La sconfitta elettorale ha scatenato una parata di razzismo contro i palestinesi

Una manifestazione a favore di Netanyahu dopo le elezioni del 27 ottobre. Foto: (Jack Guez/AFP)

Lubna Masarwa

3 novembre 2026 MiddleEastEye

Oggi in Israele il colore politico non ha molta importanza. Essere un arabo è già una prova sufficiente di colpevolezza.

Il giorno prima delle elezioni israeliane passeggiavo in un quartiere benestante e verdeggiante nella parte occidentale di Gerusalemme, a cinque minuti dalla residenza ufficiale del presidente Isaac Herzog.

Stavo andando a intervistare un esperto sui cittadini palestinesi che si prevedeva avrebbero per la prima volta votato in massa.

Tre bambini, non potevano avere più di sette o otto anni, sono saltati giù dagli scivoli in un’area giochi e sono corsi verso di me. 

Uno di loro mi ha chiesto per chi avrei votato. Ho pensato: strana domanda per dei bambini.  

Ho detto che avrei votato per la Lista Unita. Il capo del gruppo mi ha chiesto: “Cos’è la Lista Unita? È Bibi?” Io ho risposto di no, senza spiegare che era una coalizione di partiti arabi. 

Il bambino ha detto: “Quindi non voterai per Netanyahu?”

Io ho detto di no. Mi ha sputato addosso e gli altri due mi hanno mostrato il dito medio. 

Devono aver pensato fossi un’ebrea che stava disertando il campo del primo ministro Benjamin Netanyahu. Mi sono chiesta cosa avrebbero fatto se avessero saputo che ero palestinese.

Dei bambini che sputano su una signora di mezza età non sembravano aver sorpreso nessuno dei passanti.

Per i sionisti progressisti questa elezione ha suscitato una discussione sui confini della democrazia israeliana e se questa possa includere noi arabi.

Ma, a pensarci bene, credo stia succedendo qualcosa di molto più profondo che il semplice odio, sebbene profondamente radicato, nei confronti di un gruppo minoritario. La reazione al 7 ottobre ha semplicemente portato tutto allo scoperto.

Dovunque guardi per strade e superstrade si vedono insegne luminose, adesivi o grandi cartelloni elettorali che mettono in guardia gli ebrei dai palestinesi, invocando apertamente ulteriori occupazioni, espulsioni e deportazioni.

I palestinesi che vivono nella città non devono fiatare se vogliono vivere in questa realtà. Non hanno il diritto di protestare contro ancora un altro manifesto dove si chiede che vengano ammazzati o espulsi.

Non è solo in tutti i dibattiti di questa campagna elettorale. Lo puoi sentire nelle chiacchiere per strada: “Noi non ci siederemo con gli arabi.”

Tutte le discussioni sono su come formare coalizioni senza i voti degli arabi. 

I palestinesi votano per sopravvivere.

Tre partiti politici israeliani hanno partecipato con programmi che sostengono apertamente deportazioni, sfollamenti ed espulsioni di palestinesi, persino quelli con cittadinanza israeliana.

Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e leader del partito Sionista Religioso, ha concentrato la sua campagna elettorale sulla “ebraizzazione” delle regioni israeliane della Galilea e del Negev dove vivono molti cittadini palestinesi.

Tutto è stato orchestrato da Netanyahu che, di norma, dovrebbe essere il primo ministro uscente di Israele, ma che continua a essere il premier ad interim.

Haaretz ha analizzato le attività social di Netanyahu il giorno delle elezioni. Un suo post su due era contro gli arabi, spianando la strada ad accuse sull’integrità del voto.

La risposta dei cittadini palestinesi di Israele, che costituiscono un quinto della popolazione, è stata immediata. Sono accorsi alle urne ottenendo il risultato senza precedenti di 19 seggi, diventando il terzo blocco parlamentare dopo Likud e Yashar.

Quelli che avevano boicottato le elezioni per tutta la vita sono andati a votare per la prima volta.

Non è stata una rivelazione improvvisa. Ogni palestinese ha capito di far parte di Israele, ma solo come mera formalità, per farlo sembrare un Paese democratico, senza alcuna possibilità significativa di cambiare la propria vita. Nel passato solo poco più della metà aveva votato.

Ma questa volta è stato diverso.

I palestinesi di Israele sanno che quello che è successo a Gaza, e che continua a succedere nella Cisgiordania occupata, potrebbe succedere anche a loro.

Israele ha commesso un genocidio e l’ha fatta franca. Questo voto è un voto per sopravvivere: una esplicita paura molto esistenziale. 

Il sociologo palestinese Ameer Fakhoury ha detto a Middle East Eye: “Il momento in cui la tua esistenza diventa il tuo problema centrale, lo stesso significato di cittadinanza cambia. Un cittadino, nel significato sostanziale, non dovrebbe impegnarsi in politica solo per evitare la morte.

“Non è così che dovrebbe funzionare la cittadinanza. Quando la sopravvivenza diventa il motivo dominante, crollano i confini della normale partecipazione politica. Il significato simbolico e sostanziale di ‘cittadinanza’ è minato alle fondamenta.”

Un risultato così in un Paese democratico “normale” sarebbe finito con la vittoria dell’opposizione.

Ma non in Israele. L’iniziale sconfitta di Netanyahu è diventata un’orgia, una parata di razzismo contro i palestinesi.

Non ci sono arabi buoni o cattivi

Channel 12 News ha riportato che il giorno delle elezioni e in quelli successivi sui social media c’è stato un aumento del 400% di contenuti razzisti contro gli arabi accusati di aver rubato le elezioni.

Ayala Hasson, giornalista veterana dell’emittente pubblica israeliana Kan 11 ha affermato, senza alcuna prova, che alcuni dei 19 neoeletti membri della Knesset dei partiti palestinesi, Ra’am e Lista Unita, “avevano versato fondi ad Hamas”.

Anche Hasson, giornalista pro Netanyahu, ha messo in dubbio l’integrità delle elezioni dicendo che i votanti palestinesi avevano ricevuto buste con denaro quale parte di una campagna per mobilitare illegalmente i votanti.

Non importa veramente il tuo credo politico. Il fatto che tu sia un arabo è sufficiente a provare la tua colpevolezza.

Mansour Abbas, il leader di Ra’am, riconoscendo lo Stato ebraico e invocando la leva obbligatoria, ha apertamente adottato un programma sionista.

Ha ricevuto lo stesso trattamento. Questo significa che nemmeno un palestinese che rinunci alla propria identità nazionale può far parte di un sistema politico ideato solo per gli ebrei.

La stessa cosa è successa a Lucy Aharish, giornalista araba sposata con un ebreo israeliano che ha prestato servizio come combattente riservista durante il genocidio a Gaza.

Aharish è stata massacrata da figure di spicco del Likud.

Itzik Bonzel, un candidato del Likud, ha postato su Facebook: “Puoi girare quanto vuoi per le nostre strade, ma vivere fra noi non ti rende in alcun modo israeliana e non farai mai parte di noi o del popolo di Israele.”

Aharish è un’oppositrice della causa nazionale palestinese. Bonzel ha detto che lei era “un corpo estraneo, senza vere radici in questa terra e che non sarà mai un’israeliana”, concludendo con una minaccia: “Stai al tuo posto.”

Gli arabi in Israele non possono più ignorare il fatto che in Israele per molti, ora forse la maggioranza, non ci sono arabi buoni o cattivi. Non importa che si passi dalla loro parte.

Per loro i palestinesi sono illegittimi e dovrebbero essere espulsi dallo Stato ebraico.

Il genocidio a Gaza non finisce là. Potrebbe benissimo continuare nella stessa Israele e ciò non dovrebbe essere ignorato dai leader palestinesi.

Mi è stato chiesto in un’intervista a una stazione radio canadese se pensavo che in futuro i palestinesi avrebbero di nuovo votato nelle elezioni. Questo risultato li aveva ispirati?

Per un attimo sono rimasta spiazzata dalla stupidità di questa domanda.

“Io non sono ispirata, sono atterrita,” ho risposto.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la politica editoriale di Middle East Eye

Lubna Masarwa è giornalista e capo della redazione di Palestina e Israele di Middle East Eye con sede a Gerusalemme

(Traduzione dall’inglese di Mirella Alessio)