103 chiodi sulla mappa: come il governo di Israele sta seppellendo la soluzione a due Stati( Prima Parte)

Foto: Credit: Gil Eliyahu
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Matan Golan

30 giugno 2026 – Haaretz

Il governo israeliano ha approvato decine di colonie collocate strategicamente in tutta la Cisgiordania. L’obiettivo: creare sul terreno una situazione irreversibile.

Oggi stiamo creando eventi storici sul terreno. Lo Stato palestinese è stato tolto di mezzo, non con degli slogan ma con fatti concreti. Ogni comunità [ebraica, ndt.], ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa idea pericolosa.” Il ministro Bezalel Smotrich ha fatto queste affermazioni l’agosto scorso, in seguito all’approvazione del piano E1, che consente di costruire tra Gerusalemme e la colonia di Ma’ale Adumim. “Questo è un passo significativo che cancella di fatto l’illusione dei ‘due Stati’,” ha aggiunto.

L’approvazione del progetto, inteso a separare il nord della Cisgiordania dal sud e rinviato da anni a causa delle pressioni internazionali, ha attirato l’attenzione pubblica in tutto il mondo e in Israele.

Ma lontano dall’attenzione dei media, durante il mandato dell’attuale governo è in corso un’iniziativa ben più ampia che sta escludendo sempre più la possibilità in cui molti israeliani ancora credono: la separazione territoriale dai palestinesi. Ciò viene fatto attraverso l’approvazione di non meno di 103 colonie, uno sviluppo strategico che sta cambiando la mappa della Cisgiordania.

Dal 1967 [anno della Guerra dei Sei Giorni, con l’occupazione israeliana di Alture del Golan, Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est, ndt.] fino alla formazione dell’attuale governo, Israele ha creato e legalizzato 127 colonie in Cisgiordania. Dall’inizio dell’attuale legislatura quel numero è quasi raddoppiato, per ora sulla carta. Insieme ad esse ci sono più di 300 avamposti, più di metà dei quali creati durante la guerra [contro Gaza, ndt.] a differenti livelli di legalizzazione. Recentemente il ministro della Difesa Israel Katz ha parlato di un’iniziativa per legalizzarne circa 140.

Il risultato è che in Cisgiordania ora ci sono più di 470 punti di colonizzazione destinati a cancellare ogni possibilità di creazione di uno Stato palestinese. Smotrich l’ha affermato in vari modi, compreso un video dello scorso gennaio sulle reti sociali rivolto al presidente francese Emmanuel Macron, in cui ha dichiarato: “È così che si seppellisce l’idea palestinese.” Ha ricevuto il sostegno del primo ministro Benjamin Netanyahu, che lo scorso settembre ha affermato che “non verrà mai creato uno Stato palestinese. Questa è una vera rivoluzione e sta passando totalmente inosservata,” afferma Hagit Ofran, dell’Osservatorio sulle Colonie di Peace Now [associazione israeliana contro l’occupazione, ndt.]. “La Cisgiordania non assomiglia a quello che era tre anni fa. Qui sono successe cose estremamente drammatiche: l’approvazione di nuove colonie, il ritiro dagli accordi di Oslo e in direzione di una situazione di annessione di fatto, un folle afflusso di fondi per infrastrutture e strade, il collasso dell’Autorità Nazionale Palestinese, l’acquisizione di un milione di dunam (1 dunam corrisponde a circa 1.000m2) da parte di avamposti agricoli ed espulsioni che sono il risultato di uno sforzo comune dell’esercito israeliano e dei coloni, e non c’è alcun dibattito pubblico riguardo a tutto questo.”

Secondo Ofran questa è la ricetta per un disastro: “Le nuove colonie creeranno un’enorme fardello per il sistema della difesa, a cui non solo verrà chiesto di garantirne la sicurezza, ma anche di fare i conti con i loro effetti: l’assenza di un orizzonte politico e la crescente disperazione e pressione tra i palestinesi, indebolendo nel contempo la posizione politica di Israele.”

La sua opinione è condivisa dall’Istituto di Studi sulla Sicurezza Nazionale dell’università di Tel Aviv, che recentemente ha pubblicato un documento in cui sostiene che la trasformazione politico-ideologica che sta avvenendo in Cisgiordania, con al centro i nuovi insediamenti, crea allo Stato di Israele un grave rischio politico e di sicurezza

Tutto ciò ha anche un costo economico. Secondo i dati del monitoraggio di Peace Now l’attuale governo ha investito almeno 19,8 miliardi di shekel (5,79 miliardi di euro) nello sviluppo delle colonie e in infrastrutture. Questa cifra ovviamente non include l’aumento previsto nel bilancio della difesa se, come ha detto recentemente il maggior generale Avi Bluth [che vive in una colonia, ndt.], capo del Comando Centrale, “la gente deve capire che c’è meno denaro per lo sviluppo del Paese perché siamo impegnati a difendere tutte le zone al di fuori dei nostri confini e all’interno della popolazione palestinese,” afferma Ofran.

Un’analisi dei dati sulle 103 colonie approvate rivela una mossa attentamente pianificata. Include passi che Israele ha evitato per decenni, così come nuovi sviluppi, come la legalizzazione di colonie all’interno di zone di tiro [dell’esercito, ndt.] e di avamposti impegnati nell’espulsione di comunità [palestinesi, ndt.]. Ma emerge soprattutto un chiaro obiettivo: le nuove colonie, alcune delle quali previste in zone che non hanno mai avuto una presenza israeliana, sono state pensate per frammentare le aree palestinesi in Cisgiordania.

E mentre Smotrich ha ripetutamente dichiarato che si tratta di una “rivoluzione”, sembra che l’opinione pubblica israeliana, che si è riversata in massa in piazza per protestare a favore del carattere democratico ed ebraico di Israele, sia ignara di quello che sta avvenendo, nonostante il chiaro rapporto tra l’impedire la soluzione a due Stati e il carattere dello Stato [di Israele].

Il fenomeno del terrorismo ebraico è effettivamente riuscito a penetrare nei principali media, ma è solo la punta dell’iceberg di un’iniziativa molto più ampia in direzione di un’annessione silenziosa della Cisgiordania. Quelli che la stanno guidando non sono “hilltop youth” [“giovani delle cime delle colline”, gruppo di coloni estremisti particolarmente violenti, ndt.] o coloni a capo di avamposti, ma il governo di Israele, e secondo esperti di organizzazioni accademiche e della società civile la cosa potrebbe già essere irreversibile. Questa annessione sta avvenendo non solo de facto, ma anche de jure.

Un livello allarmante di permessi

L’iniziativa più importante nella rivoluzione dell’annessione è stata siglata con l’accordo di coalizione, la nomina di Smotrich a ministro aggiunto nel ministero della Difesa e la creazione dell’Amministrazione degli Insediamenti, che è subentrata all’Amministrazione Civile [ente militare che gestisce i territori palestinesi occupati, ndt.] riguardo alle competenze civili nell’Area C [in base agli accordi di Oslo sotto temporaneo controllo civile e militare israeliano, ndt.]. Quindi Smotrich è diventato l’autorità che gestisce l’attività dell’esercito riguardo a territorio, legalizzazione, pianificazione ed esecuzione delle decisioni, legislazione nelle aree civili attraverso ordini militari e altre questioni. Anche la consulenza legale su queste materie è stata trasferita dalla procura generale militare, che è vincolata alle leggi internazionali, a un consulente legale del ministero della Difesa.

Nel 2023 sono state prese due iniziative complementari: in febbraio il governo ha autorizzato il gabinetto di sicurezza a discutere la fondazione e legalizzazione delle colonie in vece sua e in giugno è stato approvato un emendamento che ha abbreviato il processo per ottenere licenze edilizie nelle colonie e ha trasferito l’autorità di concederle dal ministero della Difesa a Smotrich. Il risultato è stato da una parte una vertiginosa accelerazione nella promozione delle costruzioni in Cisgiordania e dall’altra la rapida approvazione di colonie senza il controllo dell’opinione pubblica.

Secondo i dati di Peace Now alla fine del 2025 in Cisgiordania sono state approvate più di 40.000 unità immobiliari (questo mese Smotrich ha annunciato che il numero è arrivato a 60.000), così come la creazione di 103 colonie. Per fare un confronto, nel decennio precedente al mandato dell’attuale governo erano state approvate solo sei colonie.

Tra febbraio 2023 e marzo 2025 il gabinetto di sicurezza si è riunito tre volte ed ha approvato 28 colonie, tutte avamposti o “quartieri” già creati che si sono separati dal territorio di competenza di colonie esistenti. Ma dal maggio 2025 la tendenza si è intensificata, sia come numero di insediamenti approvati (74 in meno di un anno) che come loro collocazione.

Lo scorso marzo il gabinetto di sicurezza ha legalizzato 34 nuove colonie, anche su terra di proprietà privata palestinese, in aree designate zone di tiro [dell’esercito, ndt.] e in luoghi isolati in mezzo a comunità palestinesi. In quella stessa riunione il capo di stato maggiore ha avvertito che la mossa era in contraddizione con il fabbisogno di personale dell’esercito israeliano. Come risposta la coalizione lo ha rimproverato.

I 103 insediamenti approvati includono 48 avamposti legalizzati, 24 ampliamenti o separazioni da colonie esistenti e 31 nuove colonie, comprese 4 che erano state evacuate nel disimpegno del 2005.

Tuttavia il punto più significativo che emerge dall’analisi dei dati è la logica spaziale che guida i permessi: insieme all’ampliamento dei blocchi di insediamenti già esistenti, per esempio quelli di Shiloh e Talmonim, c’è un’iniziativa per concentrare i punti di colonizzazione lungo le strade dell’Area C e nei luoghi isolati, creando ostacoli tra aree sotto il controllo dell’ANP e interrompendo ogni contiguità territoriale.

Ciò è direttamente funzionale alla visione del “Piano Decisivo” di Smotrich per creare cantoni palestinesi isolati tra loro e porre fine alle aspirazioni nazionali dei palestinesi. Lo scorso settembre Smotrich ha chiarito che l’unico diritto di voto che verrebbe concesso ai palestinesi sarebbe per le elezioni municipali “nei loro cantoni, dove saranno amministrati” e non “per un parlamento sovrano”.

Secondo Ofran non si tratta di una visione del futuro. “Già oggi in Cisgiordania gli israeliani hanno diritti e i palestinesi no. Non per niente il mondo lo definisce apartheid,” afferma. “La concentrazione delle colonie tra le zone palestinesi e il collasso dell’Autorità Nazionale Palestinese sono mosse molto significative che impediscono concretamente un compromesso politico. Perchè? Per questa ragione: ci vuole un’entità con cui possa essere raggiunto un compromesso. Non puoi sviluppare un’entità e un’economia palestinesi se il suo territorio contiene centinaia di punti sotto il controllo di un altro Stato, comprese le strade circostanti. La cosa semplicemente non funziona.

Si consideri anche il messaggio che Israele sta inviando all’opinione pubblica palestinese”, aggiunge Ofran. “Stiamo chiarendo loro che non c’è motivo di tentare di risolvere pacificamente il conflitto, e di fatto li stiamo spingendo verso soluzioni radicali e violente. Smotrich sa che indebolendo l’ANP rafforza Hamas. E lo ha detto esplicitamente (nel 2015): ‘Hamas è una risorsa’.”

Agli occhi di molti israeliani che si definiscono progressisti il piano di “cantonalizzazione” di Smotrich è un’idea estremista e “deludente”. Ma in larga misura è già la situazione sul terreno. Benché esista ancora un’entità nazionale palestinese nella forma dell’ANP, il piano è di liberarsi anche di quella: lo scorso settembre, dopo che Netanyahu ha chiarito che non avrebbe esercitato la sovranità in Cisgiordania, il ministro delle Finanze ha affermato che avrebbe fatto uso di ogni mezzo a sua disposizione per far collassare la già vacillante ANP, compreso il suo sistema sanitario. “In pratica Israele controlla già tutta la Cisgiordania e l’ANP è diventata un subappaltatore che si occupa della raccolta dei rifiuti e paga gli stipendi dei docenti,” dice Ofran.

La pianificazione territoriale che sta dietro questa mossa è particolarmente evidente nella zona del Consiglio Regionale della Samaria, dove sono stati approvati 28 insediamenti, 12 dei quali nuovi e alcuni in zone in cui non c’è mai stata una presenza israeliana. Diciannove colonie si trovano nel nord della Cisgiordania, dove c’è la più estesa contiguità dell’Area A nella regione, frammentata da due lingue dell’Area C che fino al 2023 erano sottoposte alla Legge del Disimpegno [decisa dal governo Sharon nel 2005 e revocata nel 2023, ndt.] e in cui agli israeliani era vietato l’ingresso.

Le colonie approvate nella zona includono le quattro evacuate nel disimpegno [del 2005, ndt.] e nuovi insediamenti, tutti su terre che circondano o frammentano la contiguità palestinese. Per spostarsi tra di essi i coloni devono viaggiare attraverso l’Area A per evitare deviazioni che richiederebbero l’uscita nel territorio sotto sovranità israeliana e il ritorno in Cisgiordana attraverso un altro posto di blocco. In altre parole ciò significa ulteriore erosione degli Accordi di Oslo.

Questo obiettivo si rispecchia in altre aree della Cisgiordania. Sulle colline occidentali di Hebron sono stati approvati tre nuovi insediamenti, due dei quali su una stretta lingua dell’Area C in cui vivono palestinesi. Oggi nell’area si trova solo l’isolata colonia di Negohot, accessibile da ovest attraverso un posto di blocco che serve solo la colonia. Ma gli ulteriori insediamenti creeranno una contiguità [israeliana] che richiederà nuove strade e si prevede frammenterà la contiguità palestinese, isolerà i villaggi nei pressi della barriera nell’Area B e bloccherà la contiguità dell’Area A da ovest, tra Dahriyah ed Hebron.

Anche qui l’iniziativa sta procedendo a notevole velocità e questo mese sono già iniziati lavori di preparazione del terreno. Allo stesso modo a est di Efrat tra tre villaggi palestinesi è prevista la colonia di Ma’aleh Arugot, che funge da punto di connessione tra insediamenti sparsi a ovest e a est del blocco di Gush Etzion, che sono attualmente separati dalla contiguità palestinese.

A ovest di Ramallah le colonie sono state approvate in due sezioni separate, creando contiguità fino al muro di separazione e la Linea Verde [il confine riconosciuto di Israele, ndt.] e rendendo confusa la frontiera: tre colonie tra Beit Horon e Mevo Horon e cinque tra il blocco di Talmonim a est e la città palestinese di Ni’lin a ovest. Alla cerimonia di inaugurazione di Maoz Tzur, un insediamento legalizzato su terreni privati [palestinesi, ndt.] all’interno di una zona di tiro, Ze’ev “Zambish” Hever, direttore esecutivo dell’organizzazione di coloni Amana, l’ha definito un sogno che si è realizzato: “Stiamo ponendo fine alla separazione tra Modi’in e Beit Horon e nei prossimi mesi, se Dio vuole, saremo collegati anche con i blocchi di Talmonim e Dovel.” La cancellazione della Linea Verde sta avvenendo anche in altre aree, inclusa la legalizzazione di avamposti cuscinetto lungo la barriera.

Fine della Prima Parte

Traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi