Perché i successi elettorali dei palestinesi in Israele non possono modificare la struttura razzista dello Stato.

Il voto di un Palestinese nel villaggio di Umm Al Fahm. Foto: AFP

Ghada Majadli

30 ottobre 2026-Middle East Eye

L’esistenza della rappresentanza parlamentare non annulla né il regime di apartheid né le 50 leggi discriminatorie che regolano la vita dei cittadini palestinesi di Israele.

L’elevata affluenza alle urne dei palestinesi nelle elezioni israeliane è stata in parte alimentata dai recenti tentativi di eliminare la rappresentanza politica palestinese nella Knesset. Ciò è vero a prescindere da ciò che pensiamo della partecipazione palestinese al parlamento israeliano; Israele e i suoi alleati hanno a lungo utilizzato la partecipazione palestinese per mascherare il carattere razzista dello Stato e respingere le accuse di apartheid. L’esistenza di una rappresentanza parlamentare palestinese non annulla né il regime di apartheid né le 50 leggi discriminatorie che regolano la vita dei cittadini palestinesi di Israele. 

I palestinesi in Israele si sono recati alle urne perché un altro mandato del primo ministro Benjamin Netanyahu, sostenuto da un’alleanza con i ministri di estrema destra Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, avrebbe conseguenze letali per i palestinesi ovunque si trovino.  Ciò include i palestinesi che vivono all’interno di Israele i quali hanno dovuto affrontare un’escalation di violenza politica e incitamento all’odio, crescenti richieste di sfollamento ed espulsione e una tendenza sempre più aggressiva a molestarli e perseguitarli. 

Tra questi figurano la recente creazione di un avamposto nelle terre di Majd al-Krum [cittadina arabo-palestinese nel nord di Israele, n.d.t.], guidato da un gruppo di giovani coloni di estrema destra e sostenuto dal ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, che replica le stesse pratiche di appropriazione indebita di terre ed espansione degli insediamenti in corso in Cisgiordania. Si aggiungono inoltre gli attacchi all’identità culturale palestinese e le restrizioni all’uso della lingua araba nei luoghi di lavoro.

Per quanto si possa voler interpretare l’aumento dell’affluenza alle urne come una risposta al genocidio di Gaza, all’accelerazione della campagna di pulizia etnica nella Cisgiordania occupata e al deterioramento delle condizioni dei prigionieri palestinesi – e in effetti, molti elettori avevano in mente queste preoccupazioni, comprese persone che avevano boicottato le elezioni israeliane per tutta la vita – una parte significativa della motivazione è stata la crescente espansione della violenta repressione israeliana nei territori del 1948.

In effetti i palestinesi in Israele hanno votato per la loro sopravvivenza .

Il quadro generale

Allo stesso tempo, nutro alcune riserve sul modo in cui la partecipazione palestinese a queste elezioni, così come i risultati iniziali, sono stati rappresentati e raccontati. È importante correggere alcune di queste distorsioni e non perdere di vista il quadro generale.

Innanzitutto la riluttanza dei palestinesi a partecipare alle elezioni israeliane ha una lunga storia politica che affonda le radici in diverse considerazioni. Alcuni palestinesi boicottano le elezioni per una questione di principio, rifiutando la partecipazione parlamentare come percorso politico e negando legittimità alle istituzioni dello Stato israeliano.

Altri si interrogano se la rappresentanza parlamentare possa determinare un cambiamento sostanziale all’interno di uno Stato fondato sullo spostamento e sull’esproprio della popolazione palestinese – processi che, seppur in forme diverse, sono proseguiti in tutti i territori palestinesi sin dal 1948.

Sebbene gli elettori palestinesi costituiscano un blocco politico che non può essere ignorato, la loro capacità di trasformare i risultati elettorali in influenza politica rimane fortemente limitata. Per molti l’esperienza di decenni di partecipazione parlamentare non ha fatto altro che rafforzare questa convinzione. Le condizioni in cui vivono i palestinesi non sono cambiate in modo sostanziale – né potrebbero farlo – senza lo smantellamento delle strutture profonde del dominio sionista e della supremazia ebraica, e la trasformazione dei rapporti di forza tra ebrei israeliani e palestinesi.

Questa posizione si fonda anche sulla consapevolezza che i diritti civili dei palestinesi in Israele non possono essere separati dai loro diritti politici e nazionali. La rappresentanza parlamentare non ha modificato in modo significativo la loro condizione di subordinazione nemmeno sul piano dei diritti civili.

Eppure in un momento critico in cui la situazione sta rapidamente peggiorando i palestinesi si ritrovano sempre più messi all’angolo. Lo spazio, già esiguo, per l’azione politica viene ulteriormente ristretto. Molti oggi considerano il voto come uno dei pochi strumenti ancora a loro disposizione, pur nutrendo aspettative assai limitate sui risultati che esso può effettivamente produrre.

I palestinesi in Israele – a prescindere dal fatto che lo esprimano esplicitamente in questi termini – conoscono bene la realtà di vivere sotto un sistema in cui gli ebrei israeliani godono di privilegi e diritti sistematicamente negati a loro; un sistema in cui il razzismo è radicato nelle leggi, nelle istituzioni e nelle pratiche quotidiane dello Stato.

È per questo che occorre guardare con cautela all’atmosfera di festa che circonda i primi risultati elettorali.

Nessuna illusione.

In secondo luogo, il fatto che i cittadini palestinesi di Israele possano votare alle elezioni della Knesset e che costituiscano un blocco elettorale significativo, capace di indebolire l’alleanza Netanyahu-Ben-Gvir-Smotrich, non cambia la realtà che Israele rimane un regime di apartheid, anche all’interno dei territori del 1948, come hanno dimostrato diverse organizzazioni per i diritti umani.

Non dobbiamo illuderci al riguardo. Trovo difficile credere che alcuni continuino a indicare la cittadinanza palestinese e la partecipazione alle elezioni israeliane come prova del carattere “democratico” e “liberale” dello Stato israeliano, o come un segnale di un Israele che in qualche modo può essere salvato o restaurato.

La cittadinanza israeliana per i palestinesi deve essere compresa nel più ampio contesto del progetto coloniale di insediamento, come un meccanismo attraverso il quale lo Stato governa e ingloba la popolazione autoctona, mantenendo al contempo strutture di espropriazione e dominio.

La cittadinanza garantisce ai palestinesi alcuni diritti individuali e politici, subordinando al contempo i loro diritti collettivi e le rivendicazioni sulla terra e sull’autodeterminazione all’ordine coloniale di insediamento. La rappresentanza parlamentare palestinese, compresi i 19 seggi conquistati alla Knesset, deve quindi essere compresa entro questi limiti strutturali.

Questi limiti strutturali si riflettono anche nelle istituzioni e nei partiti politici israeliani, dove l’esclusione dei palestinesi non è certo limitata a Netanyahu e all’estrema destra.

Sebbene gli elettori palestinesi costituiscano un blocco politico che non può essere ignorato, la loro capacità di tradurre i successi elettorali in influenza politica rimane fortemente limitata.

Persino nell’ipotetico scenario in cui i partiti palestinesi fossero disposti a entrare in un governo di coalizione, le figure di spicco del “campo del cambiamento” hanno già escluso tale possibilità. Gadi Eisenkot, ad esempio, ha esplicitamente rifiutato di includere Ra’am nel suo governo, nonostante la disponibilità del partito a partecipare a precedenti coalizioni.

Questo dimostra come l’esclusione dei palestinesi sia radicata in tutto lo spettro politico israeliano e non una caratteristica esclusiva dei partiti di estrema destra. Tali collaborazioni politiche non sono quindi semplicemente difficili da realizzare, sono limitate alla base dalle fondamenta razziste e colonialiste dello Stato e del suo sistema politico.

Pertanto, sebbene una maggiore affluenza palestinese alle urne e una maggiore rappresentanza parlamentare possano minare l’alleanza di Netanyahu con il sionismo religioso, non possono superare questi limiti strutturali.

È proprio per questo motivo che la rappresentanza parlamentare palestinese non dovrebbe essere idealizzata o considerata un risultato fine a sé stesso, avulso dalla più ampia struttura politica in cui opera.

Oltre il voto

Andando ancora più a fondo, la partecipazione parlamentare palestinese non può essere interpretata separatamente dal genocidio in corso a Gaza perpetrato da Israele e dall’intensificarsi della violenza militare e coloniale degli espropri e degli sfollamenti nella Cisgiordania occupata.

Queste non sono realtà politiche separate, ma diverse manifestazioni dello stesso progetto colonialista, che governa i palestinesi attraverso vari meccanismi legali e politici. Qualsiasi celebrazione dei successi elettorali palestinesi che trascuri questa realtà più ampia rischia di riprodurre la stessa frammentazione del popolo palestinese che il colonialismo di insediamento israeliano ha storicamente cercato di imporre.

Quindi la questione non riguarda quanti seggi i palestinesi possono ottenere alla Knesset. Riguarda ciò che la partecipazione parlamentare può realizzare all’interno di un sistema politico che continua a negare ai palestinesi, in tutta la Palestina storica, i loro diritti collettivi e l’autodeterminazione.

Il desiderio di frenare il rapido deterioramento delle condizioni che i palestinesi affrontano in ogni parte del mondo è del tutto comprensibile.

Dall’inizio del genocidio a Gaza questo deterioramento è stato particolarmente grave e, sotto figure come Ben Gvir, sempre più plateale: dagli abusi sistematici, dalle torture e dai trattamenti disumani inflitti ai prigionieri palestinesi, alle provocatorie invasioni della moschea di Al-Aqsa, fino alle incursioni della polizia, ampiamente pubblicizzate, nelle città palestinesi all’interno di Israele e alle demolizioni di case palestinesi.

Tuttavia è importante non confondere questi sviluppi con una rottura con la storia di Israele, né interpretare il genocidio e l’intensificarsi della violenza contro i palestinesi come il semplice prodotto di Netanyahu e dei suoi alleati sionisti religiosi.

Nonostante le divergenze politiche i governi israeliani che si sono succeduti hanno mantenuto queste strutture anche attraverso l’espansione e il consolidamento degli insediamenti nella Cisgiordania occupata che da tempo sono parte integrante della politica statale israeliana e non un progetto esclusivamente di destra.

Sebbene la rimozione di Netanyahu e dei suoi alleati possa offrire un sollievo immediato o limitare alcune forme di violenza, ciò non modificherebbe in modo sostanziale la realtà politica che i palestinesi si trovano ad affrontare, tanto più che il genocidio a Gaza prosegue parallelamente a un’accelerazione dei processi di esproprio, sfollamento e violenza in Cisgiordania.

Allo stesso modo, la partecipazione dei palestinesi alla Knesset – a prescindere dai recenti successi elettorali – non dovrebbe distogliere l’attenzione dalla questione più ampia e urgente: come possano i palestinesi organizzarsi e sviluppare strategie politiche più efficaci per confrontarsi con la realtà esistente in tutti i territori palestinesi.

Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autrice e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Middle East Eye.

Ghada Majadli è una ricercatrice e dottoranda con base a Londra, nonché analista politica presso Al-Shabaka. Il suo lavoro è stato pubblicato su riviste accademiche e ha trovato spazio su testate internazionali.

(traduzione dall’Inglese di Giuseppe Ponsetti)