Smettete di chiamarla “operazione”. I soldati israeliani non si stanno esercitando

Smettete di chiamarla “operazione”. I soldati israeliani non si stanno esercitando

Amira Hass

28 ottobre 2026, Haaretz

Da Hebron a Gaza, i soldati procedono con le espulsioni dei palestinesi chiamandole operazioni militari. E’ un eufemismo che oscura la realtà, favorendo la visione di Smotrich di una terra senza palestinesi.

Non si tratta di un'”operazione”. Bisogna smettere questo uso collaborazionista del gergo militare che getta polvere negli occhi alle persone. Costringere le persone a lasciare le proprie case, anche se “fino a ulteriore comunicazione” non è un’operazione. Quello che l’esercito più morale dell’universo sta perpetrando a Hebron dallo scorso venerdì è un’altra tappa, un altro girone infernale del “Piano decisivo” del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich.

Soldati di 19 anni e ufficiali di 24 (i vostri figli, nipoti e fidanzati) forse stanno solo eseguendo degli ordini, ma non stanno partecipando a un’esercitazione notturna sul campo. Stanno E.S.P.E.L.L.E.N.D.O. delle persone.

Stanno espellendo donne, anziani, giovani e bambini. Sotto le baionette dei loro fucili e le restrizioni di movimento a loro imposte, circa 5.000 persone, secondo la municipalità di Hebron, sono state costrette a lasciare le loro case. Alcune se ne sono andate in pigiama con un po’ di contanti e i gioielli d’oro delle nozze, se non li avevano già venduti molto prima per mitigare gli effetti degli attacchi finanziari che Smotrich ha perpetrato contro i palestinesi e l’Autorità Palestinese.

Gli autisti dei bulldozer che dalla scorsa settimana stanno distruggendo edifici commerciali, agricoli e residenziali nell’area di Hebron non stanno “applicando la legge”. Anche questa stessa espressione è una cortina di fumo dietro la quale si nascondono generazioni di grigi burocrati e zelanti funzionari. Sono tutti coinvolti nell’espulsione di massa. Eseguono ordini militari che sono stati pensati fin dall’inizio per rendere la vita peggiore a un particolare gruppo di persone. Si tratta, in altre parole, di ordini di espropriazione travestiti da “pianificazione e buongoverno”.

L’Amministrazione Civile di Israele in Cisgiordania, che autorizza questi ordini di demolizione, non non è il ramo esecutivo di un sistema che rispetta la separazione dei poteri. Queste “leggi” non sono state approvate da un parlamento eletto ma sono parte degli ordini imposti da un regime militare in cui persone in uniforme e altre che le mandano ricoprono tutti i ruoli assieme: governanti, legislatori, giudici ed esecutori.

Non sono gli edifici demoliti che sono “illegali”, ma il regno del terrore di Israele su un popolazione indigena privata dei propri diritti. Non sono gli occupanti di quelle case demolite ad aver infranto la legge, ma gli ufficiali che hanno ordinato la loro demolizione e i soldati, i vostri figli e i vostri vicini, che hanno felicemente obbedito.

Sanno bene perché si nascondono dietro “maschere dell’Aia“. Vogliono essere liberi di divertirsi all’estero senza la paura di essere perseguiti, o trovare un lavoro ben pagato con un’azienda di sicurezza internazionale.

Anche la parola “evacuazione” è uno strumento usato per diluire la consapevolezza. A Jenin e a Tulkarem, decine di migliaia di residenti dei campi profughi sono stati “evacuati”, e dopo quasi due anni non gli è stato ancora consentito di tornare ai loro quartieri distrutti. Che emigrino in Giordania.

Nella Striscia di Gaza, l’evacuazione ha reso possibile la distruzione e ha lasciato due milioni di persone senza casa dopo che sono sopravvissute a bombardamenti a tappeto. Che emigrino in Egitto.

Nello Stato Democratico per gli Ebrei (nome temporaneo) evacuazione significa espellere i palestinesi dalla loro case a beneficio della colonizzazione ebraica. Punto.

Con la loro obbedienza entusiastica i soldati a Hebron tracciano una linea continua, che parte dalle espulsioni del passato, eseguite dai loro genitori, nonni e zii a partire dal 1948, e arriva fino alle espulsioni del presente, che loro stessi, e i loro fratelli maggiori, hanno eseguito e continuano ad eseguire a Gaza.

L’espulsione che è stato loro comandato di portare a termine lo scorso fine settimana è un altro anello in una catena di “operazioni”: l’espulsione di comunità di pastori in Cisgiordania, ordinata e orchestrata dell’Amministrazione Civile e eseguita tramite le aggressioni dei coloni; la distruzione delle comunità beduine nel Negev (dopo una serie di espulsioni nel passato); e l’espulsione dei residenti dei quartieri palestinesi a Gerusalemme Est, sia attraverso divieti di edificazione che demolizione di case, ordinati e orchestrati della municipalità e dal Ministro dell’interno.

Non so se al momento siamo nel girone 13 o nel girone 54 del Piano Decisivo. Sarebbe più accurato dire che siamo in diversi gironi contemporaneamente, tutti normalizzati e di cui ben poco viene reso noto.

C’è il divieto della raccolta della olive (dove sono gli agricoltori ebrei della Galilea e del Negev, gli abitanti dei kibbuz e di altre comunità agricole cooperative (moshav), chi si scandalizzerà e protesterà?). I coloni picchiano i raccoglitori di olive fino a farli sanguinare. E’ una routine. Nel migliore dei casi i soldati se ne stanno da parte. Possiamo capirli. Vengono dagli stessi avamposti coloniali, o vi sono ospitati.

Poi ci sono le guardie carcerarie che affamano e torturano i loro prigionieri, sia perché gli è stato ordinato sia perché scelgono di farlo. I giocatori di videogame continuano a bombardare Gaza, mettendo in conto in anticipo i bambini e gli anziani come danni collaterali. I coloni si appropriano di una casa o le danno fuoco. E’ tutta ordinaria amministrazione. Su ordine dei coordinatori per la sicurezza della colonie i soldati sbarrano le entrate e le uscite dai ghetti palestinesi.

La nostra lingua brulica di parole che normalizzano il regno del regime militare-coloniale e le sue atrocità. I legami familiari degli israeliani con i perpetratori li rendono insensibili ad ogni associazione storica. E la mancanza di spazio diluisce la realtà. Tutto quello che è pubblicato è solo una frazione di quello che sta avvenendo e non riesce a rendere il sadismo collettivo in cui Israele è impantanato.

La normalizzazione, la sottorappresentazione e il rifiuto di Israele di vedere rendono possibile che questa catena di cancellazione, a Dio piacendo, continui ad allungarsi, dritta nel futuro da incubo sognato da Smotrich, l’organizzatore che si appoggia fermamente sulle spalle dei suoi predecessori.

Grazie a questo futuro da incubo, i rispettabili coloni della “Giudea e Samaria”, siano essi nati nello stato di Israele o siano nuovi arrivati con raffinati accenti sudafricani o affascinanti accenti francesi, sono affluiti in gran numero alle urne martedì 27 ottobre per votare per Smotrich. Dopo tutto, sebbene l’obiettivo è l’espulsione, si tratta anche di efficace propaganda elettorale.

Non è un caso che il Primo ministro Benjamin Netanyahu sia corso a Hebron per sfruttare la sparatoria in cui due soldati israeliani e due palestinesi armati sono stati uccisi lo scorso venerdì. Stava cercando di competere con il Ministro della difesa Israel Katz e quello della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir su chi riuscisse a fare le minacce più spaventose.

Ma non preoccupatevi; siete tutti spaventosi, perché siete tutti determinati a cacciare i palestinesi dalla loro terra. E i vostri rivali della coalizione “chiunque tranne Bibi” o non sono interessati o non hanno obiezioni.

Traduzione dall’inglese di Federico Zanettin