Come gli israeliani hanno fatto del negazionismo un’arte

Manifestazione contro la guerra e la crisi umanitaria di israeliani da un ponte sull'autostrada il 15 agosto 2025. Foto: Jamal Awad/Flash90
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Ron Dudai*

22 Agosto 2025, +972 Magazine

Mentre gli abitanti di Gaza documentano le uccisioni di massa e la carestia in tempo reale, gran parte della società civile israeliana reagisce dicendo “È tutto falso. E se lo meritano”

Dieci anni fa, durante gli ultimi giorni delle manifestazioni settimanali di protesta congiunte di palestinesi ed ebrei contro la costruzione da parte di Israele del muro di separazione nel villaggio di Al Ma’asara in Cisgiordania, uno dei rituali con cui aprivamo la manifestazione era un discorso di Mahmoud, un leader della comunità locale. Con il telefono in mano diceva: “Non ci sarà un’altra Nakba, perché adesso abbiamo questo. Abbiamo gli smartphone. Abbiamo Facebook. Proveranno a cacciarci via di nuovo, ma tutti potranno vederlo e fermarlo. Nel 1948 non avevamo gli smartphone, non c’era Facebook. Ora non succederà”.

Ripeteva questo mantra ogni venerdì, agli attivisti vicino a lui, ai soldati di fronte a noi, e a sé stesso. In quel momento suonava rassicurante. Ma si sbagliava.

Il genocidio in corso a Gaza da parte di Israele è forse l’atrocità documentata in maggior dettaglio nella storia recente, sia in termini della semplice quantità di prove documentali sia per la velocità con cui viene diffusa. Gli smartphone e i social media, che ancora erano di là da venire al momento dei genocidi in Bosnia e Rwanda, permettono di catturare gli eventi nel momento in cui accadono, da innumerevoli angolazioni, e di condividerli globalmente in tempo reale, mentre i media tradizionali ancora giocano un ruolo di supporto non indifferente.

E tuttavia, di fronte al flusso infinito di immagini e video di civili morti, di bambini scheletrici, di interi quartieri ridotti in macerie, gran parte del pubblico israeliano, e una parte significativa dei sostenitori di Israele all’estero, reagiscono in uno dei due modi: o è tutto falso oppure i gazawi se lo meritano. Spesso, paradossalmente, entrambe le cose: “Non ci sono bambini morti a Gaza, e abbiamo fatto bene a ucciderli”.

Una nuova era di negazione

La negazione delle atrocità è un fenomeno globale, ma la società israeliana l’ha trasformato in una specie di arte. Non è affatto una coincidenza che una delle opere più importanti sull’argomento Stati di negazione. La rimozione del dolore nella società contemporanea (Carocci 2002) del sociologo Stanley Cohen fosse ispirato alla sua esperienza personale di attivista per i diritti umani in Israele durante la Prima Intifada alla fine degli anni 1980.

Sulla base della sua esperienza Cohen descrive un repertorio di negazione utilizzato sia dagli Stati che dalle società: “non è successo” (non abbiamo mai torturato nessuno); “quello che è successo è qualcos’altro” (non si trattava di tortura ma di “moderata sollecitazione fisica”); “non c’erano alternative” (il pericolo imminente ha reso la tortura un male necessario).

In Israele questa logica ha le sue radici nel mito della “purezza delle armi” (la convinzione che Israele agisca solo per autodifesa) e la vecchia mentalità “spara e piangi” (il concetto che gli israeliani possono commettere violenze ma che, nonostante ciò, mantengono un primato morale perché poi se ne dolgono). Ma per quanto aberrante possa essere questa disposizione mentale purtuttavia essa poggia su due importanti presupposti: che le atrocità come la tortura, l’uccisione di civili, e il trasferimento forzato siano essenzialmente sbagliati e che quindi richiedano una giustificazione o debbano essere nascosti; e che la documentazione o lo svelamento della verità abbiano valore, anche solo come ostacoli da aggirare.

Per quanto ripugnante, l’ipocrisia insita nel mito della “purezza delle armi” ha una sua utilità: lascia spazio, per quanto poco, ad una sua correzione. Quando la distanza tra retorica e realtà viene svelata può provocare imbarazzo e perfino spingere al cambiamento. In un mondo come questo le immagini catturate da uno smartphone e condivise immediatamente possono davvero avere un peso.

Ma non è questo il mondo in cui oggi viviamo. In Israele l’istinto a liquidare qualsiasi documentazione da Gaza come “fake news” è stato assorbito nel discorso dominante, a partire dai principali esponenti politici e fino ai commentatori anonimi nei siti di notizie. Questo riflesso è radicato nella mentalità complottista importata dagli ambienti della destra statunitense, proprio come la retorica dello “Stato profondo” del presidente Donald Trump è diventata una delle preferite del primo ministro Benjamin Netanyahu e dei suoi sostenitori.

Uno dei principali apostoli di questo stile di negazione è il personaggio mediatico di estrema destra Alex Jones. Nel 2012, quest’alleato di lungo corso di Trump sosteneva che la sparatoria nella scuola elementare Sandy Hook, nella quale 20 studenti e sei adulti erano stati assassinati, era una messa in scena. Nonostante le prove schiaccianti, Jones insisteva che tutti i video del massacro, i genitori in lutto, perfino i corpi delle vittime, erano falsi, tutto parte di una cospirazione del partito Democratico per sabotare il diritto degli americani a portare armi.

Questo tipo di discorso ha iniziato a insinuarsi nella società israeliana anche prima del 7 ottobre, prima online e poi in luoghi di dibattito ufficiali. E più la guerra si è trascinata più si è diffuso, spesso diventando un riflesso condizionato: il video di un genitore palestinese che culla il corpo di un neonato? “Attori con una bambola”. Foto di civili uccisi da soldati israeliani? “Generate dall’intelligenza artificiale, manipolate, o prese altrove”. E così via, all’infinito.

Questa retorica è stata spesso affiancata al termine “Pallywood”, una parola composta a significare “Hollywood palestinese”. Importata dagli ambienti della destra statunitense all’inizio degli anni 2000, suggerisce che le immagini di palestinesi sofferenti non sono reali, ma parte di un’elaborata industria cinematografica: una vasta cospirazione a cui collaborano i palestinesi, le organizzazioni per i diritti umani e i media internazionali per inventarsi atrocità.

In una precedente era di negazione di atrocità perlomeno l’affermazione che si trattava di messe in scena erano per lo meno elaborate. Molti ancora ricordano il caso di Muhammad Al Durrah, il dodicenne ucciso a Gaza nel settembre del 2000, la cui morte diventò il simbolo della Seconda Intifada. Gli israeliani e i loro sostenitori investirono immense risorse per tentare di screditare il filmato: centinaia di ore di analisi, inchieste, perfino documentari, che passavano al setaccio angolazioni di ripresa, balistica e dettagli forensi per sostenere che l’intero episodio fosse una messa in scena.

Oggi, non c’è più bisogno di simili sforzi per negare. Le complicate teorie complottiste del passato sono state sostituite da una forma più grezza di negazionismo che gli studiosi chiamano “cospirazionismo”, il rifiuto istintivo di qualsiasi prova che contraddica i propri interessi, considerandola falsa. La documentazione è liquidata con una singola parola: “Falsa”.

Post-verità, post-vergogna

Prendete, ad esempio, l’evidenza incontrovertibile della carestia a Gaza. La logica è dolorosamente semplice: una popolazione sotto assedio, i cui mezzi di autosufficienza sono stati completamente distrutti sarà inevitabilmente ridotta alla fame. Tuttavia in Israele, dai commentatori online ai più alti esponenti governativi, la reazione istintiva è sempre la stessa: “è tutto falso”.

Netanyahu ha parlato di “percezione di una crisi umanitaria” presumibilmente creata da “foto messe in scena o manipolate abilmente” distribuite da Hamas. Il ministro degli esteri Gideon Sa’ar ha liquidato le immagini di bambini scheletrici come “realtà virtuale” citando la presenza di adulti “ben nutriti” vicino a loro. L’esercito ha sostenuto che Hamas stava riciclando immagini di bambini yemeniti o creando dei falsi generati dall’intelligenza artificiale. Il giornalista di Ynet Itamar Eichner, altrimenti fortemente critico nei confronti del governo, ha espresso lo stesso sentimento: “Loro [i palestinesi] sanno che le foto dei bambini affamati sono un punto debole. È probabile che le foto siano una messinscena, e i bambini potrebbero essere ammalati di qualcos’altro”.

Il bambino Yazan Abu Foul di due anni in braccio ala madre il 19 luglio 2025 Foto Yousef Zaanoun/Activestills

Questo schema negazionista compare anche nel discorso accademico. Una recente relazione del Centro di studi strategici Begin-Sadat dell’università Bar-Ilan, “Smentire le accuse di genocidio: una nuova analisi della guerra tra Israele e Hamas (2023-2025)”, contiene una sezione intitolata “Fonti false e altre generate dall’IA”.

Nonostante Ie prove documentate di atrocità siano sempre state contrastate con rifiuti e dinieghi, la situazione oggi è completamente diversa. Nell’era della “post-verità”, una combinazione di massimo sospetto e manipolazione dell’IA, l’erosione della fiducia nei media istituzionali e il crollo delle difese democratiche ha reso l’istinto di gridare al “falso” riguardo a qualsiasi cosa non sia di proprio gradimento più diffuso e potente di quanto non lo sia mai stato.

Nel frattempo, il comprensibile rifiuto da parte della grande maggioranza dei media israeliani di mostrare cosa davvero sta succedendo a Gaza significa che anche quando alcune immagini riescono alla fine a raggiungere il pubblico la reazione è spesso poco più che una scrollata di spalle o un rifiuto collettivo. Tuttavia, quasi ogni volta quella scrollata di spalle è accompagnata da “se lo meritano”, e la negazione e la giustificazione si intrecciano in quello che può sembrare un paradosso ma che in realtà riflette le due facce della stessa medaglia.

Il ministro del patrimonio culturale Amichai Eliyahu ha recentemente dichiarato: “Non c’è carestia a Gaza, e quando vi mostrano fotografie di bambini che muoiono di fame guardate con attenzione, ne vedrete sempre uno grasso lì vicino, che mangia bene. È tutta una messinscena”. Nella stessa intervista ha dichiarato: “Non c’è nessuna nazione che dà da mangiare ai suoi nemici. Avete perso la testa? Il giorno in cui restituiranno gli ostaggi là nessuno più soffrirà la fame. Il giorno in cui uccideranno i terroristi di Hamas nessuno soffrirà più la fame”.

Dopo vent’anni di assedio, durante i quali noi israeliani abbiamo tentato di toglierci dalla vista e dal pensiero Gaza e i suoi due milioni di residenti palestinesi, il massacro del 7 ottobre ha riportato brutalmente in piena vista quello che avevamo tentato di dimenticare. Forse è stato allora che queste due reazioni, “falso” e “se lo meritano” hanno trovato piena convergenza. La prima al servizio dell’immagine che vogliamo avere della nostra nazione (“i nostri figli non stanno commettendo atrocità”) e delle richieste della hasbara, la propaganda israeliana, per guadagnare tempo sulla scena internazionale. La seconda è una reazione cruda, viscerale, al dolore e all’umiliazione dell’essere stati colpiti da coloro che a lungo abbiamo considerato come esseri inferiori. Insieme, si sono fuse in una reazione che prevale su qualsiasi appello alla moralità, non richiede sospensioni e non esige scuse.

E qui sta la seconda sfida alla convinzione che gli smartphone e i social network possano fermare le atrocità. La lotta per i diritti umani si era sempre basata sul presupposto che documentare gli abusi avrebbe esposto i perpetratori alla “vergogna,” inducendoli a cambiare il loro comportamento. Ma cosa succede quando i perpetratori non provano più vergogna, e apertamente non prendono in alcuna considerazione la censura morale e perfino la stessa idea di verità? In questo caso la documentazione e la distribuzione, per quanto rapida o diffusa, perdono il loro potere.

In effetti, come hanno dimostrato i rapporti sui diritti umani e le istanze presentate davanti ai tribunali internazionali negli ultimi due anni, i leader militari, politici e culturali di Israele ora ammettono apertamente, di volontà propria, quello che in altre circostanze i gruppi per i diritti umani avrebbero cercato disperatamente di provare.

Dopo decenni di negazione della Nakba, in cui la parola stessa era stata bandita, i legislatori israeliani ora dichiarano orgogliosamente che Israele sta conducendo una seconda Nakba a Gaza. Mentre una volta i volontari dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem dovevano filmare dettagliatamente le atrocità commesse in Cisgiordania, solo per ricevere in risposta una scusa dopo l’altra, come ad esempio che gli incidenti erano stati “presi fuori contesto”, oggi gli stessi soldati israeliani registrano le violazioni dei diritti umani e li caricano sui loro social media senza esitazione.

Siamo assistendo al collasso del ciclo tradizionale di svelamento, negazione e conferma. In una tale realtà a cosa servono gli smartphone e i social media?

Crepe nel muro

Mentre i benefici della documentazione delle atrocità sono molto minori di quello che avevamo sperato in passato, sono ancora significativi. Mentre scrivo, sembra che le reazioni istintive “falso” e “se lo meritano” stiano finalmente incontrando degli ostacoli consistenti.

Di fronte alle abbondanti e implacabili prove della carestia a Gaza, le grida di “falso” stanno diventanto sempre più frenetiche e disperate. Sembra che le feroci calunnie, ripetute continuamente nei discorsi degli israeliani, che un bambino di Gaza che soffre di una malattia preesistente in qualche modo assolve Israele dalla responsabilità di farli morire di fame non riescano più a fermare la consapevolezza crescente in Israele della sofferenza palestinese, e della sua fondamentale ingiustizia.

Le arrampicate sugli specchi ora consuete nelle argomentazioni israeliane, che sì è vero che c’è una carestia ma che è colpa di Hamas; che si tratta di una conseguenza non voluta della guerra; che il mondo è ipocrita perché non tratta nello stesso modo la carestia in Yemen; ci riportano tutte alle negazioni descritte da Stanley Cohen. Ma suggeriscono anche qualcos’altro: la titubante riapparizione dell’imbarazzo, e forse perfino della vergogna, almeno in alcuni segmenti della popolazione israeliana.

Ciò che sembra aver contribuito a questo cambiamento sono, da una parte, le reazioni della comunità internazionale alla carestia, e dall’altra, la possibilità di ammettere la carestia senza implicare direttamente i soldati e i piloti (“i nostri figli migliori”). Tuttavia, un ruolo l’ha giocato anche il semplice accumulo di fotografie e documentazione incontrovertibile da Gaza. La persistenza di individui e organizzazioni nel documentare e riferire, da dentro e fuori Gaza, e nel validare e far circolare questo materiale in Israele e in tutto il mondo ha avuto infine un impatto.

Ma il piano israeliano di occupare la Striscia di Gaza e trasferire forzatamente i suoi residenti in quello che potrebbe essere considerato un campo di concentramento prima della loro espulsione permanente dalla Striscia rischia di trasformare qualcosa di già disastroso in qualcosa di ancora peggiore. La domanda è se il pubblico israeliano si ritirerà ulteriormente nella negazione o se sarà costretto a fare finalmente i conti con la realtà.

* Ron Dudai è Professore associato al Dipartimento di sociologia e antropologia dell’Università Ben-Gurion del Negev.

[traduzione dall’inglese di Federico Zanettin]