Alcuni Stati arabi temono che una rivolta palestinese possa far scoppiare un’altra primavera araba

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Zvi Bar’el – 30 luglio 2017, Haaretz

Non tutti gli Stati musulmani sono uguali quando si tratta del “diritto” di proteggere quello che i musulmani chiamano il “Nobile Santuario”

In uno sconcertante comunicato rilasciato giovedì la famiglia reale saudita ha accreditato voci secondo cui re Salman si è riunito con alcuni leader mondiali per determinare un “punto di svolta” che ha portato al fatto che il Monte del Tempio [definizione ebraica della Spianata delle Moschee, ndt.] venisse riaperto ai fedeli musulmani.

La dichiarazione non rivela chi abbiano contattato il re o suo figlio Mohammed. Tuttavia è probabile che ci sia stata un colloquio con alti funzionari israeliani – se non direttamente, quanto meno attraverso consiglieri del principe ereditario che hanno noti legami con i dirigenti israeliani.

Il Monte del Tempio, o Haram al-Sharif (come è noto ai musulmani), può anche essere un luogo santo, ma la soluzione alla tempesta che si è scatenata in merito per due settimane è politica – ed ognuno dei “padri” della crisi sta cercando di attribuirsi una parte dell’onore di averla risolta.

Allo stesso modo c’è stata una lotta di potere sulla sovranità e sul controllo tra il WAQF (l’ente fiduciario religioso musulmano del luogo) e il governo israeliano, una lotta concentrata sul mantenere lo status quo – una cosa che è emersa da decisioni politiche, non religiose.

Il contenimento della crisi era pertanto focalizzato su due piani: prevenire che la crisi diventasse internazionale e che coinvolgesse le Nazioni Unite; evitare che straripasse nelle città musulmane nei Paesi arabi e musulmani. Ciò avrebbe provocato il fatto che i regimi arabi perdessero il controllo dello sviluppo della crisi e mettessero a rischio le delicate relazioni tra loro e l’opinione pubblica.

Proteste di massa – persino quelle derivanti da sentimenti religiosi – possono rapidamente trasformarsi in proteste contro la politica interna, la mancanza di libertà di espressione, le difficoltà economiche e la mancanza di democrazia.

La novità nell’attuale questione è che Israele non era l’unico a temere un’intifada palestinese. Molti dirigenti arabi condividevano la preoccupazione perché – come dimostrato durante le “Primavere arabe” all’inizio di questo decennio – le rivolte sono un male pericoloso e contagioso e un’intifada palestinese non è più solamente un riflesso di una lotta nazionalista contro l’occupazione israeliana. Potrebbe mobilitare una tale solidarietà di massa che potrebbe mettere i regimi arabi in violento contrasto con i loro popoli.

Il movimento di protesta egiziano Kefaya è nato nel 2004, per combattere le politiche israeliane nei confronti dei palestinesi, l’occupazione USA dell’Iraq e per la richiesta di riforme in Egitto. La potenzialità del Monte del Tempio di mobilitare le masse e la minaccia che ciò pone sono molto maggiori, e non solo perché riguarda tutti gli Stati islamici. Questo potenziale impedisce ai regimi musulmani di bloccare qualunque manifestazione generi, a causa dell’aureola sacra che la circonda, imponendo loro di apparire come se appoggiassero le richieste dell’opinione pubblica contro chi viola la sacralità del luogo.

Ma non c’è santità senza politica, e quello che appare come un sito universale dei musulmani – che richiede ad ogni musulmano che lo protegga con ogni suo mezzo – ha alla sua base anche dispute interne tra Stati arabi e musulmani. Fa tornare alla mente la controversia ebraica sul controllo del Muro del Pianto e delle relative preghiere.

Non tutti gli Stati musulmani sono uguali quando si tratta del “diritto” di proteggere il Monte del Tempio. Da una parte c’è l’Iran, uno Stato musulmano sciita che santifica il Monte del Tempio e rilascia dichiarazioni militanti contro il fatto che Israele lo stia trasformando in un sito ebraico. Ma gli Stati arabo-sunniti non accordano all’Iran il diritto di esprimere un parere sulla questione. Ma persino tra gli Stati islamici sunniti l’Afganistan o la Malaysia non hanno lo status dell’Egitto o della Giordania, e quello della Turchia e del Qatar non è lo stesso dell’Arabia saudita quando si tratta del Monte del Tempio. Ciò non perché siano meno musulmani o arabi, ma perché la controversia è politica e solo i noti “membri di un circolo ristretto” hanno il permesso di avere un ruolo in questa particolare contesa.

Il circolo ristretto ha anche una rigida gerarchia. Per esempio, l’unico rappresentante dei luoghi santi islamici in Palestina, secondo la decisione della Lega araba, è l’OLP [Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che riunisce la maggior parte delle fazioni palestinesi, ndt.]. Ma lo stesso Yasser Arafat, che forzò la mano della Lega per ottenere la rappresentanza esclusiva, condivise la responsabilità con altri Stati arabi quando venne messo in discussione il futuro del Monte del Tempio.

Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas sta seguendo le orme di Arafat a questo proposito. Potrebbe respingere una richiesta del presidente USA Donald Trump, ma non dell’Arabia saudita.

Il diritto degli Stati arabi di intervenire sulla questione palestinese in generale, e del Monte del Tempio in particolare, dipende principalmente dalla loro presenza nell’arena mediorientale. Per esempio, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan può maledire Israele quanto vuole, chiedere al mondo musulmano di andare al Monte del Tempio a manifestare la propria adesione all’islam, accusare Israele di volersi impossessare del luogo sacro e impegnarsi a non demordere finché non venga ristabilito lo status quo sul Monte del Tempio. Ma in pratica il suo peso e la sua autorità nell’influenzare l’ANP o i capi religiosi della Cisgiordania, per non parlare di Israele, sono quasi nulli.

I contatti della Turchia con Hamas, il suo schierarsi con il Qatar nella crisi con l’Arabia Saudita, il suo prendere le distanze dall’Egitto e le sue relazioni con l’Iran lasciano Erdogan con un microfono in mano ma senza una voce politica reale. Questa settimana Erdogan si è recato in Arabia saudita per conservare le proprie relazioni con re Salman e offrirsi di mediare tra l’Arabia saudita e il Qatar, ma senza molto successo.

Membro della coalizione sunnita istituita da re Salman, la Turchia sta già cominciando ad apparire in Arabia saudita come uno Stato non così amichevole. Recentemente Erdogan ha inasprito i toni contro l’Europa, soprattutto la Germania, e un quotidiano filo-governativo questa settimana ha affermato che la Germania di Angela Merkel è peggiore di quella di Hitler per odio e oppressione.

Inoltre Erdogan sta continuando a scontrarsi con Trump, mentre i suoi legami con la Russia sono sempre più stretti, con un accordo previsto per l’acquisto di missili S-400, che ha provocato una tempesta nella NATO.

La Turchia ha uno status strategicamente importante, con cui Erdogan si diverte a giocare, ma, in questo particolare gioco dello squash, sta andando incontro a un solido muro arabo.

L’Egitto sta prendendo una posizione a parte, riflessa non solo dalla presa di distanza dall’incidente del Monte del Tempio, ma anche nei tentativi del presidente Abdel-Fattah al-Sissi di stabilizzare i confini con Gaza a spese dell’ANP; nel suo preponderante sostegno all’acerrimo nemico di Abbas, Mohammed Dahlan; negli accordi che i capi dell’intelligence egiziana hanno ottenuto con Hamas per aprire il valico di confine di Rafah e piazzare un impianto energetico finanziato dagli Emirati Arabi Uniti – tutto ciò non ha permesso al presidente egiziano di fare pressione o influenzare Abbas. Ora Sissi è più interessato al processo di riconciliazione in Libia per proteggere i confini occidentali dell’Egitto da una infiltrazione terroristica.

Non c’è da sorprendersi, quindi, che le piazze egiziane siano rimaste in silenzio durante il clamore del Monte del Tempio e i media egiziani si siano occupati di altri problemi scottanti.

Sissi si sta coordinando e mantiene colloqui soprattutto con il re di Giordania Abdullah, con il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salman e con Israele. Ciò è in contrasto con l’ex-presidente Hosni Mubarak, che in situazioni simili era solito convocare le parti al Cairo per definire una soluzione egiziana (non sempre con successo).

Il re di Giordania Abdullah II ha ricevuto un affronto da Netanyahu, che ha festeggiato il “rilascio” da Amman della guardia di sicurezza israeliana, mentre il re si agitava nel tentativo di spiegare gli avvenimenti. La Giordania è vista come la polveriera più sensibile riguardo al Monte del Tempio – tra l’altro perché la “Fratellanza Musulmana” in Giordania gode non solo di un riconoscimento legale rispetto all’Egitto e all’Arabia saudita, ma anche perché ha 16 dei 130 seggi in parlamento. Ma la sua rappresentanza simbolica non riflette il reale potere nelle strade, dimostrato dalla sua capacità di mobilitare manifestanti e di infiammare gli animi quando le questioni riguardano i rapporti con Israele in generale e i luoghi santi in particolare.

La Giordania, attraverso il Waqf, è la titolare riconosciuta del complesso della moschea di Al-Aqsa, e in base agli accordi di pace con Israele deve essere consultata su ogni questione riguardante lo status quo del luogo. La sua responsabilità, pertanto, non si limita a preservare la libertà di culto ad Al-Aqsa. La Giordania è vista come responsabile di fronte al mondo musulmano, anche se l’ANP ha preso il ruolo di unico rappresentante dei luoghi santi. Così, ogni episodio fuori dalle regole nel luogo santo potrebbe far vacillare lo status del re sia nel suo regno che rispetto agli altri Stati musulmani.

I dettagli dell’accordo raggiunto con Israele questa settimana non sono del tutto chiari. La Giordania ha annunciato che non è stato siglato nessun accordo e che il rilascio della guardia di sicurezza Ziv, che ha sparato ed ucciso due cittadini giordani [all’interno dell’ambasciata israeliana ad Amman, ndt.] è dovuto al suo rispetto dei protocolli internazionali riguardanti il personale diplomatico. Ma fonti giordane hanno detto ad Haaretz che “la rapidità con cui ha avuto luogo la liberazione, insieme alla rimozione dei metal detector (alle entrate del Monte del Tempio), indica che è stato fatto un accordo ed è probabile che consista in ulteriori impegni israeliani che non sono stati resi noti.”

Se Israele si è preso tali impegni, questi non riguardano necessariamente il Monte del Tempio, ma piuttosto la cooperazione militare e di intelligence tra i due Stati – o piuttosto l’intercessione israeliana presso Trump per incrementare l’aiuto USA alla Giordania.

Una delle domande ancora senza risposta è perché, contrariamente alle stime e alle previsioni di funzionari della Difesa israeliana, non sia scoppiata un’intifada su larga scala. A prima vista negli attuali avvenimenti del Monte del Tempio sono presenti tutti gli ingredienti che nel 2000 hanno fatto scoppiare la Seconda Intifada. Un oltraggio al luogo santo; misure per la presa di possesso ebraica dell’ingresso al sito; l’assenza di un processo di pace; l’indifferenza araba ed internazionale; una lotta interna tra palestinesi. Ma l’errore di fondo nell’affidarsi ad un’analogia come strumento per analizzare e valutare il comportamento dei dirigenti e dell’opinione pubblica sta nel dare molta importanza alle similitudini e ignorare o eliminare le differenze.

E’ possibile fare un elenco di innumerevoli differenze tra il contesto, le circostanze e il comportamento politico e militare di israeliani e palestinesi nel 2000 e nel luglio 2017. Ma sembra che la differenza fondamentale sia che la Seconda Intifada scaturì dal successo della Prima Intifada, che portò alla firma degli accordi di Oslo.

I tragici risultati della Seconda Intifada – sia dal punto di vista umanitario che strategico – sono rimasti profondamente impressi nella memoria collettiva palestinese. E’ difficile immaginare quale sia la data di scadenza di un trauma simile. La guerra civile in Libano rappresenta ancora un’efficace protezione contro un suo nuovo scoppio. Forse anche in Palestina il trauma funziona ancora – ma è meglio non metterlo alla prova.

(traduzione di Amedeo Rossi)