Shatha Yaish, Oren Ziv e Basel Adra
26 ottobre 2026 – +972 Magazine
In collaborazione con Local Call
Aumento dei sequestri di terra, restrizioni militari, sfollamenti di massa e più di 100 nuovi insediamenti ebraici hanno trasformato un territorio già frammentato e il tessuto stesso della vita palestinese.
Negli ultimi quattro anni la Cisgiordania occupata ha subito una profonda trasformazione per mano del governo uscente di Israele. In particolare dopo il 7 ottobre 2023 Israele ha intensificato le operazioni militari, espanso gli insediamenti e gli avamposti, imposto ampie restrizioni ai movimenti dei palestinesi, rinforzato il controllo su vaste aree e riconfigurato lo status giuridico del territorio.
Quello che era già un territorio frammentato, diviso da posti di blocco, insediamenti e zone militari interdette, è diventato sempre più difficile da percorrere per i palestinesi, per non parlare di viverci. Strade che un tempo collegavano le comunità sono adesso bloccate, i villaggi sono diventati sempre più isolati e luoghi che per decenni avevano visto una scarsa attività di insediamenti assistono adesso ad un’espansione della presenza israeliana. Per molti palestinesi questi cambiamenti hanno profondamente alterato il rapporto con la loro terra, le loro fonti di reddito e il loro senso di sicurezza.
Dall’inizio del 2023 i soldati israeliani hanno ucciso almeno 1.341 palestinesi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est. I pogrom dei coloni spalleggiati dall’esercito – che tendenzialmente ricevono l’attenzione dei media solo quando le vittime sono internazionali – hanno provocato lo sfollamento totale o parziale di almeno 127 comunità palestinesi. Le continue operazioni militari israeliane in tre campi profughi nel nord del territorio hanno lasciato senza casa 30.000 palestinesi e altri 3.000 sono stati sfollati negli ultimi giorni nell’ambito di una nuova operazione nella città di Hebron.Inizio modulo
Nello stesso periodo il governo uscente ha approvato almeno 103 colonie ebraiche, inclusa la controversa zona E1, con il dichiarato obbiettivo di vanificare ogni possibilità di uno Stato palestinese contiguo.
Ma la trasformazione della Cisgiordania non può essere misurata unicamente attraverso questi numeri. In tutto il territorio semplici attività quotidiane come andare a scuola, far visita ai parenti, coltivare il terreno agricolo o raggiungere un ospedale sono diventate piene di pericoli e incertezze.
Lo si può osservare perfino nei più piccoli dettagli quotidiani della vita della gente: un padre vicino a Jenin che ha paura di lasciare la sua famiglia sola a casa; un contadino fuori Hebron che, dopo aver perso il permesso di lavoro in Israele, si è messo a coltivare la sua terra solo per essere ucciso mentre cercava di proteggere i suoi ulivi; una famiglia a Masafer Yatta che ha ricoperto le finestre di reti metalliche per impedire che i coloni la attaccassero dentro casa.
I cambiamenti sono stati particolarmente severi in zone che erano già vulnerabili all’espansione coloniale e alle restrizioni militari: dal nord della Valle del Giordano ai villaggi ad est di Ramallah e alle comunità sulle colline a sud di Hebron. Ma sempre più i coloni stanno creando nuovi avamposti e impadronendosi di terreni in zone che palesemente si trovano sotto la giurisdizione dell’Autorità Palestinese (AP).
Le operazioni e le restrizioni militari hanno aggravato queste costrizioni, mentre la perdita di lavoro in Israele e la crescente crisi finanziaria in cui Israele ha spinto l’AP hanno corroso le esistenze. Persino Ramallah, la capitale amministrativa della Cisgiordania, che a lungo è stata considerata relativamente al riparo da alcune delle realtà più crudeli dell’occupazione, trova sempre più difficile mantenere il proprio senso di normalità.
L’effetto cumulativo, che l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha definito un “piano di eliminazione”, è stato quello di frammentare ulteriormente la società palestinese geograficamente, economicamente e socialmente.
Il progetto di questo rapporto ad opera di +972 Magazine e Local Call ricostruisce questi cambiamenti attraverso le vite di palestinesi che vivono in tutto il territorio. Le loro storie rivelano quanto l’occupazione israeliana sia diventata più intrusiva, quanto siano sempre più confusi i legami tra i coloni e l’esercito e quanto la pressione complessiva degli ultimi quattro anni abbia rimodellato la vita quotidiana. Raccontano anche la storia di un popolo che lotta per mantenere un senso di normalità, per proteggere le proprie famiglie e per rimanere sulla propria terra, anche se lo spazio in cui può vivere in sicurezza continua a restringersi.
Nel loro insieme questi racconti offrono il quadro di un territorio in via di trasformazione non solo sulla carta geografica ma negli aspetti più intimi della vita palestinese.
Aba Ash-Sharqiyah: il ritorno degli insediamenti evacuati
Una piccola altalena dondola all’entrata della casa di Qusai Hijazi a Aba Ash-Sharqiyah, ad est di Jenin. Per Hijazi, un uomo sposato padre di tre figli, questa casa sulla collina rappresentava la vita che voleva costruirsi: un sicuro angolo di paradiso per la sua famiglia ed un futuro per i suoi figli. Tuttavia oggi ha paura persino di arrischiarsi ad uscire.
La sua casa è di fronte a Ganim e Kadim, due insediamenti israeliani che sono stati smantellati nel 2005 durante il “disimpegno” di Israele da Gaza, ma sono stati ristabiliti all’inizio di quest’anno dopo che il governo ha abrogato parti della Legge di Disimpegno impedendo l’ingresso in queste aree.
Il ritorno dei coloni – unitamente a ordini di confisca di terreni, demolizioni, nuove strade ad uso delle colonie e una crescente presenza dell’esercito – sta ridisegnando il paesaggio circostante e le vite dei palestinesi che ci vivono.
“Non vado mai intorno alla casa, anche se questa è la mia terra”, dice Hijazi, indicando i suoi ulivi. Ha anche ricevuto un avviso dell’esercito israeliano che gli ordinava di interrompere la costruzione della sua casa, impedendogli di costruire una scala per salire sul tetto.
I timori di Hijazi si estendono alla sicurezza di sua moglie e dei suoi figli, che ha paura di lasciare da soli in caso di un attacco dei coloni. “Prima di andare al lavoro porto mia moglie dalla sua famiglia o da qualche altra parte”, spiega. “Anche quando vado al supermercato li porto con me.”
La continua sorveglianza ha anche pesato sul suo reddito. “Le cose sono diventate difficili. Metà del mio lavoro è andato perso perché devo stare qui”, dice. Lavorava in Israele, ma a causa degli annullamenti dei permessi dopo il 7 ottobre si è riciclato nell’agricoltura, ciò che non è bastato alle necessità della famiglia.
Aba Ash-Sharqiyah è uno dei tanti villaggi nell’area di Jenin che per oltre due decenni ha visto una scarsa o nulla attività di insediamento, ma che adesso subisce una rinnovata espansione coloniale, restrizioni militari e minacce di violenze dei coloni. Tra i palestinesi che subiscono questi cambiamenti c’è un crescente timore che le pressioni cumulative abbiano lo scopo non solo di intimidire e rendere la vita più difficile, ma alla fine di costringerli ad andarsene dalla loro terra.
Walid Habbas, un ricercatore del Forum Palestinese per gli Studi Israeliani (MADAR), ritiene che questi sviluppi riflettano un più vasto cambiamento politico nell’approccio di Israele alla Cisgiordania, che lui attribuisce in parte alla crescente influenza della destra religiosa.
La posizione israeliana, dice, è chiara: “Non intendiamo più gestire le vite dei palestinesi; vogliamo rimuoverli.”
Habbas identifica tre processi interconnessi che hanno avuto un’accelerazione sotto il governo uscente, che colpiscono il modo in cui gli abitanti conducono la loro vita quotidiana. Il primo è economico: la perdita di lavoro in Israele, l’accaparramento delle entrate fiscali palestinesi e la distruzione delle vie di trasporto hanno approfondito l’isolamento e la frammentazione dell’economia palestinese. I checkpoint e la chiusura delle strade hanno reso sempre più difficile trasportare le merci tra le città, compromettendo gli affari e i redditi.
“Ogni città è ormai separata dalle altre”, spiega Habbas, descrivendo come le limitazioni di movimento possono impedire a un caseificio di Betlemme di distribuire i suoi prodotti a Nablus o Qalqilya.
Il secondo processo è l’intensificarsi e il diffondersi della violenza dei coloni. Questo ha reso i palestinesi sempre più timorosi di andare da una comunità all’altra, di lavorare la propria terra o addirittura di uscire di casa.
Il terzo, forse il più significativo, è la crescente paura dello sfollamento. Habbas sottolinea che le discussioni riguardo allo sfollamento forzato, che si è intensificato durante il genocidio di Gaza, fanno sempre più parte delle conversazioni quotidiane in Cisgiordania.
Queste paure, aggiunge, si uniscono ad una diffusa sensazione tra i palestinesi di non avere una leadership efficace, di avere scarso appoggio dai governi arabi e di provare sempre meno fiducia che il diritto internazionale li proteggerà. “È impossibile trovare un palestinese che non parli dello sfollamento”, dice.
Quanto a Hijazi, lui dice che dopo aver cercato una consulenza legale riguardo agli ordini dell’esercito di interrompere i lavori teme che a questi seguano ordini di demolizione e evacuazione, che costringeranno la sua famiglia a lasciare la casa.
“Se questo accade, dice, preferirò abbandonare la casa piuttosto che stare a vedere che succeda qualcosa alla mia famiglia”.
Al-Lubban Ash-Sharqiyah: un chiosco lungo la strada
Intorno alla mezzanotte del 7 ottobre 2026 i coloni israeliani sono entrati in un caffè lungo la strada nell’area di sosta vicino al villaggio di Al-Lubban Ash Sharqiyah a sud di Nablus, piantando decine di bandiere israeliane di fronte al suo ingresso. Secondo il proprietario del bar, Muayyad Oweis, la cui casa si trova proprio dietro al chiosco, sono ritornati il giorno dopo e gli hanno intimato di non rimuoverle.
Il caffè si trova lungo la strada principale che collega Nablus a Ramallah, usata da palestinesi e coloni israeliani. Per Oweis, il cui chiosco fornisce il sostentamento a otto persone, le bandiere erano le ultime di una serie di minacce che l’hanno portato a temere per la sua famiglia e la sua attività.
La sua esperienza rispecchia una realtà più vasta che coinvolge tutta la Cisgiordania, dove le crescenti intimidazioni e violenze dei coloni hanno riempito di pericoli anche le normali attività: gestire un negozio, spostarsi da una città all’altra o persino restare a casa in sicurezza. “Stiamo patendo i coloni e i loro attacchi, succedono ogni giorno”, si lamenta.
Oweis spiega che il suo chiosco era stato precedentemente bruciato e che lui stesso aveva ricevuto telefonate inquietanti. Ritiene che l’ultimo incidente faccia parte di un tentativo di cacciare lui e altri palestinesi fuori dalla zona. “Non mi vogliono qui. Non vogliono qui nessuno di noi, i palestinesi.”
Ora Oweis teme che rimuovere le bandiere possa provocare un altro attacco, mentre la loro presenza funge da costante avvertimento delle minacce ricevute. La sua maggiore preoccupazione è per i suoi figli che vivono con lui in una casa vicina.
“Ho dei figli piccoli. Ho paura per loro, non per me”, dice. “Se rimuovo le bandiere potrebbero arrivare e uccidermi o far del male ai miei bambini.”
Non ha molte speranze nel ricorrere all’esercito israeliano; secondo lui i soldati stavano lì accanto quando i coloni hanno piantato le bandiere sulla sua proprietà, senza far niente per intervenire. “Con chi devo protestare? Con l’esercito? Non faranno niente.”
Al-Mughayyr: un villaggio sotto assedio
Ad Al-Mughayyr, un villaggio di circa 3.000 palestinesi ad est di Ramallah, gli abitanti adesso si trovano praticamente sotto assedio. La comunità è circondata da almeno 11 avamposti di coloni, alcuni dei quali costruiti su terreni designati come Area B, in cui l’AP è responsabile per le questioni civili, ma Israele mantiene il controllo della sicurezza. L’esercito israeliano ha bloccato l’ingresso orientale del villaggio, mentre i coloni hanno chiuso altre due strade che lo collegano al vicino Turmus Ayya.
Anche la restante stretta strada che attraversa la piana di Marj Siya, dove gli abitanti rischiano attacchi dei coloni che vivono in avamposti adiacenti, è frequentemente chiusa dall’esercito per ore ogni volta. Secondo gli abitanti i soldati sottopongono gli automobilisti in transito a perquisizioni che implicano pestaggi, umiliazioni e furti.
Da ottobre 2023 la pressione combinata di violenze dei coloni, restrizioni militari e perdita dell’accesso ai terreni circostanti ha reso la vita quotidiana a Al-Mughayyr sempre più insostenibile. Gli abitanti descrivono una comunità che lotta per mantenere le sembianze più basilari di una vita normale, come andare al lavoro, a scuola, all’ospedale o a trovare parenti: tutti aspetti che adesso sono pervasi da incertezza e paura.
Queste severe restrizioni hanno isolato Al-Mughayyr dalle vicine comunità. Un abitante di circa 20 anni che ha chiesto di restare anonimo per paura di rappresaglie ha detto che le persone dei villaggi vicini hanno smesso di andare da loro e persino gli insegnanti hanno paura di recarsi alla scuola locale. Gli abitanti evitano di andare a farsi curare e i lavoratori temono di essere fermati ai checkpoint, dove rischiano di perdere i loro soldi o i loro beni.
La pressione si è estesa anche ai terreni agricoli circostanti. Ad agosto 2025 l’esercito israeliano ha sradicato migliaia di ulivi sul lato est del villaggio, restringendo ulteriormente l’accesso dei residenti ai terreni che hanno a lungo fornito il loro sostentamento.
L’abitante ha descritto un attacco ad agosto sulla strada restante dentro e fuori il villaggio, che ha coinvolto un palestinese che era stato rilasciato dal carcere israeliano il giorno prima. Stava andando in ospedale a ritirare i referti medici di un esame quando i coloni lo hanno sorpreso, spruzzandogli peperoncino e picchiando lui, suo fratello e sua sorella.
Quando altri abitanti sono andati a vedere che cosa stesse succedendo hanno trovato coloni che tiravano pietre, sparavano colpi e innescavano incendi, ha detto. Secondo il suo racconto sono poi arrivati soldati israeliani che hanno lanciato gas lacrimogeni contro i palestinesi, impedendo per due ore a un’ambulanza di raggiungere il ferito.
Lui pensa che queste violenze e restrizioni facciano parte di un più ampio tentativo di spingere i palestinesi fuori dal villaggio. “Il loro obbiettivo è espellerci, espellere l’intero villaggio e insediarsi qui,” dice. Ricorda che un colono gli ha detto: “La tua terra non è qui, devi andare altrove, questa è la terra dei nostri padri e tu devi andartene subito.”
Per il 35enne Rabea Abu Naim, un attivista che ha trascorso nove mesi in detenzione amministrativa israeliana – una forma di detenzione senza accuse né processo – prima di essere rilasciato a luglio, la vita a Al-Mughayyr è arrivata ad assomigliare ad un’altra forma di prigione.
Anche per le più comuni attività adesso bisogna calcolare il rischio di imbattersi in coloni o soldati. “In ogni casa del villaggio puoi trovare un martire, un prigioniero o un ferito”, dice.
La violenza è costata un prezzo devastante al villaggio. Da ottobre 2023 nove abitanti sono stati uccisi dal fuoco dei soldati e dei coloni israeliani, secondo quanto riferito per questo progetto. Tra loro c’era Fadi Na’asan, di 17 anni, che è stato ucciso dai soldati a luglio mentre cercava di aiutare una famiglia palestinese la cui casa era stata assalita dai coloni nella periferia del villaggio.
Fadi era un calciatore appassionato. Suo padre Hamdallah ricorda che suo figlio tornava da scuola, posava il suo zaino, prendeva la borsa sportiva e andava subito ad allenarsi.
“Amava giocare a calcio fin dall’età di 12 anni”, dice suo padre. “Era un giocatore chiave nella squadra, segnava molti goal nelle partite.”
Un’altra vittima, il 16enne Khalil Abu Alia, è stato ucciso durante un raid che coinvolgeva soldati e coloni. Suo padre Rasem ricorda di essere uscito con la sua famiglia dopo il tramonto per vedere che cosa stava succedendo in strada. Stavano insieme ad altri abitanti quando Khalil è stato colpito da uno sparo alla schiena.
Khalil era nella stessa classe di Aws Al-Na’asan, un altro studente ucciso a maggio. Secondo Rasem negli ultimi tre anni sono stati uccisi quattro studenti della classe di suo figlio. Per quelli che restano la violenza ha gettato un’ombra sulla loro educazione, lasciando molti ragazzi con la paura di proseguire gli studi.
Al funerale di Khalil sua nonna Samar ha parlato del futuro che suo nipote non vivrà mai. “Quali sogni?”, ha detto. “Non ci sono sogni qui nel nostro villaggio.”
Turmus Ayya: l’occupazione si allarga all’Area B
Hanan Hamayel stava guardando la televisione in casa a Turmus Ayya, a nordest di Ramallah, quando ha sentito un trambusto fuori. Quando ha guardato ha visto più di dieci coloni israeliani che scagliavano pietre. È corsa sul balcone e ha cominciato a chiamare aiuto. “Non sapevo cos’altro fare”, racconta.
L’attacco del 16 ottobre faceva parte di un’ondata di violenze contro le comunità palestinesi durante l’ultima raccolta annuale delle olive. Secondo gli abitanti a Turmus Ayya i coloni hanno attaccato i raccoglitori vicino alle case, ferendo alla testa un abitante e dando fuoco a veicoli e a parte di una casa.
Nella stessa giornata i coloni hanno attaccato i raccoglitori di olive nel vicino villaggio di Khirbet Abu Falah. Erano presenti diversi giornalisti, compresa Heidi Levine del Washington Post, che è stata picchiata e gravemente ferita da un gruppo di coloni mascherati.
Nelle prime tre settimane di ottobre la Commissione della AP per la Resistenza alla Colonizzazione e al Muro ha registrato 317 attacchi ai palestinesi che raccoglievano olive da parte di coloni israeliani e 92 da parte dell’esercito.
La violenza riflette un modello espansivo in questa parte della Cisgiordania, dove i coloni hanno creato avamposti molto all’interno dell’Area B. In villaggi intorno a Ramallah e Nablus gli attacchi dei coloni hanno raggiunto sempre più zone residenziali, minacciando non solo l’accesso dei palestinesi ai loro terreni agricoli, ma anche la loro possibilità di rimanere a casa al sicuro. In alcune comunità la pressione ha già costretto le famiglie a fuggire, mentre tentativi di ritornare sono stati accompagnati da ulteriori violenze.
Appena poche settimane prima, il 5 settembre, l’ambasciatore USA in Israele Mike Huckabee aveva visitato Turmus Ayya, dove risiedono molti palestinesi con cittadinanza statunitense, e aveva condannato la violenza dei coloni. Ma gli attacchi sono continuati, lasciando abitanti come Hamayel con la paura di uscire anche durante la raccolta delle olive, una stagione tradizionalmente impegnata nel lavoro della terra con i familiari e i vicini.
“I coloni sono qui per 24 ore per 7 giorni, vanno e vengono, seminando terrore. Dove è la sicurezza?”, chiede.
“Arrivano tutti i giorni ad ogni ora; non possiamo uscire per raccogliere le olive o neppure uscire di casa”, continua. “Il loro scopo è spaventarci, terrorizzarci. Vogliono espellerci e ucciderci, ma noi non lasceremo le nostre case.”
Jalud: nessun ritorno a casa
La pressione sta salendo anche in una manciata di villaggi a sud di Nablus tra la Route 60 e la Route 5, inclusi Jalud, Talfit e Qusra. I coloni vi hanno stabilito avamposti su colline strategiche che sovrastano le comunità palestinesi, minacciando l’accesso degli abitanti alle loro case e terreni agricoli.
(traduzione dall’inglese di Cristiana Cavagna)
