A Gaza Israele sta portando avanti un olocausto. La denazificazione è la nostra unica via d’uscita.

Coloni manifestano al confine con Gaza per l'insediamento di colonie nella Striscia il 30 luglio 2025. Foto: Tsafrir Abayov/Flash90
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Orly Noy

18 settembre 2025 – +972 Magazine

La mortale supremazia etnica insita nella società israeliana ha un’origine più profonda di Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich. Deve essere affrontata alla radice.

Gaza City è avvolta dalle fiamme, mentre dopo settimane di bombardamenti incessanti l’esercito israeliano lancia la sua offensiva di terra da tempo minacciata. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, già sottoposto a un mandato di arresto internazionale per sospetto di crimini contro l’umanità, ha descritto quest’ultimo assalto come un'”operazione intensificata”. Vi esorto a guardare le immagini in streaming da Gaza e a capire cosa significa veramente questo eufemismo.

Guardate negli occhi le persone in preda a un terrore senza pari nemmeno nei momenti più bui di questo genocidio in corso da due anni. Osservate le file di bambini coperti di cenere che giacciono sul pavimento intriso di sangue di quello che un tempo era un centro medico, alcuni a malapena vivi, altri che piangono di dolore e paura, mentre mani disperate cercano di confortarli o di curarli con le scorte mediche rimaste. Ascoltate le urla delle famiglie in fuga senza un posto dove rifugiarsi. Osservate i genitori che perlustrano l’inferno alla ricerca dei loro figli; arti che sporgono da sotto le macerie; un paramedico che culla una bambina immobile, implorandola invano di aprire gli occhi.

Ciò che Israele sta facendo a Gaza City non è il tragico esito di una perdita di controllo degli eventi, ma un atto di annientamento ben calcolato, eseguito a sangue freddo dall'”esercito del popolo”, ovvero i padri, i figli, i fratelli e i vicini di noi israeliani.

Come è possibile che, nonostante le crescenti testimonianze dai campi di concentramento e sterminio di Gaza, nessun movimento di massa per il rifiuto abbia preso piede in Israele? Che dopo due anni di questa carneficina solo una manciata di obiettori di coscienza si trovi in ​​prigione è davvero inconcepibile. Persino i cosiddetti “gray refusers”, riservisti che non si oppongono alla guerra per motivi ideologici, ma sono semplicemente esausti e ne mettono in discussione lo scopo, sono troppo pochi per rallentare la macchina della morte, figuriamoci per fermarla.

Chi sono queste anime obbedienti che mantengono in funzione questo sistema? Come può una società così profondamente divisa, tra religiosi e laici, coloni e progressisti, membri di un kibbutz e cittadini, immigrati veterani e nuovi arrivati, unirsi solo nella volontà di massacrare i palestinesi senza un attimo di esitazione?

Negli ultimi 23 mesi la società israeliana ha tessuto una rete infinita di menzogne ​​per giustificare e consentire la distruzione di Gaza, non solo di fronte al mondo, ma soprattutto a se stessa. La principale tra queste è l’affermazione che gli ostaggi possano essere liberati solo attraverso la pressione militare. Eppure, coloro che eseguono gli ordini dell’esercito, scatenando la morte di massa su Gaza, lo fanno sapendo benissimo che così facendo potrebbero uccidere gli ostaggi. Il bombardamento indiscriminato di ospedali, scuole e quartieri residenziali, unito a questo disprezzo per la vita degli israeliani tenuti prigionieri, dimostra il vero obiettivo della guerra: l’annientamento totale della popolazione civile di Gaza.

Israele sta scatenando un olocausto a Gaza, e non può essere liquidato semplicemente come frutto della volontà degli attuali leader fascisti del Paese. Questo orrore ha un’origine più profonda di Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich. Ciò a cui stiamo assistendo è la fase finale della nazificazione della società israeliana.

Il compito urgente ora è porre fine a questo olocausto. Ma fermarlo è solo il primo passo. Se la società israeliana vuole tornare a far parte dell’umanità, deve intraprendere un profondo processo di denazificazione.

Una volta che la polvere della morte si sarà depositata dovremo tornare sui nostri passi fino alla Nakba, alle espulsioni di massa, ai massacri, alle confische di terre, alle leggi razziali e all’inerente ideologia di supremazia che hanno normalizzato il disprezzo per i nativi di questa terra e il furto delle loro vite, proprietà, dignità e del futuro dei loro figli. Solo affrontando questo meccanismo mortale insito nella nostra società possiamo iniziare a sradicarlo.

Questo processo di denazificazione deve iniziare ora, in primo luogo con il rifiuto. Il rifiuto non solo di prendere parte attiva alla distruzione di Gaza, ma di indossare l’uniforme, indipendentemente dal grado o dal ruolo. Il rifiuto di rimanere ignoranti. Il rifiuto di essere ciechi. Il rifiuto di tacere. Per i genitori è un dovere necessario proteggere la prossima generazione dal rischio che divenga autrice di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

La denazificazione deve anche includere il riconoscimento che ciò che è stato non può rimanere. Non basterà semplicemente sostituire l’attuale governo. Dobbiamo abbandonare il mito del carattere “ebraico e democratico” di Israele, un paradosso la cui morsa ferrea ha contribuito ad aprire la strada alla catastrofe in cui siamo ora immersi.

Questo inganno deve finire con il chiaro riconoscimento che rimangono solo due strade: o uno Stato ebraico, messianico e genocida, o uno Stato veramente democratico per tutti i suoi cittadini.

L’olocausto di Gaza è stato reso possibile dall’adesione alla logica etno-suprematista insita nel sionismo. Pertanto, è necessario affermarlo chiaramente: non è possibile ripulire il sionismo, in tutte le sue forme, dalla macchia di questo crimine. Bisogna porvi fine.

La denazificazione sarà lunga e totalizzante, e toccherà ogni aspetto della nostra vita collettiva. Probabilmente sacrificheremo altre generazioni, sia vittime che carnefici, prima che questo flagello venga completamente sradicato. Ma il processo deve iniziare ora, con il rifiuto di commettere gli orrori che si verificano quotidianamente a Gaza e il rifiuto di lasciarli passare come cose normali.

Orly Noy è redattrice di Local Call, attivista politica e traduttrice di poesia e prosa persiana. È presidente del consiglio direttivo di BTselem e milita nel partito politico Balad [rappresentativo della minoranza araba, ndt.]. I suoi scritti affrontano le linee che si intersecano e definiscono la sua identità: mizrahi [comunità ebraica originaria del Medio Oriente e Maghreb, ndt.], donna di sinistra, donna tout court, migrante temporanea che vive dentro unimmigrata perenne, e il dialogo costante tra tutte queste dimensioni.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)