Ho visto ‘NAZA’. In un Israele sano verrebbe trasmesso nel notiziario della sera

Etan Nechin

17 settembre 2026 – Haaretz

‘NAZA’, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor sul sistema di attacchi mirati di Israele a Gaza, mostra che cosa avviene quando viene usata l’intelligenza artificiale (IA) come scusa per sottrarsi alle responsabilità

C’era una certa ironia nella richiesta degli organizzatori che i partecipanti consegnassero i loro cellulari e laptop per impedire fughe di notizie durante la proiezione per la stampa di ‘NAZA’ al Film Festival di New York mercoledì.

Il film, dei registi Yuval Abraham e Rachel Szor, vincitori dell’Academy Award, ha avuto un’incredibile ripercussione prima ancora che quasi nessuno lo avesse visto: minacce di morte, richieste di togliere la cittadinanza israeliana ai registi e richieste che gli anonimi ufficiali intervistati nel documentario fossero identificati e perseguiti.

Basato su una una inchiesta di Abraham del 2024, il documentario contiene interviste a 24 ufficiali dei servizi segreti dell’unità di élite 8200 riguardo un sistema di IA chiamato Lavender, usato per generare decine di migliaia di obbiettivi durante la guerra di Gaza.

Le interviste sono state filmate di notte su un tetto di Tel Aviv, con le voci degli ufficiali distorte e i volti modificati digitalmente per nascondere la loro identità. Mentre spiegano come hanno contribuito a creare Lavender, automatizzando l’identificazione degli obbiettivi e il calcolo delle vittime previste, l’oscurità rende facile immaginare le condizioni in cui hanno lavorato: accampati in uffici oscurati davanti a baluginanti modelli computerizzati.

Usando un computer palmare, gli intervistati riproducono in che modo hanno avuto informazioni dettagliate praticamente su tutti gli edifici di Gaza. Nell’ambito del processo di definizione degli obbiettivi gli ufficiali potevano usare il sistema per tracciare i cellulari degli abitanti. Uno degli ufficiali descrive persino di essersi inserito nel telefono di una ragazzina di 12 anni usando un sistema automatizzato di tracciamento chiamato “Dove è papà?”, che ha permesso di determinare quando il padre fosse a casa. L’edifico è stato in seguito bombardato mentre l’uomo e la sua famiglia vi stavano dormendo.

Agli ufficiali è stato detto che Lavender poteva identificare gli operativi di Hamas con l’85% di precisione e lo ha fatto su larga scala. Secondo uno degli ufficiali Lavender “ha consentito” l’uccisione di decine di migliaia di non combattenti e la demolizione di interi quartieri, tutti presentati come attacchi legittimi contro obiettivi militari. Il sistema lavorava così efficacemente, spiega un ufficiale seccamente, che è diventato una “fabbrica di costruzione di bersagli.”

Il costo per i civili è stato devastante. NAZA è un acronimo in ebraico per danno collaterale, cioè la quota di vittime non combattenti considerata accettabile in un attacco contro un singolo obbiettivo. Nella terminologia dell’unità “NAZA 15” consente 15 morti civili per un obbiettivo, “NAZA 20”, 20. Il calcolo non fa distinzione tra civili: uomini, donne e bambini sono conteggiati insieme.

Gli intervistati affermano che NAZA 200 e NAZA 300 erano autorizzati per attacchi contro obbiettivi di grande valore durante la guerra. Un ufficiale dice che una volta ha visto autorizzare NAZA 500, anche se non sapeva quante persone in definitiva siano state uccise nell’attacco.

Un ufficiale ha sostenuto che era meglio attribuire simili decisioni ad un sistema di IA piuttosto che ad un soldato che potrebbe aver perduto qualcuno in un’imboscata la settimana prima. Però quando Abraham li spinge a parlare del loro ruolo nel progettare e far funzionare Lavender qualcuno dice che non era loro competenza porre domande. Uno ricorda che il suo comandante gli ha detto “Devi fidarti del sistema”.

Queste interviste, che spesso sembrano confessioni, dimostrano come un’opinione ampiamente espressa dopo le atrocità del 7 ottobre abbia condizionato l’andamento della guerra: cioè che non vi erano innocenti a Gaza. I leader israeliani hanno fatto eco a questa opinione. Nel film c’è una clip del presidente Isaac Herzog che dichiara alla stampa pochi giorni dopo gli attacchi: “E’ un’intera nazione là fuori che è responsabile. E’ falsa questa retorica dei civili non informati, non coinvolti. E’ assolutamente falsa.”

Alcuni ufficiali dicono di essere stati motivati dalla vendetta; la maggior parte dice semplicemente che stavano svolgendo il loro lavoro. Parecchi parlano di una sensazione di realizzazione. “E’ stato divertente”, dice uno a proposito del lavoro nella prestigiosa unità.

Le testimonianze sono intercalate da immagini del cielo notturno di Tel Aviv e da scene familiari di un Paese in guerra: persone che corrono ai rifugi sotto le sirene di un allarme aereo, una protesta per il rilascio degli ostaggi e clip di informazioni televisive e dichiarazioni alla televisione del primo ministro Benjamin Netanyahu. Ci sono anche scatti istantanei nelle case della gente mentre guarda la televisione, fa ginnastica e sta sdraiata sul divano.

La giustapposizione talvolta maldestra di scene di ordinaria vita domestica e violenze di massa ricorda il film “La zona di interesse”, il cui regista vincitore dell’Oscar, Jonathan Glazer, è stato un produttore esecutivo.

Qualcuno ha criticato il film per non aver dato abbastanza spazio agli attacchi del 7 ottobre. Eppure il 7 ottobre si percepisce in tutto il film. Il vero soggetto del documentario è ciò che accade quando un sistema fallisce, sia moralmente che tecnicamente. L’intelligence israeliana ha mappato ogni edificio a Gaza e poteva monitorare le comunicazioni telefoniche in tutto il territorio ben prima della guerra, eppure non è riuscita ad impedire il 7 ottobre. Ogni confessione e ogni fotogramma ricorda quel giorno. La stessa arroganza del “fidati del sistema” che ha lasciato gli israeliani senza protezione ha anche permesso la morte di massa e la distruzione a Gaza.

In una democrazia sana “NAZA sarebbe trasmesso nel notiziario della sera, le sue denunce provocherebbero l’indignazione dell’opinione pubblica e lo Stato prometterebbe un’indagine scrupolosa. Invece dopo la prima del film a Venezia Abraham e Szor sono stati di fatto posti in esilio. Hanno visto da lontano la folla scandire “a morte i traditori” davanti alla casa dei genitori di Szor, mentre Netanyahu ha promesso di togliere loro la cittadinanza (israeliana).

Il fatto triste è che il film viene proiettato a New York, non a Tel Aviv, e mentre la maggioranza degli israeliani vuole un’indagine sulle falle che permisero il 7 ottobre, pochi sembrano volere indagare sui crimini accaduti dopo di allora. Nell’Israele di oggi la verità può affermarsi solo al buio.

(Traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)