28 otttobre 2025 Middle East Eye
La guerra di Israele contro i palestinesi continua sotto il cosiddetto piano di pace di Trump, con Washington che finge di opporsi all’annessione e i suoi alleati arabi che fingono di crederci
Mentre Israele continua il genocidio dei palestinesi sotto la nuova etichetta del “piano di pace” del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, gli americani stanno organizzando una campagna diplomatica che simula opposizione alle ultime mosse dei coloni ebraici per annettere la Cisgiordania.
Per assicurarsi il sostegno a un cessate il fuoco a Gaza – mentre da quando è entrato in vigore il 10 ottobre Israele ha ucciso almeno 88 palestinesi e ne ha feriti altri 315 – Trump ha promesso il mese scorso ai regimi dei suoi clienti arabi che non avrebbe permesso a Israele di procedere con l’annessione, una linea rossa che essi temevano avrebbe scatenato la rabbia dell’opinione pubblica e messo a repentaglio il più ampio progetto di normalizzazione di Washington nella regione.
Tuttavia il parlamento israeliano la scorsa settimana ha dato l’approvazione preliminare a due proposte di legge che chiedono l’annessione formale della Cisgiordania.
Il vicepresidente di Trump, J.D. Vance, che si trovava nel Paese per aiutare gli israeliani a coordinare la successiva fase del genocidio a Gaza, ha descritto il voto come “una trovata politica molto stupida” – e che lo “ha personalmente preso come una specie di insulto”.
Nel tentativo di salvare la faccia con i clienti arabi di Washington, Trump ha anche inviato il suo Segretario di Stato Marco Rubio a rimproverare gli israeliani per il loro voto inopportuno. Durante il viaggio verso Israele, Rubio ha lanciato l’avvertimento più severo dell’amministrazione affermando: “Non è qualcosa che possiamo sostenere in questo momento” – sottintendendo che gli americani l’avrebbero sostenuto in futuro.
La rivista Time ha riportato le insistenze di Trump sul fatto che questo non sia il momento giusto per l’annessione: “Non accadrà. Non accadrà. Non accadrà perché ho dato la mia parola ai paesi arabi. E non potete farlo ora… Israele perderebbe tutto il sostegno degli Stati Uniti se ciò accadesse”.
La parola chiave in queste dichiarazioni è “ora”. Ogni apparente controversia tra americani e israeliani riguarda solo i tempi e i metodi, non l’obiettivo in sé.
Espansionismo che avanza
Lungi dall’opporsi al programma espansionistico di Israele, l’amministrazione Trump è da tempo parte integrante della sua realizzazione.
Dopotutto, durante il suo primo mandato il piano “pace per la prosperità” di Trump elaborato dal genero Jared Kushner ha appoggiato i progetti israeliani di annettere il 30% della Cisgiordania.
In base a tale proposta il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che Israele si sarebbe mosso immediatamente per annettere la Valle del Giordano e gli insediamenti in Cisgiordania, impegnandosi generosamente a rinviare di almeno quattro anni la costruzione di nuovi insediamenti nelle aree lasciate ai palestinesi.
L’allora ambasciatore statunitense in Israele David Friedman ha segnalato che Trump aveva dato il via libera all’annessione immediata, affermando che “Israele non deve assolutamente aspettare” e che “la riconosceremo”. Trump ha ribadito la sua posizione lo scorso febbraio, quando ha giustificato l’annessione osservando: “È un piccolo Paese… è un piccolo Paese in termini di territorio”.
Sarebbe assurdo pensare che i regimi arabi credano davvero alle promesse di Trump. Fingono solo, adulandolo e assecondandolo per il bene delle pubbliche relazioni nazionali.
In effetti, e a suo vanto, Trump aveva già riconosciuto l’annessione illegale delle alture del Golan siriane da parte di Israele nel 2019, così come aveva riconosciuto l’annessione illegale di Gerusalemme Est nel 2017.
Perché, allora, dovrebbe opporsi all’annessione della Cisgiordania piuttosto che rimandarla semplicemente a un momento più propizio?
In effetti gli israeliani stanno già pianificando di espandersi oltre la Cisgiordania, che, come Gerusalemme Est e le alture del Golan, considerano già un fatto compiuto. Ora cercano di strappare altro territorio agli altri vicini arabi.
Solo poche settimane fa Netanyahu ha dichiarato di essere impegnato in una “missione storica e spirituale” a favore del popolo ebraico, aggiungendo di sentirsi “molto legato alla visione della Terra Promessa e del Grande Israele”. Questa visione si estende all’intera Giordania così come ad altri territori siriani, libanesi, egiziani e iracheni.
I paesi arabi si sono affrettati a condannare la visione di Netanyahu che ambisce a far sì che i loro territori diventino future parti di Israele, proprio come condannano le recenti iniziative israeliane per l’annessione della Cisgiordania. Eppure questa è poco più che una manifestazione pro forma.
I regimi arabi, eseguendo gli ordini europei e americani, hanno di fatto acconsentito a ogni annessione israeliana dal 1948 e alcuni le hanno persino riconosciute de jure, come hanno fatto Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Marocco, Sudan e Bahrein quando hanno riconosciuto i confini di Israele del 1949, che già comprendevano territori palestinesi annessi.
Legittimazione globale
Quando Israele fu fondato nel 1948 già comprendeva metà dell’area assegnata dalle Nazioni Unite a uno Stato palestinese, oltre a Gerusalemme Ovest che avrebbe dovuto rimanere sotto giurisdizione internazionale.
Mentre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, incluso il Regno Unito, inizialmente insisteva sul fatto che Israele sarebbe stato riconosciuto solo dopo il ritiro da questi territori in conformità con il Piano di Partizione delle Nazioni Unite del 1947, tra la fine del 1949 e il 1950 il Consiglio di Sicurezza e il Regno Unito riconobbero il paese con i suoi nuovi confini esattamente come ampliati dalle conquiste, ben oltre quelli previsti dal Piano di Partizione delle Nazioni Unite del 1947.
Inizialmente Israele accettò di negoziare con i suoi vicini arabi sui confini dello Stato, ma mantenne i territori occupati in violazione alle risoluzioni delle Nazioni Unite, in particolare quelli relativi all’annessione di Gerusalemme Ovest nel 1949. Vi trasferì i suoi uffici governativi e dichiarò la città capitale.
L’ONU, gli Stati Uniti e tutta l’Europa riconobbero le annessioni israeliane de facto se non de jure all’inizio degli anni ’50, e i paesi arabi desiderosi di normalizzazione seguirono l’esempio nei decenni successivi.
Dopotutto il presidente egiziano Anwar Sadat non ebbe problemi a rivolgersi al parlamento israeliano nell’annessa Gerusalemme Ovest durante la sua visita del 1977, senza una parola di protesta. Sebbene re Hussein di Giordania non abbia mai effettuato una visita ufficiale a Gerusalemme Ovest poiché le sue visite in Israele nel 1994 e nel 1996 riguardarono principalmente Tel Aviv e il lago di Tiberiade, visitò la Gerusalemme Ovest annessa nel 1995 per partecipare al funerale dell’allora primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e di nuovo nel 1997 per incontrare le famiglie israeliane che avevano perso i figli poiché un soldato giordano aveva aperto il fuoco su di loro.
Vale la pena ricordare che, ancor prima di firmare un trattato di pace con Israele nel 1993, Hussein aveva già ceduto la sovranità palestinese e araba non solo su Gerusalemme Ovest ma anche su Gerusalemme Est, insistendo sul fatto che “solo Dio ha diritto su Gerusalemme” – un’affermazione che avrebbe ribadito molte volte in seguito. Le ambasciate egiziana e giordana, come quelle della maggior parte dei paesi che non riconoscono Gerusalemme Ovest come capitale di Israele, rimangono a Tel Aviv.
Questo tuttavia non significa che quei paesi non riconoscano Gerusalemme Ovest come parte di Israele.
Eredità di conquista
Per evitare di pensare che la “visione” del Grande Israele, recentemente annunciata da Netanyahu, sia una sua esclusiva ossessione va ricordato che finora Netanyahu ha conquistato pochi territori arabi e non ne ha ancora annessi, a differenza dei suoi predecessori da David Ben-Gurion a Menachem Begin, che hanno annesso vaste terre palestinesi e siriane.
L’avidità di Israele per le terre altrui è sempre stata pubblicamente dichiarata ed esibita. Dopo l’invasione del 1956 e la prima occupazione di Gaza e della penisola del Sinai, il primo ministro fondatore di Israele, il laico David Ben-Gurion, usò un linguaggio biblico affermando che l’invasione del Sinai “è stata la più grande e gloriosa negli annali del nostro popolo”. La conquista, aggiunse, ha restituito “il patrimonio di Re Salomone dall’isola di Yotvat a sud fino alle pendici del Libano a nord”. “Yotvat”, il nome che gli israeliani avevano dato all’isola egiziana di Tiran, era “tornata a far parte del Terzo Regno di Israele”, proclamò Ben-Gurion.
Di fronte all’opposizione internazionale all’occupazione israeliana Ben-Gurion affermò: “Fino alla metà del VI secolo fu mantenuta l’indipendenza ebraica sull’isola di Yotvat… che è stata liberata ieri dall’esercito israeliano”. Dichiarò inoltre che la Striscia di Gaza era “parte integrante della nazione”. Evocando la profezia di Isaia, Ben-Gurion giurò: “Nessuna forza, di chiunque sia, costringerà Israele a evacuare il Sinai”.
Quando gli israeliani furono finalmente costretti a ritirarsi, aspettarono il momento opportuno e invasero e occuparono nuovamente quelle aree nel 1967. Nonostante il ritiro definitivo di Israele dal Sinai, di cui richiese la smilitarizzazione, oggi si parla di nuovo di invadere e colonizzare la penisola egiziana.
Dopo il 1948 gli israeliani proseguirono con l’intenzione di rubare tutto il territorio nella zona demilitarizzata (DMZ) lungo il confine siriano vicino alle alture del Golan. Nel 1967 avevano già preso il controllo dell’area prima di conquistare lo stesso Golan.
Nei primi 10 mesi di quest’anno Israele ha ampliato la sua acquisizione illegale di territori siriani con l’acquiescenza del nuovo regime siriano sostenuto dagli Stati Uniti, guidato dal riabilitato ex membro di al-Qaeda e dello Stato Islamico Ahmad al-Sharaa.
Gli israeliani hanno creato un’ulteriore “zona cuscinetto” in territorio siriano e, proprio come avevano fatto nella zona demilitarizzata tra il 1948 e il 1967, il mese scorso coloni ebrei israeliani sono entrati in territorio siriano per porre la prima pietra di un nuovo insediamento chiamato Neve Habashan, o “l’Oasi di Bashan”, nei territori siriani appena occupati vicino a Jabal al-Shaykh.
Appartengono al movimento israeliano Uri Tzafon “Risvegliate il Nord”, che mira a colonizzare la Siria e il Libano meridionale, accampando rivendicazioni religiose sulla “regione di Bashan” – il nome biblico che gli espansionisti ebrei danno a queste terre. L’anno scorso il movimento ha inviato migliaia di avvisi di sfratto ai residenti delle città libanesi utilizzando palloni aerostatici e droni.
Anche se l’esercito israeliano ha rimosso i coloni da Jabal al-Shaykh, è solo questione di tempo prima che vengano stabilite colonie ebraiche ufficiali, proprio come continuano a esserne costruite sulle alture del Golan occupate da Israele nel 1967 e annesse nel 1981, l’anno successivo all’annessione di Gerusalemme Est.
L’annessione continua
Nel 2002 Israele costruì il suo “muro di separazione” illegale di apartheid all’interno della Cisgiordania, annettendo di fatto il 10% del territorio e suscitando solo proteste pro forma da parte della comunità “internazionale”, inclusa la Corte Penale Internazionale.
Israele ha inoltre lavorato fin dal 1967 per annettere la Valle del Giordano al confine con la Giordania – un altro 10% della Cisgiordania –, una mossa approvata dal piano di “pace” di Trump del 2020.
L’accettazione, e in alcuni casi il sostegno, da parte di americani ed europei a tali espansioni territoriali non è diversa dal loro sostegno al più recente piano di Trump per Gaza, che prevede che Israele occupi direttamente e a tempo indeterminato più della metà del territorio di Gaza.
I regimi arabi, così come l’Europa e gli Stati Uniti, sanno benissimo che l’annessione della Cisgiordania da parte di Israele procederà a ritmo serrato, anche se tatticamente ritardata. E questo avverrà con la benedizione della “comunità internazionale” – seppur accompagnata dalle solite proteste pro forma – con i regimi arabi (tranne la Giordania, per ragioni di sicurezza nazionale) in prima linea.
Rubio è stato esplicito su questo punto: “In questo momento è qualcosa che… pensiamo possa essere controproducente” e “potenzialmente minaccioso per l’accordo di pace” – ma chiaramente non in un secondo momento, quando potrebbe essere “produttivo” e “potenzialmente” favorevole alla pace.
In effetti l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha appena pubblicato un rapporto che documenta la complicità di decine di paesi – per lo più europei, ma anche arabi – nel genocidio in corso per mano di Israele. Il Washington Post ha inoltre rivelato che diversi Stati arabi hanno intensificato la loro cooperazione militare con Israele durante il genocidio, tra cui Giordania, Qatar, Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti.
Quando i palestinesi vorranno opporsi a questo sostegno internazionale alla continua colonizzazione, insediamento, occupazione e annessione della loro patria da parte di Israele, tutti questi paesi fingeranno sorpresa, favorendo apertamente o segretamente la prossima fase del genocidio israeliano proprio come hanno fatto negli ultimi due anni. E come sempre lo faranno in nome del “diritto di Israele a difendersi”.
Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye.
Joseph Massad è professore di politica araba moderna e storia intellettuale alla Columbia University di New York. È autore di numerosi libri e articoli accademici e giornalistici. Tra i suoi libri figurano Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan (Esiti coloniali: la formazione dell’identità nazionale in Giordania); Desidering Arabs (Arabi desiderosi); The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinians (La persistenza della questione palestinese: saggi sul sionismo e sui palestinesi) e, più recentemente, Islam in Liberalism (L’Islam nel liberalismo). I suoi libri e articoli sono stati tradotti in una decina di lingue.
(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)


