Bibi ti sta guardando: Israele schiera le sue spie per combattere il coronavirus

Guanti e mascherina proteggono madre e figlio ad Ashdod (AFP)
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Yossi Melman da Tel Aviv, Israele

Mercoledì 18 marzo 2020 – Middle East Eye

Le misure di sorveglianza proposte da Benjamin Netanyahu con il pretesto della pandemia minacciano un sistema di governo democratico già in crisi

Con il pretesto della pandemia di coronavirus e del peggioramento che ne è seguito della stabilità politica nel Paese, il governo israeliano guidato da Benjamin Netanyahu ha fatto pressione a favore di misure estreme destinate a compromettere ancor di più diritti democratici e libertà civili già fragili.

Lunedì sera Netanyahu, che, dopo tre elezioni in quindici mesi che hanno portato a una paralisi, attualmente dirige un governo ad interim, ha autorizzato la polizia e lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna, a sorvegliare le persone sospettate di aver contratto il virus.

Il piano del primo ministro consiste nel trasformare in armi contro la pandemia le stesse tecnologie utilizzate oggi dai servizi di sicurezza e, in misura minore, dalla polizia per lottare contro i miliziani armati e i delinquenti comuni.

Grande Fratello

Nel giro di una quindicina d’anni i servizi di intelligence israeliani hanno sviluppato uno degli strumenti di sorveglianza più avanzati al mondo per controllare e spiare i militanti palestinesi e le persone considerate nemiche dello Stato. Queste tecnologie consentono in particolare di localizzare i computer e di frugare dentro i telefoni effettuando verifiche incrociate sulla posizione delle antenne e dei segnali trasmessi.

Insieme alle telecamere di sorveglianza installate agli angoli delle strade delle “città sicure” (cioé molto sorvegliate) e al controllo sulle attività in rete, in particolare su Google, Twitter, Facebook e YouTube, esse rendono “visibile” la gente e la “mettono a nudo”.

Utilizzando i dati raccolti, queste tecnologie possono seguire e registrare gli spostamenti e il luogo in cui si trovano le persone, non solo in rete ma anche nella vita reale, e può anche recuperare questi stessi dati che le riguardano per un lasso di tempo di due o tre settimane.

Questa tecnologia, che Israele utilizza da anni nelle guerre e per seguire dei delinquenti, non è esclusiva di questo Paese. Dalla Cina agli Stati Uniti, dall’Iran all’Italia, dal Qatar alla Russia, passando per l’Arabia Saudita, è presente e largamente utilizzata, incarnando perfettamente il concetto di Grande Fratello.

Tuttavia Israele è il primo Paese a riconoscere pubblicamente la sua intenzione di utilizzarla per cercare di arginare la propagazione del coronavirus.

Saltare la coda

Nessuno può mettere in discussione l’importanza di contenere e bloccare il virus per “appiattire la curva” [dei contagi, ndtr.], cosa che è ancora più importante oggi per Nazioni come Israele e l’Italia, i cui cittadini si sono fatti, e a ragione, la fama di Paesi dal comportamento caotico e poco inclini a seguire le regole.

C’è qualcosa di più israeliano che saltare la coda?

Così, in un momento in cui ci si chiede di tenerci lontani, di unirci solo in piccoli gruppi, di evitare le strette di mano e di controllare la nostra igiene personale, in realtà è difficile per le autorità israeliane imporre queste norme di comportamento.

Di fronte a queste difficoltà e alla crescente preoccupazione dei responsabili locali dei servizi sanitari, che temono che Israele, con “solo” 304 casi di coronavirus (al 17 marzo) fortunatamente finora non letali, debba ben presto affrontare un’esplosione esponenziale che colpirebbe decine di migliaia di persone, il governo ha introdotto il sistema di spionaggio in ambito civile, presentandolo come una cosa assolutamente necessaria.

Un’intrusione nella vita privata

Il governo di Netanyahu ha fornito garanzie riguardo al fatto che le tecnologie verranno utilizzate unicamente con lo scopo di localizzare ed identificare gli individui che senza saperlo sono stati in contatto con una persona trovata positiva al coronavirus.

Inoltre la decisione è stata approvata dal procuratore generale, con l’impegno che dopo 30 giorni le informazioni raccolte verranno distrutte.

Tuttavia molti israeliani si oppongono per vari motivi a queste misure. In primo luogo, chi le critica indica l’esempio di Taiwan, dove la sorveglianza informatica è stata utilizzata per impedire la propagazione dell’epidemia, ma in modo un po’ diverso. Il governo di Taiwan ha distribuito dei telefoni specificamente destinati ai casi sospetti, al fine di evitare di sorvegliare i telefoni privati dei cittadini.

Numerosi israeliani rifiutano questa decisione solo per principio. Secondo loro le democrazie non devono spiare i propri cittadini e queste nuove misure rappresenterebbero una palese violazione dei diritti umani, che aprirebbe la strada a un’invasione della loro vita privata (quello che i palestinesi che vivono sotto occupazione israeliana conoscono bene).

Ma la maggiore preoccupazione deriva dal modo in cui la decisione è stata presa.

La Knesset ignorata

Per formulare la sua decisione come una misura legale, Netanyahu e il suo governo hanno attivato delle leggi d’emergenza inizialmente adottate dal governo del mandato britannico che controllò la Palestina dal 1918 al 1948.

Nel 1939, con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, le autorità britanniche promulgarono queste leggi d’emergenza per combattere la Germania nazista. Ma dopo l’indipendenza d’Israele nel 1948 sono state utilizzate principalmente contro i palestinesi della Cisgiordania occupata e di Gaza, ma raramente contro cittadini israeliani e sicuramente non in modo massiccio, come avviene ora.

Cosa ancora più inquietante, queste leggi d’emergenza intese a sorvegliare i cittadini sono state promulgate senza l’approvazione né la supervisione della Knesset, il parlamento israeliano.

In effetti una sottocommissione della commissione Affari Esteri e Sicurezza, che controlla i servizi di intelligence e che è diretta dall’ex-capo di stato maggiore dell’esercito israeliano Gabi Ashkenazi, ha rifiutato di approvare il progetto di legge senza una discussione approfondita. Netanyahu ha approfittato della confusione politica per ignorare la Knesset e imporre le leggi d’emergenza.

Il mese scorso il partito “Blu e Bianco” diretto da Benny Gantz, un altro ex-capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, ha paragonato le iniziative di Netanyahu a quelle del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan.

In seguito alle ultime elezioni in Israele, tenutesi due settimane fa, Gantz, con l’appoggio dei deputati israelo-palestinesi della Knesset, gode in parlamento di una maggioranza molto risicata (61 a 59). Tuttavia, a causa delle lotte intestine nel suo partito, gli risulta difficile formare un governo di coalizione per sostituire Netanyahu.

Un passo ulteriore

Nel frattempo le leggi d’emergenza non sono che una nuova pietra dell’edificio di comportamenti e di tendenze che minacciano il sistema democratico israeliano.

Netanyahu e suo figlio Yair non smettono di attaccare i media, definendo “di sinistra” i giornalisti nella speranza di far chiudere i giornali e le catene televisive indipendenti che, in realtà, non fanno che prendersi la briga di controllare le loro azioni.

Il duo padre-figlio, circondato da ministri accondiscendenti, ha anche attaccato senza sosta il sistema giudiziario del Paese.

Con il pretesto del coronavirus, il ministro della Giustizia Amir Ohana, fedele seguace di Netanyahu, ha ordinato la chiusura dei tribunali da sabato scorso a mezzanotte, per impedire l’inizio del processo a Netanyahu per corruzione, che doveva iniziare questo mercoledì.

Con tante misure prese per erodere la democrazia, gli israeliani temono in effetti che Netanyahu sia già ben incamminato per guidare Israele allo stesso modo in cui un certo numero di uomini forti di destra, da Erdogan a Vladimir Putin, passando per Jair Bolsonaro, governano le rispettive Nazioni.

All’ombra del coronavirus, la democrazia israeliana, già in crisi, si batte per salvare la sua anima e garantirsi la sopravvivenza.

(traduzione dal francese di Amedeo Rossi)