Ori Goldberg
15 giugno 2025 al Jazeera
Non c’è nulla di preventivo nell’attacco israeliano alle infrastrutture e ai funzionari militari e civili iraniani
Mentre il conflitto tra Israele e Iran entra nel suo terzo giorno [alla data dell’articolo, ndt.], le vittime da entrambe le parti aumentano. Almeno 80 persone sono state uccise in Iran e almeno 10 in Israele. Nonostante la letale risposta dell’Iran, i funzionari israeliani hanno continuato a insistere sulla necessità di attaccare diverse strutture nucleari e militari iraniane. Molte ragioni sono state date al pubblico israeliano, ma nessuna spiega il vero motivo per cui il governo israeliano ha deciso di sferrare un attacco unilaterale e immotivato.
Il governo israeliano sostiene che l’attacco sia stato “preventivo”, volto a fronteggiare l’immediata e ineluttabile minaccia da parte dell’Iran di costruire una bomba nucleare. Non sembrano esserci prove a sostegno di questa affermazione. L’attacco israeliano è stato indubbiamente pianificato meticolosamente da molto tempo. Un attacco preventivo deve includere un elemento di autodifesa, che a sua volta sia generato da un’emergenza. Nessuna emergenza del genere sembra essersi verificata. Israele ha inoltre affermato che tale emergenza fosse contenuta nel rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) del 12 giugno, che condannava l’Iran per sostanziali violazioni agli impegni del Trattato di Non Proliferazione delle Armi Nucleari (TNP) sino ai primi anni 2000. Ma persino l’AIEA sembra respingere tale affermazione. Non c’era nulla nel rapporto che non fosse già noto alle parti interessate.
Il governo israeliano ha anche detto, precisamente in relazione al concetto di attacco “preventivo”, di mirare a “decapitare” il programma nucleare iraniano. Studiosi e politici sono generalmente concordi sul fatto che Israele non avrebbe la capacità di fermare il programma, soprattutto se tentasse di portare a termine un attacco del genere da solo. La natura della campagna in corso sembra anche indicare che Israele non abbia mai avuto l’intenzione di annientare le attività nucleari iraniane. L’esercito israeliano ha bombardato vari obiettivi militari e governativi, da basi missilistiche a un giacimento di gas a un deposito di petrolio. Ha anche compiuto una serie di omicidi contro alti vertici militari iraniani. Ali Shamkhani, ex ministro della Difesa e stretto consigliere della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, era tra gli obiettivi e si dice che sia stato ucciso, sebbene i media ufficiali e il governo iraniano non abbiano ancora confermato ufficialmente la sua morte [dopo la pubblicazione dell’articolo è comparso in televisione, ndt.]. Si ritiene che Shamkhani fosse una figura di spicco nei colloqui con gli Stati Uniti degli ultimi mesi.
Il suo assassinio, insieme agli altri, riflette un tipico modus operandi israeliano. Israele cerca spesso di “eliminare” persone specifiche nella speranza che la loro morte porti al collasso dei sistemi e delle istituzioni che guidano. La mossa di uccidere Shamkhani può essere interpretata come un tentativo di sabotare i colloqui tra Iran e Stati Uniti. In tutti i casi gli assassinii sembrano indicare anche l’esistenza di un piano dettagliato per dimostrare la potenza di Israele a tutti i livelli della vita governativa e delle pratiche ufficiali iraniane. Non si tratta di una “decapitazione” del programma nucleare iraniano.
Una terza ipotesi è che Israele abbia in mente l’avvio di un “cambio di regime” a Teheran. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu lo ha detto apertamente quando ha invitato il “fiero popolo iraniano” a battersi per la propria “libertà da un regime malvagio e repressivo”.
L’ipotesi che gli iraniani vogliano davvero obbedire a Israele che li bombarda incessantemente e unilateralmente sembra analoga all’idea che se Israele affama e stermina i palestinesi di Gaza in misura sufficiente essi si rivolteranno contro Hamas e lo rimuoveranno dal potere.
Anche se così fosse, presumere che gli iraniani aspettino solo un attacco israeliano per abbattere il regime dimostra una profonda mancanza di comprensione delle forze che guidano la politica iraniana. Anche se molti iraniani si oppongono indubbiamente alla Repubblica Islamica, gli iraniani di ogni orientamento politico sono invariabilmente “patriottici”, impegnati a sostenere la sovranità e l’indipendenza dell’Iran contro qualsiasi tentativo da parte di elementi esterni di imporre i propri programmi al Paese.
In effetti, proprio come molti israeliani che si definirebbero critici intransigenti di Netanyahu si sono messi sull’attenti all’inizio dell’attacco israeliano e ora sostengono apertamente il governo, in particolare i membri dell'”opposizione” parlamentare, allo stesso modo numerosi oppositori della Repubblica Islamica si stanno ora schierando sotto la bandiera a sostegno della sovranità violata dell’Iran. Affermare che Israele stia semplicemente “gettando le basi” per una ribellione popolare iraniana con il suo attacco è, nella migliore delle ipotesi, una cinica manipolazione. Israele non ha colpito l’Iran per queste ragioni. Quindi, cosa lo ha spinto ad attaccare? Nel mezzo della campagna genocida a Gaza, Netanyahu è pienamente consapevole che il suo governo sta esaurendo le opzioni. La comunità internazionale, così come gli alleati regionali, hanno iniziato a criticare apertamente Israele. Alcuni si sono anche preparati ad adottare misure unilaterali come il riconoscimento in massa dello Stato palestinese.
Il mandato di arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu è incombente e la decisione della Corte Internazionale di Giustizia sulla illegalità dell’occupazione israeliana è in attesa di essere applicata. Israele e il suo esercito hanno continuato a compiere massacri, lo hanno negato e si è scoperto che hanno mentito.
Non c’è dubbio che Netanyahu abbia pianificato l’attacco all’Iran da anni, aspettando il momento giusto. Questo momento è arrivato venerdì. È un disperato tentativo di raccogliere il sostegno del mondo intorno a Israele, mentre il mondo si prepara invece a negargli l’assoluta impunità di cui ha goduto fin dalla sua creazione.
L’Iran è ancora considerato una potenziale minaccia da molte delle principali potenze del Nord del mondo. Invocando i noti luoghi comuni associati alla letale e unilaterale azione israeliana, dalle promesse divine all’Olocausto, Netanyahu spera di ristabilire lo status quo: Israele può ancora fare ciò che vuole.
Questa è l’usuale definizione di “sicurezza” di Israele, il principio più sacro del suo essere. È la genesi apparentemente apolitica dell’israelianità, il luogo interamente dedicato alla supremazia ebraica, che è l’unico modo “reale” per garantire l’integrità delle vite degli ebrei. “Sicurezza” significa che Israele può uccidere chiunque voglia per tutto il tempo che vuole, ovunque e in qualsiasi momento, senza pagare alcun prezzo per le sue azioni. Questa “sicurezza” è ciò che ha motivato le azioni di Israele da Gaza allo Yemen, dal Libano alla Siria e ora in Iran. Un tale “regime di sicurezza” deve espandersi di continuo, ovviamente. Non può mai fermarsi. Colpendo l’Iran, Netanyahu ha rischiato tutto, rivendicando la completa e assoluta impunità per Israele e per se stesso, all’Aja e nei tribunali nazionali.
Sarà questa la salvezza di Netanyahu? La società israeliana lo perdonerà per i suoi abietti fallimenti in patria e i suoi orribili eccessi a Gaza? Considerando l’attuale impressione di giubilo nel dibattito pubblico israeliano, potrebbe essere proprio così. Le lunghe file davanti a ogni negozio aperto, dai ferramenta agli alimentari, dimostrano che gli israeliani sono entrati in modalità sopravvivenza. Una cittadinanza docile può essere un vantaggio per Netanyahu, ma è un presagio negativo per qualsiasi tentativo di costruire e difendere una società israeliana sana.
Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.
L’opinionista israeliano Ori Goldberg ha conseguito un dottorato di ricerca in studi mediorientali con specializzazione in affari iraniani. È un ex professore universitario e consulente per la sicurezza nazionale. Oggi è analista e commentatore indipendente.
(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)


