Come può Israele essere antisemita e perché attacca gli ebrei?

Foto: Benjamin Cremel/AFP)
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Joseph Massad

27 dicembre 2024 – Middle East Eye

La caccia alle streghe filoisraeliana nei campus delle università nel mondo occidentale ha un obiettivo principale: eliminare qualsiasi distinzione tra ebraismo, popolo ebraico, sionismo e governo israeliano

La storia delle basi antisemite del sionismo è stata detta e ridetta e io ne ho scritto più volte su questa testata.

Essa include l’affinità ideologica tra le idee fondanti del sionismo e l’antisemitismo, secondo cui entrambi credono che gli ebrei europei non sono europei, ma un popolo orientale diverso.

Entrambi sostengono anche che gli ebrei non dovrebbero vivere tra gli europei cristiani, che essi sono effettivamente una razza e una nazione separate, o “un popolo a parte” come li descrisse il ministro degli Esteri britannico Arthur Balfour, antisemita, protestante, fondamentalista e sionista (1916-19).  

Le alleanze che sin dagli inizi il movimento sionista mediò con politici e regimi antisemiti europei per promuovere le proprie rivendicazioni sono una parte inseparabile della storia del movimento.

Tuttavia questa eredità del movimento sionista non è finita con la creazione di Israele nel 1948.

Al contrario la nuova colonia di insediamento sionista ne istituzionalizzò le basi antisemite, sostenendo che coloro che si opponevano a sionismo e antisemitismo israeliano, ebrei o gentili, erano i veri antisemiti, cosa che era più difficile da fare prima del 1948, poiché la maggioranza degli ebrei all’epoca era antisionista o non sionista.

Stato ‘ebraico’

Per prima cosa i sionisti decisero di chiamare la loro nuova colonia di insediamento “Israele”.

Poiché con “Israele” nella tradizione biblica ed ebraica ci si riferisce ai discendenti di Giacobbe, o popolo ebraico, chiamando il Paese “Israele” si volevano identificare tutti gli ebrei con lo Stato di Israele.

Ciò facendo chiunque si degnasse di criticare Israele verrebbe accusato di attaccare e criticare tutti gli ebrei nella loro totalità e non il governo israeliano e le sue istituzioni razziste.

Secondo, un’altra indicazione è il rifiuto di Israele nel 1948 di promulgare ufficialmente una “Dichiarazione di Indipendenza”, anche se i suoi propagandisti si riferiscono disinvoltamente alla “Dichiarazione dell’istituzione dello Stato di Israele” ufficiale come alla “Dichiarazione di Indipendenza”.

La “Dichiarazione dell’istituzione dello Stato di Israele” fu chiamata così dopo che le proposte di chiamarla “Dichiarazione di Indipendenza” furono respinte dai leader sionisti.

Meir Wilner, sionista e delegato del Partito Comunista Palestinese, propose di dichiarare lo Stato “sovrano e indipendente”, ma il suo emendamento fu respinto.

Tali proposte furono fermamente respinte a favore di dichiarare semplicemente lo Stato “ebraico”.

Questo veemente rifiuto dipendeva dal proposito principale del sionismo, ossia che lo Stato che si voleva avrebbe rappresentato “il popolo ebraico” in tutto il mondo e non solo i coloni ebrei della Palestina.

Dichiarare lo Stato “indipendente” avrebbe sottinteso che era indipendente dal mondo ebraico e perciò che era uno Stato “israeliano” non uno Stato “ebraico”.

Poiché i leader di Israele pretesero che il movimento sionista continuasse le proprie attività coloniali di insediamento anche dopo l’istituzione di Israele, mentre la maggioranza degli ebrei continuava come oggi a vivere fuori da Israele, dichiarare l’”indipendenza” del Paese avrebbe potuto impedirgli di farlo.

Tali motivi sarebbero stati resi espliciti in dibattiti successivi sul rifiuto di chiamare ufficialmente lo Stato “indipendente”.

Terzo, Israele insistette nella Dichiarazione e in seguito che la sola istituzione dello Stato non era nell’interesse degli obiettivi del movimento sionista, a cui molti ebrei si erano sempre opposti, ma piuttosto che la creazione di uno Stato ebraico era “il diritto naturale del popolo ebraico di essere padrone del proprio destino, come tutte le altre nazioni, nel proprio Stato sovrano”.

Ancora una volta Israele coinvolge tutti gli ebrei, che non rappresenta, nella fondazione della propria colonia di insediamento sulla terra dei palestinesi. Perciò se qualcuno si opponesse a questo cosiddetto “diritto naturale del popolo ebraico”, tale persona sarebbe nient’altro che un virulento antisemita.

In tal modo Israele si è arrogato il diritto di rappresentare in tutto il mondo gli ebrei che non gli hanno mai accordato tale mandato.

Tutte le potenze europee e gli USA, che non permisero agli ebrei in fuga dai nazisti di rifugiarsi nei propri Paesi, riconobbero la nuova affermazione dello Stato di Israele di rappresentare tutti gli ebrei. Questa decisione li assolveva dalla responsabilità di accogliere centinaia di migliaia di rifugiati ebrei dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Gli ebrei della diaspora

L’affermazione di rappresentare e parlare a nome di tutti gli ebrei ha indignato gli ebrei non sionisti e anti-sionisti, e persino alcuni filosionisti in Europa e negli USA, che insistettero che il movimento sionista e Israele stavano fornendo pretesti agli antisemiti che accusavano gli ebrei di doppia lealtà come conseguenza di quest’affermazione israeliana.

I leader ebrei americani erano molto preoccupati precisamente per quest’affermazione pericolosamente antisemita da parte Israele.

Nel 1950 Jacob Blaustein, presidente della Comitato Ebraico Americano, firmò un accordo con David Ben-Gurion, primo ministro di Israele, per chiarire la natura dei rapporti fra Israele e gli ebrei americani.

Nell’accordo Blaustein dichiarò che quello statunitense non era un “esilio” ma piuttosto una “diaspora” e insistette che lo Stato di Israele non rappresentava formalmente la diaspora degli ebrei nel resto del mondo.

Blaustein aggiunse che Israele non avrebbe mai potuto essere un rifugio per gli ebrei americani. Egli sottolineò che, anche se gli USA avessero smesso di essere un Paese democratico e gli ebrei americani fossero stati costretti a “vivere in un mondo in cui fosse possibile che venissero scacciati dall’America a causa di una persecuzione”, tale mondo, insistette, contrariamente alle affermazioni israeliane, “non sarebbe stato un mondo sicuro neppure per Israele “.  

Da parte sua Ben-Gurion, soggetto alla pressione dei leader ebrei americani, dichiarò che gli ebrei americani erano cittadini a pieno titolo degli USA e dovevano essere leali solo a essi: “Non devono nessuna lealtà politica a Israele.”

L’accordo fra Israele e il Comitato degli Ebrei Americani stabilì che “Israele, da parte sua, riconosceva la lealtà degli ebrei americani agli Stati Uniti. [Lo Stato di Israele] non si sarebbe neppure immischiato negli affari interni degli ebrei della diaspora. C’era bisogno di persone che scegliessero di fare aliyah e sarebbero stati accolti calorosamente, ma quelli rimasti in America non sarebbero stati denigrati in quanto ‘esiliati.’ Né gli ebrei americani né quelli israeliani avrebbero parlato a nome degli altri.”

Accusati di ‘odiare sé stessi ‘

Gli israeliani non mantennero a lungo la posizione di Ben-Gurion.

Dopo la guerra del giugno 1967 e la conquista e occupazione da parte di Israele dei territori di tre Paesi arabi confinanti, Israele iniziò a chiedere che tutta la comunità ebraica mondiale sostenesse le sue politiche e che doveva farlo acriticamente.

Se non avessero seguito le sue istruzioni sarebbe stato a causa del fatto che non erano veramente ebrei, una posizione che fu espressa in modo molto chiaro da Abba Eban, il noto ministro degli Esteri israeliano, nato in Sudafrica.

Nel 1972 alla conferenza annuale in Israele sponsorizzata dal Congresso degli Ebrei Americani, Eban espose la nuova strategia: “Sia ben chiaro: la Nuova sinistra è causa e origine del nuovo antisemitismo… la distinzione fra antisemitismo e anti-sionismo non è per niente una distinzione. L’anti-sionismo è semplicemente il nuovo antisemitismo.”

Ci sarebbero voluti alcuni decenni prima che questa formula elaborata da Eban diventasse politica ufficiale non solo in Israele, ma in tutto il mondo occidentale.

Se nella conferenza del 1972 i critici non ebrei furono bollati come antisemiti, Eban descrisse due critici di Israele, ebrei americani, ossia Noam Chomsky e I.F. Stone, come affetti dalla sindrome “del senso di colpa dell’ebreo sopravvissuto “.

I loro valori e ideologie, e con questo egli intendeva il loro anti-colonialismo e anti-razzismo, “sono in conflitto e collidono con il nostro mondo di valori ebraici”.

L’equiparazione di Eban delle politiche razziste e coloniali israeliane con la tradizione e i valori ebraici erano parte integrale del coinvolgimento sionista di tutti gli ebrei nelle azioni e ideali di Israele.

Ma anche la scioccante scomunica di Eban di Chomsky e Stone dalla tradizione ebraica oggi sembra blanda se paragonata a quanto aggressivi la burocrazia israeliana e i suoi sostenitori in Occidente sono diventati da allora nel dichiarare gli ebrei critici di Israele, per non parlare degli ebrei anti-sionisti o non-sionisti, come “ebrei che odiano sé stessi ” o come antisemiti.

Un esempio significativo è prendere di mira negli ultimi due decenni studenti e educatori ebrei, deridendoli ed escludendoli nei campus dei college da parte dei sostenitori di Israele, ebrei e non, etichettandoli come “ebrei che odiano sé stessi” o ebrei ” complici con gli antisemiti” perché hanno criticato Israele o perché sostenitori dei diritti dei palestinesi.

Affermazioni filoisraeliane

I sostenitori di Israele hanno attaccato incessantemente come “odiatori di sé stessi” i docenti ebrei che hanno criticato Israele.

Alcuni sono inorriditi che ci sia “un numero ancora più vasto di ebrei che odiano sé stessi ” fra quelli che loro accusano di antisemitismo perché sostengono il movimento del Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni.  

Neanche i rabbini sionisti critici delle politiche israeliane sono stati immuni e sono stati etichettati come “odiatori di sé stessi”, così come consiglieri di alto livello della Casa Bianca che sono convinti sostenitori di Israele, ma che il primo ministro di Israele ha descritto come “odiatori di sé stessi” quando hanno chiesto a Israele di “congelare” la costruzione di insediamenti coloniali nei territori occupati.

Eppure i sostenitori di Israele, come l’accademico americano Daniel J. Elazar, sostengono che Israele “fu fondato basandosi su valori ebraici”, un’affermazione che equipara i principi coloniali dello Stato israeliano con l’ebraismo e l’identità ebraica, un parallelo palesemente antisemita.

L’identificazione di valori e politiche di Israele come “ebraici”, o la convinzione che le sue politiche siano messe in atto in difesa del popolo ebraico, va al di là dei suoi sostenitori ebrei americani. Molti fondamentalisti cristiani americani sostengono Israele proprio perché è “ebraico”.

Queste affermazioni israeliane e filoisraeliani ora sono state adottate in toto dall’establishment politico americano come verità assolute ed è ciò che ha permesso al presidente USA Donald Trump di dire agli ebrei americani a una celebrazione di Hanukkah alla Casa Bianca nel dicembre 2018 che il suo vice presidente aveva un grande affetto per il “vostro Paese”.

Israele non ha obiettato che nell’aprile 2019 Trump dicesse a un altro gruppo di ebrei americani che Netanyahu è “il vostro primo ministro”, né l’ha fatto il suo governo.

Trump non è il solo

La strategia del presidente Joe Biden per combattere l’antisemitismo include “l’incrollabile impegno (americano) al diritto dello Stato di Israele ad esistere, alla sua legittimità e alla sua sicurezza. In aggiunta noi riconosciamo e celebriamo i profondi legami storici, religiosi, culturali e altri che molti ebrei americani e altri americani hanno con Israele”.

Affermazioni come queste parlano in generale riguardo a tutti gli ebrei americani ignorando coloro che non hanno legami “profondi”, o persino superficiali, con Israele, o i cui legami non li spingono a sostenere le affermazioni di Israele sugli ebrei o le sue politiche verso i palestinesi.

Piuttosto che combattere l’antisemitismo, tale identificazione degli ebrei americani con Israele ribadisce le reiterate opinioni sugli ebrei di sionisti, israeliani, cristiani ed evangelici americani che molti ebrei americani contestano.

Le affermazioni secondo cui tutti gli ebrei americani sostengono Israele acriticamente e che tale sostegno è intrinseco all’identità ebraica non sono altro che classiche generalizzazioni antisemite.

L’identità ebraica, come tutte le identità, è plurale e varia sia per religione che etnia, oltre che geograficamente, culturalmente ed economicamente.

Formula antisemita

Oggi un crescente numero di ebrei americani si sta staccando da Israele, dal suo regime ebraico suprematista e dai suoi crimini coloniali.

Essi sono presi di mira per le loro posizioni politiche da lobby filoisraeliane e diffamati come “odiatori di sé stessi “.

Tuttavia non sono i critici di Israele, ebrei e non, che non riescono a distinguere fra ebraismo e sionismo. Al contrario essi insistono vigorosamente su tale separazione.

Anzi, coloro che guidano la campagna della destra filoisraeliana nei campus statunitensi ed europei hanno stabilito un obiettivo principale, condiviso dal governo israeliano, per la loro caccia alle streghe ad oltranza: eliminare ogni distinzione fra ebraismo, popolo ebraico, sionismo e governo israeliano.

È proprio lo stesso obiettivo su cui i fondatori di Israele insistettero e pianificarono quando chiamarono la loro colonia di insediamento “Israele”. Il movimento storico che va dal forzato riconoscimento nel 1950 di Ben-Gurion che gli ebrei americani non avevano nessun debito di lealtà verso Israele, al consenso ufficiale israeliano dopo il 1967 e all’insistenza antisemita del regime di Netanyahu che “l’antisionismo è antisemitismo” è ora completo.

Questa formula antisemita è ora stata adottata dagli USA (incluso il Congresso e Trump), insieme ai funzionari britannici ed europei. L’obiettivo attuale è costringere le università, il movimento degli studenti, le istituzioni culturali e i media, in sostanza tutti, a sottoscrivere tale formula antisemita, altrimenti….

I critici di Israele, ebrei e gentili, non accetteranno.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

Joseph Massad è professore di politiche moderne e storia intellettuale del mondo arabo alla Columbia University, New York. È autore di molti libri e articoli accademici e giornalistici. Tra i suoi libri ricordiamo: Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan [Effetti coloniali: la costruzione dell’identità nazionale in Giordania]; Desiring Arabs [Arabi desideranti]; The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians [La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e sui palestinesi], e più recentemente Islam in Liberalism [L’Islam nel pensiero liberale]. I suoi libri sono stati tradotti in dodici lingue.

(traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)