Gaza teme un’altra carestia

Weam Abu Daqqa

23 ottobre 2026 – Electronic Intifada

All’interno di un piccolo supermercato a Deir al-Balah, nella zona centrale di Gaza, gli scaffali erano stipati di prodotti.

Patatine Lay’s e barrette di cioccolato Kinder. Lattine di Coca-Cola accanto a bevande energetiche Red Bull e vari gusti di succhi zuccherati: mango, fragola, ananas.

Sugli scaffali c’era persino un prodotto nuovo: Traubi, una bevanda austriaca all’uva passa che, stando all’etichetta, viene imbottigliata in Iraq.

A settembre gli scaffali ben riforniti davano l’impressione che i market di Gaza fossero stracolmi di merci e tra la tarda mattinata e il primo pomeriggio gli sfollati si riversavano nei negozi per fare la spesa.

Eppure ciò che non riuscivano a trovare a sufficienza erano alimenti integrali e nutrienti come latte, uova e carne fresca.

Al contrario, i market di Gaza erano pieni di cibi importati e ultra-processati. E da quando il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite ha annunciato il 19 ottobre 2026 la riduzione di un terzo degli aiuti alimentari a Gaza, persino il cibo spazzatura è diventato più difficile da trovare.

La paura di un’altra carestia

Naila Younis, 40 anni, che vive in un campo profughi a Deir al-Balah, deve trovare ogni giorno il modo di sfamare i suoi cinque figli, di età compresa tra gli 8 e i 13 anni. Cerca cibo che possa aiutarli a recuperare la salute, dato che tutti hanno vissuto la carestia del 2025 a Gaza.

“Le cose che cerco continuamente, ma non riesco trovare, sono alimenti ricchi di proteine ​​come carne, latte e latticini”, dice.

“Sembra una cosa voluta. Ai nostri figli vengono negate uova e latte, mentre i mercati sono aperti a tutto ciò che nuoce alla loro salute”.

Quando questi alimenti sono disponibili, aggiunge Younis, vengono venduti a prezzi esorbitanti che le famiglie sfollate non possono permettersi.

Un chilo di pomodori costa 5 dollari [4,45 euro, ndt.]. Alcuni tipi di frutta, come uva e pesche, partono da 7 dollari al chilo o anche di più.

Un litro di latte costa circa 5 dollari; una confezione da 30 uova circa 10 dollari.

Un chilo di carne, quando disponibile, può arrivare a costare fino a 13 dollari.

Le bibite gassate e i succhi di frutta confezionati sono spesso reperibili, al contrario delle bevande fresche, e costano circa 3 dollari al litro.

Questi prezzi sono proibitivi per la maggior parte degli abitanti di Gaza, dove le persone non hanno reddito, risparmi, o accesso al contante.

“La maggior parte delle merci che entrano a Gaza oggi proviene dall’estero, principalmente da Israele, e viene spedita tramite commercianti israeliani in Israele e Cisgiordania, Egitto ed Emirati Arabi Uniti”, dichiara a The Electronic Intifada il proprietario del negozio di alimentari al-Huda a Deir al-Balah, chiedendo l’anonimato.

Aggiunge che “una vasta gamma di merci entra a Gaza in grandi quantità, ma non si tratta di articoli utili ed essenziali di cui i cittadini hanno effettivamente bisogno”.

Questo afflusso di prodotti “di lusso”, come li definisce Younis, è frustrante.

Spiega che ormai il cibo ha perso il suo sapore e quando arriva a Gaza non è più commestibile.

«Mangiamo cibo praticamente marcio o scaduto», dice, sottolineando che i disturbi di stomaco sono frequenti tra i suoi figli.

Sa che i market di Gaza non forniscono il cibo di cui i suoi figli hanno bisogno.

Malnutrizione e carenza di cibo sono la norma.

A seguito dei tagli ai finanziamenti del Programma Alimentare Mondiale, si stima che 500.000 persone «perderanno l’accesso a un’assistenza fondamentale», nonostante, secondo l’organizzazione, solo un bambino su cinque a Gaza «riceva un’alimentazione adeguata» e 1,4 milioni di persone soffrano di «insicurezza alimentare acuta a livelli critici o peggiori».

I pasti caldi saranno «ridotti da 250.000 a 150.000 al giorno».

«Le famiglie che vivono in zone difficilmente raggiungibili, comprese quelle vicino alla linea gialla di controllo militare israeliana, riceveranno un pasto caldo a giorni alterni anziché quotidianamente», ha dichiarato l’organizzazione delle Nazioni Unite.

I palestinesi di Gaza temono un’altra carestia come quella del 2025, diretta conseguenza della chiusura da parte di Israele dei valichi di frontiera di Gaza, che il 2 marzo 2025 ha impedito l’ingresso di tutti gli aiuti umanitari e le importazioni di cibo. Secondo l’ONU solo il 19 maggio, quasi tre mesi dopo, Israele ha consentito l’ingresso di una quantità “limitata” di aiuti.

Eppure in quei mesi, e per tutto l’inverno, la popolazione di Gaza ha sofferto di fame e malnutrizione diffuse a causa di una carestia (ovvero, un’estrema scarsità di cibo) causata dalle politiche israeliane.

Da allora malnutrizione e carenza di cibo persistono a Gaza.

L’unico punto di ingresso per le merci nella Striscia è il valico di Karem Abu Salem, e Israele continua a limitare l’ingresso di rifornimenti e materiali, inclusi semi e fertilizzanti, che consentirebbero agli agricoltori locali di coltivare e produrre su scala più ampia.

Inoltre “l’accesso al mare rimane vietato”, bloccando di fatto qualsiasi attività di pesca.

Quando Naila Younis, la madre di Deir al-Balah, ha descritto la mancanza di cibo sano a Gaza come “voluta”, aveva ragione.

Il cibo come gioia

Anche Ghadir Abu Meshaal, 30 anni, residente nel quartiere di Tel al-Hawa a Gaza City, è preoccupata per la disponibilità di cibo sano per sua figlia Ilya, di 5 anni.

Dopo anni di privazioni i dolci sono diventati una delle poche fonti di gioia per i bambini, e anche per gli adulti. Quando un bambino non può vivere una vita normale anche un piccolo pezzo di cioccolato diventa un evento di gioia.

Ghadir afferma che è impossibile instaurare sane abitudini alimentari a Gaza. Anche quando Ilya è felice di mangiare un pasto sano Ghadir raramente riesce a trovare o a permettersi gli ingredienti necessari per renderlo un’abitudine regolare.

Con i tagli del Programma Alimentare Mondiale e con l’avvicinarsi dell’inverno famiglie come quella di Abu Meshaal soffriranno a causa della mancanza di aiuti e degli alti costi del cibo.

Un’economia “condannata a morte”

Issa Abu Rabie, direttore generale della Camera di Commercio, Industria e Agricoltura di Deir al-Balah, vede l’invasione del mercato da parte di alimenti ultra-processati come un “attacco mirato” alla salute degli abitanti di Gaza, alla sua economia e al suo tessuto sociale.

In una dichiarazione rilasciata a The Electronic Intifada afferma che la scarsità di alimenti nutrienti sul mercato è un segno che l’economia di Gaza è stata “condannata a morte, principalmente a causa del divieto di ingresso di beni strumentali”.

Quando le famiglie non possono permettersi il cibo venduto nei market, questo impone “un peso immenso sui capifamiglia”. La vita viene sconvolta e le persone ricorrono a misure disperate, come furti o saccheggi, pur di provvedere alla propria famiglia.

La soluzione, secondo Abu Rabie, è “ripristinare le normali operazioni di importazione riaprendo i valichi di frontiera e facilitando il flusso di merci”.

Qualsiasi altra soluzione porterebbe alla “distruzione” dell’economia di Gaza e della salute della sua popolazione.

Weam AbuDaqqa è una scrittrice e giornalista che vive a Gaza.

(traduzione dall’inglese di Aldo Lotta)