Palestina: una storia di quattromila anni

Share on FacebookTweet about this on Twitter
image_pdfimage_print

Palestine: A Four Thousand Year History [Palestina: una storia di quattromila anni]

Autore: Nur Masalha

Data di pubblicazione: agosto 2018, Editore: Zed Books, 458 pagine

Recensione di Ramona Wadi – 30 ottobre 2018, Middle East Monitor

L’ultimo libro di Nur Masalha, “Palestine: A Four Thousand Year History” [Palestina: una storia di quattromila anni] (Zed Books, 2018) presenta un’accurata distinzione tra il ritorno dei palestinesi alla storia e la pretesa rivendicazione sionista – quest’ultima fallita nei suoi sforzi volti a giustificare le proprie pretese dal punto di vista storico. Nell’esame della ricca storia della Palestina, vengono evidenziati i limiti del sionismo e della sua concretizzazione colonialista.

Il fatto di privilegiare narrazioni artificiose sulla storia palestinese documentata ha forgiato la colonizzazione della Palestina. La prima menzione rilevata della Palestina risale a più di 3.200 anni fa. Eppure la maggior parte dell’antica storia della Palestina è ignorata, in linea con l’approccio colonialista che fornisce una visibilità selettiva alla Palestina solo per fondare la cancellazione sionista della popolazione indigena. A sua volta la cancellazione sionista è stata responsabile anche dell’eliminazione, tra le altre sparizioni, della minoranza ebraica di lingua araba in Palestina, per spianare la strada, all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, all’identità razziale ed eliminare le varie identità regionali della Palestina. Nella conquista coloniale la cancellazione della Palestina e di tutta la sua eredità da parte del movimento sionista è stata essenziale.

Masalha identifica tre tipologie di scritti sulla Palestina e quello che hanno ottenuto riguardo alla conservazione o alla cancellazione della memoria palestinese. La prima è quella che viene definita come geografia delle sacre scritture, legata agli scritti del colonialismo di insediamento israeliano ed è diffusa dalle élite di potere. Nei nuovi scritti storiografici, la storia palestinese è trattata come un’appendice di quella di Israele e per lo più attribuita agli storici sionisti che confondono colonialismo di insediamento e democrazia. La terza è la storia subalterna della Palestina che privilegia le necessità della Palestina di articolare se stessa.

Attraverso il suo libro, Masalha mostra che la storia dettagliata della Palestina virerebbe certamente verso le narrazioni subalterne. I resoconti cronologici, supportati da molti riferimenti che menzionano la Palestina, preparano il lettore al successivo contrasto con la falsa rappresentazione orientalista e sionista; la prima fornisce a quest’ultima ampio spazio per prosperare, avendo iniziato a sostituire la storia dei nativi con una fantasia auspicata e conveniente.

Nel libro ci sono due principali premesse che mostrano come i concetti palestinesi e sionisti della terra siano fondati rispettivamente su attaccamento e cancellazione. In Palestina, afferma Masalha, “la lotta tra colonizzatore e colonizzato sulla terra, sulla demografia, sul potere e sulla proprietà si è centrata anche sulla rappresentazione, sulla falsa rappresentazione e sull’autorappresentazione.” La rappresentazione palestinese della terra aveva tutta una storia su cui basarsi – non aveva nessuna necessità di inventare qualcosa di nuovo. D’altra parte il mito sionista del ritorno era “costruito sulla cancellazione, sulla non esistenza di un popolo indigeno della Palestina, sulla effettiva espulsione fisica dei palestinesi e sulla loro separazione dalla storia.”

Masalha mostra che, a differenza delle congetture sioniste, la Palestina aveva una moneta propria, un’amministrazione collaudata, un’autonomia provinciale e militare, così come aveva definito propri legami commerciali. Attraverso i diversi periodi storici viene evidenziato che, mentre la Palestina ha subito parecchie trasformazioni – religiose, economiche e sociali –, c’è stata continuità per quanto riguarda la conservazione del territorio palestinese e la sua diffusione nella letteratura, negli scritti di viaggio e nella cartografia. Si potrebbe affermare che la memoria sociale e la geografia politica della Palestina rimangano costanti e la storia documentata attesta questo fatto. Oltretutto c’è la prova della consapevolezza collettiva dei nativi e dell’autorappresentazione tra i palestinesi che, negli anni successivi, avrebbe resistito all’imperialismo britannico e al colonialismo sionista.

Nel libro la discussione su terra, concezioni e false concezioni rivela un graduale contrasto che è messo in luce dall’esame da parte di Masalha del quadro orientalista e dell’imposizione di una narrativa immaginaria della Palestina “come una terra non tanto di storie vissute e memorie condivise di persone comuni, quanto piuttosto di una commemorazione della cristianità occidentale.” L’inesistente storia sionista in Palestina cercava di ignorare una storia documentata. Da qui il nesso tra recupero biblico e intervento colonialista, fino al punto che i palestinesi vennero intenzionalmente rappresentati in modo distorto in Occidente, “come qualcosa che potesse essere compreso e gestito secondo modalità specifiche.”

Le imposizioni che portarono alla colonizzazione sionista erano di natura coercitiva, che negava l’identità locale palestinese e l’emergere della “nuova coscienza territoriale” della Palestina. Masalha si riferisce agli scritti del poeta palestinese Mahmoud Darwish, le cui opere si basano sulla diversa storia dell’essere palestinese e concepiscono l’identità palestinese come “il prodotto di tutte le potenti culture che sono passate attraverso la terra di Palestina.”

Masalha afferma che le narrazioni colonialiste hanno confuso la storia della Palestina con i miti biblici che hanno eliminato la comprensione storica della Palestina e del suo status come entità geopolitica definita fin dall’Età del Bronzo. Una lettura della Palestina da un punto di vista autoctono mostra una sequenza ininterrotta in cui la terra è stata arricchita da diverse culture e nessun tentativo di annullare gli abitanti originari e i loro spazi. Linguisticamente e territorialmente c’è stata una continuità. L’eredità culturale e la coscienza storica palestinesi sono state essenziali anche per formare la sua coscienza nazionale.

Sotto il Mandato britannico e nel periodo successivo, scrive Masalha, “la resistenza attiva alla minaccia esistenziale posta dall’immigrazione sionista e la colonizzazione di insediamento della Palestina durante il periodo mandatario diventarono centrali nella lotta nazionalista palestinese.”

Leggendo il libro ci si rende conto di come l’intricata storia della Palestina, che copre la maggior parte del libro, sia stata rapidamente distrutta dal progetto coloniale sionista; quest’ultimo è presentato negli ultimi capitoli e riecheggia la frenetica colonizzazione del territorio e la sostituzione della popolazione autoctona con coloni di insediamento. Le tre tipologie di scritti identificate da Masalha all’inizio di questo saggio figurano tutte quando la discussione si rivolge alla più recente analisi storica su come il sionismo cristiano abbia rappresentato la narrazione del colonialismo di insediamento e quindi abbia reso la storia subalterna di fondamentale importanza, nonostante lo squilibrio di potere dovuto all’egemonia sionista.

La cancellazione da parte dei sionisti non manca di contraddizioni. Il mito della terra desolata, che Masalha estende per includere la narrazione colonialista della terra i cui abitanti non meritano di essere consultati, si è imbattuta in ostacoli che hanno evidenziato i limiti dello stesso sionismo, come il fatto di dover ebraicizzare i nomi dei villaggi arabi in quanto la tradizione biblica era inadeguata per tener conto delle alterazioni della toponomastica palestinese. Quello che non si poté distruggere è stato alterato o ce ne si è appropriati, quest’ultimo caso inquadrato come eventi naturali o manipolato in un processo selettivo di ricostruzione utile alle politiche di insediamento sionista.

Come per tutti i libri di Masalha, l’attenzione ai dettagli, così come la rigorosa spiegazione, è impeccabile. Ogni lettura o rilettura di questo libro provocherà nuove riflessioni dovute ai diversi temi e alle relative analisi, in particolare riguardanti la separazione, imposta dal sionismo per soddisfare il progetto colonialista, degli autoctoni dalla loro storia. La Palestina è sempre stata in grado di autodefinirsi, mentre il sionismo e Israele si sono sostenuti a vicenda con la rapina, la modificazione, l’appropriazione e la sostituzione.

(traduzione di Amedeo Rossi)