Shatha Yaish, Oren Ziv e Basel Adra
26 ottobre 2026 – +972 Magazine
Jalud: nessun ritorno a casa
La pressione sta salendo anche in una manciata di villaggi a sud di Nablus tra la Route 60 e la Route 5, inclusi Jalud, Talfit e Qusra. I coloni vi hanno stabilito avamposti su colline strategiche che sovrastano le comunità palestinesi, minacciando l’accesso degli abitanti alle loro case e terreni agricoli.
Nel gennaio di quest’anno alcuni coloni hanno stabilito l’avamposto di Tel Talpiyot su una collina tra i villaggi, molto all’interno dell’Area B. Successivamente nell’area circostante sono sorti altri insediamenti di coloni, tra cui uno situato vicino alle abitazioni della famiglia Tubasi, alla periferia di Jalud.
Dopo mesi di molestie e ripetuti attacchi, a luglio i membri della famiglia sono stati costretti ad abbandonare le proprie case. I coloni si erano insediati nell’area attorno alle loro abitazioni rendendo impossibile per la famiglia rimanervi in sicurezza.
La famiglia si è rivolta all’Alta Corte di Giustizia israeliana, che a settembre ha ordinato alle autorità di predisporre il rientro dei residenti sfollati. Tuttavia, quando la notte del 28 settembre i soldati israeliani hanno tentato di scortare la famiglia verso le proprie case, un folto gruppo di coloni ha aggredito sia i residenti che facevano ritorno sia le forze di sicurezza.
I coloni hanno bloccato le strade, lanciato pietre e appiccato incendi, costringendo i soldati a evacuare la famiglia invece di completarne il rientro. Due delle case della famiglia sono state date alle fiamme e pesantemente vandalizzate, rendendole inabitabili senza interventi di riparazione radicali.
Per Muhammad Tubasi il mancato rientro non ha fatto altro che rafforzare i suoi dubbi sul fatto che le autorità israeliane possano proteggere la famiglia o far rispettare la sentenza del tribunale. Si è chiesto se l’operazione fosse stata coordinata in modo adeguato a garantire la loro sicurezza, o se il suo unico scopo fosse stato quello di dimostrare al tribunale che era stato fatto un tentativo.
Tubasi ha inoltre contestato la rappresentazione fornita dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il quale ha descritto i coloni violenti come un gruppo relativamente ristretto di 150 giovani estremisti, distinto dal più ampio movimento dei coloni.
“Solo a casa mia c’erano 150 coloni”, ha affermato. “Sono forse arrivati qui tutti i ‘giovani delle colline’ (Hilltop Youth) della Cisgiordania? E se sono davvero solo 150, è possibile che il governo non sia in grado di gestire un numero simile? È semplicemente falso”.
Per la famiglia, tuttavia, l’interrogativo immediato è se riusciranno mai a tornare nella loro proprietà. Dopo aver visto le fotografie della distruzione, Tubasi fa fatica a immaginare come possano ricostruire la propria vita in quel luogo.
“Come possiamo tornare?”, si chiede. “Ho visto le foto, non è rimasto nulla: bisogna ricostruire tutto da zero”.
E1: La strada verso la frammentazione
La piccola comunità beduina di Khan al-Ahmar, a est di Gerusalemme, è diventata un simbolo della resistenza palestinese al progetto di insediamento israeliano noto come “E1”.
Il piano di costruzione è rimasto bloccato per anni a causa delle pressioni internazionali, lasciando il futuro della comunità in una situazione di incertezza. Tuttavia, le autorità israeliane hanno ora iniziato a portare avanti i progetti per sviluppare quest’area strategicamente importante, situata tra la Gerusalemme Est occupata e l’insediamento di Ma’ale Adumim; ciò segnerebbe la fine di Khan al-Ahmar e, per molti, anche della soluzione a due Stati.
“L’E1 è come un cancro”, ha dichiarato Eid Jahalin, leader della comunità. “Se il governo intraprende anche solo una parte del progetto, la soluzione a due Stati sarebbe finita”.
Oltre a compromettere la prospettiva di uno Stato palestinese contiguo, di fatto tagliando in due il territorio, il progetto minaccia di frammentare ulteriormente le città palestinesi in Cisgiordania interrompendo i collegamenti tra Ramallah, Gerusalemme Est e Betlemme. Tuttavia, per i palestinesi che vivono all’interno e nei dintorni del corridoio destinato agli insediamenti, le conseguenze vanno ben oltre il futuro politico del territorio.
I piani per l’espansione degli insediamenti e la limitazione dell’accesso alle aree circostanti stanno già mettendo a rischio le comunità e i loro mezzi di sussistenza, rendendo difficile per i residenti rimanere sulle proprie terre o spostarsi liberamente tra città e villaggi. “Come è cambiata la nostra vita? Ci sono coloni ovunque, dappertutto”, ha dichiarato Jahalin.
Lo scorso dicembre il governo israeliano ha pubblicato un bando per oltre 3.400 unità abitative nell’area E1, per poi avviare, ad agosto, le procedure per un ulteriore bando. Le autorità stanno inoltre portando avanti i progetti per una strada che devierebbe il traffico palestinese lontano dall’insediamento di Ma’aleh Adumim, offrendo potenzialmente a Israele la possibilità di limitare l’accesso dei palestinesi al corridoio E1.
Nel maggio di quest’anno le autorità israeliane hanno demolito decine di negozi e altre strutture commerciali all’ingresso orientale di Al-Eizariya, una città palestinese a sud-est di Gerusalemme. Secondo l’organizzazione israeliana Peace Now, che monitora le attività di insediamento, le demolizioni sembrerebbero legate ai progetti per una nuova strada.
Tra coloro che hanno perso la propria attività c’è Amir Abu Zahou, che ora vende giocattoli in un punto vendita improvvisato dopo la demolizione del suo negozio. Originario di Jenin, Abu Zahou si è trasferito ad Al-Eizariya circa due anni fa in cerca di un mezzo di sostentamento. “Viviamo alla giornata. A volte gli affari vanno bene”, racconta.
Tuttavia, anche quando il suo negozio è aperto, i posti di blocco israeliani e le chiusure stradali possono lasciare gli automobilisti bloccati per ore, rendendo difficile attirare clienti. “A volte la coda da qui arriva fino a Hebron”, spiega. “Chi ha voglia di comprare qualcosa quando resta bloccato nel traffico per tre ore?”
Idhna: il sostentamento perduto due volte
Per 38 anni Ismail Tmaizi si è guadagnato da vivere lavorando in Israele. Tuttavia dopo il 7 ottobre le autorità israeliane gli hanno revocato il permesso di lavoro, lasciandolo privo di qualsiasi fonte di reddito. Avendo una moglie, figli e nipoti da mantenere nella sua città natale Idhna, situata a nord-ovest di Hebron, ha deciso di coltivare il terreno di sua proprietà.
Tmaizi ha iniziato a riqualificare un appezzamento di due dunam nella zona di Al-Jalatiya, a circa un chilometro dagli insediamenti israeliani di Adora e Telem. Vi ha piantato ulivi, grano, orzo e colture stagionali, sperando che la terra potesse offrire una fonte di sostentamento alternativa per la sua famiglia. Ma quello che era nato come un tentativo di ritrovare una certa stabilità economica si è trasformato, in ultima analisi, nella devastante perdita di ogni possibilità di guadagnarsi da vivere.
Secondo quanto riferito da Tmaizi, i coloni hanno preso sempre più di mira gli agricoltori della zona: si sono appropriati di una sorgente utilizzata per l’irrigazione, hanno allontanato i residenti dalle loro terre e hanno fatto pascolare il bestiame sui campi coltivati. Hanno inoltre danneggiato recinzioni e muretti a secco, tentato di rubare il bestiame e appiccato incendi ai campi di grano e orzo, impedendo così agli agricoltori di raccogliere i frutti del loro lavoro.
Frattanto, secondo i residenti, l’ingresso principale di Idhna è chiuso da circa due anni, limitando l’accesso a posti di lavoro, terreni agricoli e servizi essenziali, e mettendo ulteriormente sotto pressione l’economia locale.
Il 12 giugno alcuni proprietari terrieri della zona hanno organizzato la preghiera del venerdì sui propri terreni per protestare contro gli attacchi. Inizialmente Tmaizi non si è unito a loro perché era impegnato a preparare una stanza per suo figlio sul tetto della propria casa.
Quella mattina, racconta, avevano iniziato a circolare messaggi su WhatsApp e nei gruppi di notizie locali secondo cui coloni e soldati israeliani avevano attaccato i manifestanti, facendo uso di gas lacrimogeni e granate stordenti. Poco dopo Mohammed, il fratello di Tmaizi, ha chiamato per avvertirlo che alcuni coloni avevano appiccato il fuoco ai campi vicino alla sua proprietà e che le fiamme si stavano propagando verso i suoi ulivi.
“Mi ha chiesto di tornare in fretta e di aprire il cancello, per poter impedire al fuoco di raggiungere il terreno”, ha raccontato Tmaizi.
È arrivato intorno alle 12:30 e ha visto le fiamme propagarsi verso il suo appezzamento. Su una collina vicina, dove erano state erette le tende dei coloni e issate bandiere israeliane, Tmaizi ha notato dei soldati e una trentina di coloni, alcuni dei quali armati e a volto coperto.
Tmaizi ha aperto il cancello ed è corso all’interno per fermare l’incendio. Mentre trasportava acqua verso le fiamme, cercando di spegnerle vicino alla recinzione, un colono gli ha sparato alla schiena.
È stato trasportato d’urgenza all’ospedale Al-Ahli di Hebron, dove è stato sottoposto a un intervento chirurgico durato circa quattro ore e mezza. Una parte del proiettile è rimasta conficcata vicino al midollo spinale. Ha trascorso 21 giorni in ospedale, di cui 13 nel reparto di terapia intensiva.
In seguito, grazie all’aiuto di suo fratello e di attivisti israeliani, ha ottenuto un permesso per recarsi al centro medico Shaare Zedek di Gerusalemme per ulteriori cure. Lì, racconta Tmaizi, i medici gli hanno diagnosticato una paraplegia, comunicandogli che non avrebbe più camminato.
A causa della lesione è costretto a letto, impossibilitato a lavorare o a provvedere alla propria famiglia. Dopo quasi quarant’anni di lavoro in Israele, seguiti dal tentativo di guadagnarsi da vivere con l’agricoltura, si ritrova ora privo di qualsiasi fonte di reddito.
“Non sono andato nella mia terra per attaccare qualcuno”, ha dichiarato. “Ci sono andato per proteggerla dal fuoco. È la mia terra. Stavo solo cercando di salvare i miei ulivi e alla fine sono rimasto paralizzato”.
Hebron: la vita in un recinto militare
Quando il 16 agosto Fahd Al-Jabari e suo padre Nasser sono stati colpiti da colpi d’arma da fuoco durante un attacco da parte di coloni a Hebron, un’ambulanza è giunta rapidamente sul posto per trasportarli in ospedale. Tuttavia, per circa 45 minuti i due uomini – di 43 e 64 anni – sono rimasti a terra a sanguinare, poiché i soldati hanno impedito al mezzo di soccorso di raggiungerli.
A raccontarlo è Areej Al-Jabari, una loro vicina di casa che ha ripreso la scena. Lei ricorda il sangue, le grida dei bambini e l’impotenza provata nel guardare i feriti in attesa di assistenza medica.
Al-Jabari, 42 anni, madre di cinque figli, attivista per i diritti umani e interior designer – impegnata anche nel sostegno alle donne della sua comunità – vive a Wadi Al-Hussein, vicino alla Città Vecchia di Hebron, nell’area nota come H2. Questa porzione della città, che costituisce un quinto della superficie totale, ospita circa 35.000 palestinesi che vivono sotto il controllo permanente dei soldati israeliani, accanto a circa 800 coloni israeliani che continuano a sottrarre altre abitazioni ai palestinesi.
La casa di Al-Jabari sorge accanto a Beit HaShalom, un edificio di quattro piani occupato dai coloni circa 15 anni fa.
Dall’ottobre 2023 le restrizioni da lungo tempo imposte da Israele alla vita dei palestinesi nell’area H2 si sono intensificate, trasformando le attività quotidiane in imprese talvolta pericolose. L’installazione di nuovi posti di blocco militari e il ricorso sempre più frequente al coprifuoco hanno reso più difficile per i residenti raggiungere scuole, luoghi di lavoro, moschee e ospedali, mentre gli attacchi da parte dei coloni hanno accresciuto il loro senso di insicurezza.
“Le nostre vite sono cambiate radicalmente”, ha spiegato Al-Jabari. “La strada è chiusa e l’intera zona è soggetta a restrizioni severe e coprifuochi. Se dobbiamo acquistare beni di prima necessità siamo costretti ad andare nell’area H1, perché qui non ci sono negozi aperti. Viviamo, di fatto, all’interno di un recinto”.
Sette posti di blocco frammentano il quartiere, separando i residenti gli uni dagli altri e limitandone gli spostamenti. I coprifuoco possono protrarsi per giorni, in particolare durante le festività ebraiche. Nei primi mesi di guerra ai residenti è stato talvolta concesso di uscire di casa solo per un’ora al mattino e un’ora alla sera.
Le conseguenze possono essere particolarmente gravi durante le emergenze mediche. Raggiungere un ospedale può richiedere il coordinamento con le autorità israeliane e spesso alle ambulanze non è consentito accedere all’area. “Se qualcuno si sente male o rimane ferito, l’ambulanza non riesce a raggiungerci facilmente, anche quando si trova a pochi passi”, ha spiegato Al-Jabari.
Ha citato l’episodio in cui sono stati colpiti Fahd e Nasser come uno degli esempi più strazianti: “Sono rimasti a sanguinare per molto tempo, circa 45 minuti, nonostante l’ambulanza fosse vicinissima. Eravamo in contatto con il personale dell’ambulanza, ma non veniva loro permesso di raggiungerli”.
Sebbene gli attacchi contro i residenti, le abitazioni e i veicoli avvenissero già prima dell’ottobre 2023, Al-Jabari ha sottolineato che da allora la situazione è diventata più pericolosa, anche perché un numero maggiore di coloni si è procurato delle armi. Ha raccontato di giovani uomini picchiati dai soldati, sottoposti a perquisizioni del telefono e trattenuti per sette o otto ore. La stessa Al-Jabari ha subito un’aggressione da parte di un colono che ha lanciato una pietra contro la sua auto, mandando in frantumi un finestrino.
Ricorda molti altri incidenti. In uno, un soldato e un colono sono entrati in una moschea e hanno suonato canzoni ebraiche dagli altoparlanti. I residenti hanno dovuto contattare le autorità di collegamento israeliane per garantire la partenza dell’imam.
In un altro, un gruppo di donne è stato detenuto per circa sette ore dopo la preghiera di Tarawih durante il Ramadan, con mani e piedi legati. Anche i loro figli sono stati arrestati e poi rilasciati, ha raccontato.
Secondo Al-Jabari questi incidenti hanno creato un pervasivo senso di paura, lasciando le famiglie incerte su cosa potrebbe accadere ogni volta che si avventurano fuori o anche mentre rimangono a casa.
“Dal 7 ottobre le nostre vite sono segnate dalla paura”, ha raccontato. “Viviamo in un terrore costante. A ogni istante ci chiediamo: i coloni potrebbero attaccare le nostre case? I soldati potrebbero arrestare noi o i nostri figli? Potrebbero spararci? Si arriverà al punto in cui verremo uccisi nelle nostre stesse abitazioni?”
Ciò che la preoccupa maggiormente è che il mix di violenza, isolamento e restrizioni alla circolazione finisca per rendere insopportabile la vita nel quartiere. “Vogliamo vivere qui in sicurezza. Vogliamo che i nostri figli vadano a scuola. Vogliamo poterci spostare, acquistare ciò di cui abbiamo bisogno e raggiungere un ospedale quando qualcuno sta male. Il mio timore più grande è che questa pressione continui, finché le persone non arriveranno a dire: ‘Non possiamo più vivere qui, dobbiamo abbandonare le nostre case’ ”.
Wadi Al-Rakhim: dove la casa non è un rifugio
L’anno scorso Yusuf e Mas’adah Shenaran hanno installato delle reti metalliche alle finestre e lungo la scala della loro casa a Wadi Al-Rakhim, nella regione di Masafer Yatta, nel sud della Cisgiordania, sperando di proteggere la propria famiglia dagli attacchi dei coloni israeliani.
Le barriere avevano lo scopo di impedire che le pietre infrangessero i vetri e di evitare che i coloni potessero entrare nell’abitazione. Tuttavia, si sono rivelate di scarsa utilità quando, all’inizio di questo mese, i coloni hanno preso di mira la loro casa.
La sera del 6 ottobre alcuni coloni provenienti da due avamposti, stabiliti rispettivamente a est e a ovest dell’abitazione dei Shenaran, hanno infranto le finestre e colpito Yusuf e i loro figli con delle pietre.
“Dopo aver finito di lanciare pietre, i coloni hanno circondato la nostra casa, hanno distrutto le luci esterne e hanno tagliato i cavi collegati al nostro impianto elettrico e al sistema di energia solare”, ha raccontato Mas’adah.
Secondo il suo racconto, coloni e soldati sono rimasti all’esterno per tutta la notte e per la giornata successiva. La famiglia non ha potuto né dormire né uscire di casa, e i bambini non sono riusciti ad andare a scuola.
L’attacco è avvenuto dopo mesi di crescente violenza contro i residenti della comunità. A marzo un colono che indossava un’uniforme militare ha ucciso il ventottenne Amir Shenaran e ha ferito suo fratello Khaled, di 32 anni, affetto da paraplegia. Ad agosto il padre Mohammed è stato colpito da un proiettile alla spalla.
Per Yusuf e Mas’adah la minaccia della violenza è ormai parte della vita quotidiana. “Non possiamo vivere così”, ha dichiarato Mas’adah. “Non riusciamo a muoverci liberamente né a dormire serenamente nelle nostre case”.
+972 e Local Call hanno interpellato l’esercito israeliano per ottenere un commento sugli episodi menzionati in questo rapporto. L’eventuale risposta verrà aggiunta non appena perverrà.
Shatha Yaish è una giornalista che corrisponde da Gerusalemme Est e dalla Cisgiordania.
Oren Ziv è un fotoreporter, collaboratore di Local Call e membro fondatore del collettivo fotografico Activestills.
Basel Adra è un attivista, giornalista e fotografo originario del villaggio di At-Tuwani, nelle colline a sud di Hebron.
(traduzione dall’inglese di Luciana Galliano)
