Rapporto ONU contro il BDS

Un'attivista manifesta contro le misure anti BDS (AP Photo/Mike Groll)
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Azeezah Kanji e David Palumbo-Liu

12 Novembre 2019 – Al Jazeera

BDS: nel mirino del colonialismo dei diritti umani

Un recente rapporto dell’ONU contribuisce alla strumentalizzazione del discorso dei diritti umani da parte di Israele per giustificare l’oppressione in Palestina

Nel suo rapporto sull’antisemitismo presentato il 17 ottobre alle Nazioni Unite il relatore speciale sulla libertà di religione e di fede Ahmed Shaheed ha citato – senza smentirle – affermazioni secondo cui “gli obiettivi, le attività e gli effetti del movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) sono fondamentalmente antisemiti.”

Questa legittimazione dell’attacco contro il BDS è un atto d’accusa schiacciante – non contro il BDS, ma contro la logica pretestuosa per contestarlo.

Gli “obiettivi” e le “attività” del movimento sono esclusivamente fondati sulle leggi internazionali e sulle stesse risoluzioni dell’ONU: porre fine all’occupazione dei territori palestinesi, garantire l’uguaglianza dei cittadini palestinesi di Israele e rispettare il diritto al ritorno dei rifugiati.

Dal punto di vista del diritto internazionale, non è il BDS che dovrebbe essere considerato discutibile, ma la sfacciata riluttanza di Israele quando si tratta di rispettare norme fondamentali delle leggi internazionali.

Come ha evidenziato un’altra recente pubblicazione dell’ONU, Israele ha messo in pratica meno dello 0,5% delle raccomandazioni prescritte dall’ONU dal 2009 per porre rimedio ai crimini dell’occupazione – rendendo palesemente necessaria l’applicazione di ulteriori meccanismi di pressione economica e politica. La stessa ONU ha identificato 192 attività economiche che probabilmente violano le leggi internazionali agevolando e ricavando profitti dalle illegali colonie israeliane.

Screditare persino le pratiche non violente come il BDS equivale a negare ai palestinesi qualunque diritto a resistere al fatto di essere colonizzati.

Cancellando il contesto dell’occupazione, il rapporto di Shaheed cerca in modo perverso di presentare i palestinesi come coloro che violano i diritti umani invece che vittime di queste violazioni.

Egli fa riferimento al rapporto di una commissione ONU per l’Eliminazione della Discriminazione Razziale (CERD) che esprime preoccupazione riguardo ai discorsi d’odio antisemita in Palestina – ma ignora totalmente il fatto che questo rapporto inizia riconoscendo che “l’occupazione israeliana, l’espansione delle colonie e il continuo blocco della Striscia di Gaza, che sono considerati illegali dalle leggi internazionali, pongono seri problemi perché (la Palestina) metta in atto pienamente i suoi impegni in base alla Convenzione (sulla discriminazione razziale).”

Shaheed condanna anche l’“antisemitismo di sinistra” di “individui che sostengono di appoggiare opinioni antirazziste e antimperialiste.” Ma rimane palesemente in silenzio riguardo al razzismo insito nello stesso imperialismo, anche in Palestina, dove le libertà religiose al centro del suo incarico (e vari altri diritti fondamentali delle popolazioni indigene sotto occupazione) sono sistematicamente calpestate. Per esempio, i palestinesi cristiani e musulmani devono affrontare limitazioni all’accesso a luoghi fondamentali per il culto come Betlemme e al-Aqsa.

In realtà chi contribuisce in modo assolutamente schiacciante all’aumento delle statistiche sull’antisemitismo in Paesi come la Germania e gli Stati Uniti non è la sinistra “antirazzista e antimperialista”, ma sono i neonazisti e l’estrema destra, sostenuti dagli stessi partiti politici del nazionalismo bianco che prendono di mira anche gli attivisti per i diritti di musulmani e palestinesi.

Le implicazioni repressive dell’analisi di Shaheed sono evidenti, con la prova del nove dell’antisemitismo che egli accoglie: le linee guida dell’“Holocaust Remembrance Association” [Associazione per il Ricordo dell’Olocausto, organizzazione intergovernativa a cui aderiscono 31 Paesi, ndtr.] (IHRA).

Il problema con esse non è la definizione di antisemitismo che include – “una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio verso gli ebrei” – ma gli esempi di antisemitismo che fornisce, parecchi dei quali coinvolgono le critiche a Israele o al sionismo.

Per esempio, agli occhi dell’IHRA (e a quanto pare dello stesso Shaheed) “negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele sia un’impresa razzista” equivale all’antisemitismo.

Non importa che alcuni dei maggiori critici alla creazione dello Stato ebraico siano stati importanti politici ebrei, come il membro del governo inglese Edwin Montagu, che nel 1917 definì la premessa secondo cui il popolo ebraico costituisce una Nazione separata come “antisemita”.

Come ha notato il filosofo dell’università di Oxford e cofondatore di “Independent Jewish Voices” [Voci ebraiche indipendenti] (GB) Brian Klug, l’effetto di equiparare l’antisionismo con l’antisemitismo è fondere lo Stato ebraico con il popolo ebraico: lo stesso peccato di cui il relatore speciale Shaheed accusa chi critica Israele.

La ridefinizione dell’antisemitismo dell’IHRA è stata messa in discussione da studiosi ebrei e da numerose organizzazioni per i diritti civili, dalla “Foundation for Individual Rights in Education” [Fondazione per i Diritti Individuali nell’Educazione, associazione USA per la libertà di parola nei campus, ndtr.] e dalla British Columbia Civil Liberties Association [Associazione per le Libertà Civili della Columbia Britannica”: società benefica canadese per le libertà civili e i diritti umani, ndtr.], perché confonde le critiche a Israele con il razzismo.

Nonostante sia stata bocciata dall’ “Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali” [ente dell’UE per la difesa dei diritti, ndtr.], la ridefinizione dell’IHRA è stata adottata da Paesi nel Nord America e in Europa – mettendo in pericolo la democrazia che Shaheed pretende di stare salvando dall’ “intossicazione” dell’antisemitismo.

Per esempio, negli USA la concezione eccessivamente estesa di antisemitismo è stata accolta dal Department of Education Office of Civil Rights [Dipartimento dell’Ufficio Educativo per i Diritti Civili, ente federale USA per la difesa del diritto all’istruzione, ndtr.] sotto la direzione di Kenneth Marcus, nominato dal presidente Donald Trump, che ritiene che gli studenti che protestano a favore dei diritti dei palestinesi dovrebbero essere perseguiti penalmente. È stata anche brandita nel tentativo di censurare eventi universitari e corsi sulla Palestina e per intentare cause contro docenti palestinesi.

Ciò è parte di un più ampio contesto di legalizzazione della soppressione della libertà di parola, in cui leggi contro il BDS sono state approvate in 27 Stati USA e proposte in altri 14 – sfidando direttamente la Costituzione USA e le decisioni della Corte Suprema che stabiliscono il diritto al boicottaggio in generale. Mentre Shaheed nel suo rapporto chiarisce che “le leggi internazionali riconoscono i boicottaggi come forme legittime di espressione politica,” al contempo legittima la demonizzazione del BDS sottesa alla legislazione contro il boicottaggio.

L’ossessione riguardo alle critiche contro Israele (sia di ebrei che di non ebrei) svia l’attenzione dal violento e spesso mortale antisemitismo dei suprematisti bianchi e dei nazionalisti di destra, che aspirano a restaurare la “grandezza” americana tornando alle forme più apertamente razziste del dominio del colonialismo di insediamento.

L’ironia del fatto che il BDS venga condannato in nome della “libertà di religione e di fede” esemplifica le contraddizioni insite nella lunga tradizione del colonialismo dei diritti umani – in cui i diritti umani, lungi dall’essere la salvezza dei dannati della terra, sono stati strumento della loro condanna. Dall’invasione dell’Egitto da parte di Napoleone nel 1798 all’attacco di Bush all’Afghanistan e all’Iraq più di due secoli dopo, gli imperialisti hanno costantemente utilizzato il discorso dei diritti per presentare se stessi come i guardiani della dignità umana e come suoi violatori quelli che essi hanno massacrato, torturato e spossessato.

Nello sviluppo del sistema internazionale dei diritti umani contemporaneo seguito alla Seconda Guerra Mondiale, le potenze europee si sono presentate come i progenitori dei diritti umani, insistendo sulle eccezioni per proteggere le loro stesse atrocità coloniali dalle critiche. Il riferimento ai “diritti umani fondamentali” nel preambolo dello Statuto dell’ONU nel 1945 venne introdotto dallo statista afrikaner [popolazione bianca sudafricana di origine olandese, ndtr.] Jan Smuts, le cui altre significative eredità includono le politiche segregazioniste in Sud Africa che prepararono la strada all’apartheid. Questa genealogia colonialista è portata avanti fino ad ora dalle istituzioni israeliane, dalle Ong dei coloni e dai tribunali che si appellano ai diritti umani per giustificare l’oppressione dei palestinesi.

Come hanno notato gli studiosi di diritto internazionale Nicola Perugini e Neve Gordon nel loro libro “Il diritto umano di dominare” [Nottetempo, 2016, ndtr.], “gli indigeni palestinesi (vengono dipinti) come invasori e quindi perpetratori di violazioni dei diritti umani, mentre i coloni ebrei sono concepiti come nativi e descritti come vittime di abusi.”

Nella realtà capovolta dei dominatori, lo spossessamento e la distruzione della proprietà palestinese sono giuridicamente razionalizzati come necessari per salvaguardare i “diritti umani” dei coloni quali la libertà di religione, mentre tentativi di frenare o smantellare le colonie illegali sono descritti come “discriminazione razziale” e “pulizia etnica” contro i coloni. La giustizia per i palestinesi sotto occupazione è denunciata come un’ingiustizia per gli occupanti.

Quanti si battono per la libertà e l’autodeterminazione dei palestinesi sono gli eredi di un’altra forte tradizione: quella dei movimenti anticolonialisti che hanno resistito contro coloro che hanno sostenuto di parlare per l’umanità intera mentre ne colonizzavano brutalmente l’84%.

Anche quando è stato combattuto da una repressione spietata, dalla demonizzazione e dalla criminalizzazione, il popolo sottoposto a dominio coloniale ha continuato a sfidare le ingiuste strutture di potere e i concetti di esclusivismo razziale di diritti, dignità, libertà, leggi e umanità che li difendono.

I frutti dei loro tentativi vennero sanciti nelle risoluzioni dell’Assemblea Generale dell’ONU che riconoscono “la necessità di portare a una fine rapida e incondizionata il colonialismo in tutte le sue forme,” e “la legittimità della lotta dei popoli per…la liberazione dalla dominazione coloniale, apartheid e occupazione straniera con tutti i mezzi disponibili”: una lotta per la liberazione che continua fino ad oggi, attraverso movimenti come il BDS.

Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di al Jazeera.

Sugli autori

Azeezah Kanji (dottorato e master in giurisprudenza in diritto islamico) è un’accademica in ambito giuridico e scrittrice che vive a Toronto.

David Palumbo-Liu è professore Louise Hewlett Nixon alla Stanford University.

 

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)