il film Everything Is Fine, resta spavaldo nonostante gli scioccanti massacri nel campo profughi di Nuseriat e dei dintorni: “Guerra o non guerra, mi faccio la doccia e vado in scena.”
Donne protagoniste
Il film di Hana Eleiwa intitolato No esplora, senza volersi scusare, la difficoltà di evitare un’altra storia di morte e devastazione.
“Cerco un soggetto che parli di gioia, felicità, speranza, amore e musica,” dice Eleiwa.
Chiaramente le donne giocano un ruolo prominente in From Ground Zero davanti e dietro la macchina da presa: una notevole proporzione dei film le vede protagoniste e ci sono 7 registe.
“Per me mostrare sette donne che fanno film in questa situazione, sotto i bombardamenti, era molto importante,” dice Masharawi, “perché in realtà le donne sono le più attive nella società, non solo nel cinema!
“Sono loro a proteggere la famiglia, a occuparsi del cibo, a non far mai spegnere il fuoco. Sono loro a salvare le vite della famiglia. Sono forti, potenti. Lo so per esperienza personale, perché sono stato a Gaza durante molte guerre, molte intifade… Conosco il ruolo delle donne e quindi per me le storie delle donne sono importanti.”
From Ground Zero è la dimostrazione di ciò che cineasti creativi e talentuosi possono ottenere nelle condizioni più avverse.
Tutti i film sono parti autonome, ma è impossibile non riconoscere quanto saranno importanti negli anni a venire come documenti, prove di ciò che è successo sul posto.
Mentre Israele bombarda e distrugge università, istituzioni d’arte e siti storici con continui atti di cancellazione della cultura, queste testimonianze cinematografiche saranno immortalate per sempre.
(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)


